Le aspettative di tassi in aumento pesano sul metallo giallo. Che non si risolleverà finché il conflitto in Medio Oriente non sarà risolto. Gli analisti hanno tagliato le previsioni a breve, ma non quelle a lungo termine
Tra speranze di pace e nuovi attacchi, l’incertezza in Medio Oriente resta a livelli elevatissimi. E l’oro, ai minimi da fine marzo, si appresta a chiudere il terzo mese negativo di seguito, come non succedeva dal 2022. A pesare sono i timori di una decisa ripresa dell’inflazione, visto il petrolio sempre attorno a quota 100 dollari, che alimentano le aspettative di politiche monetarie più restrittive. Nonostante sia considerato una copertura contro l’aumento dei prezzi, il metallo giallo infatti non garantisce rendimenti cedolari e tende a sottoperformare in contesti di tassi elevati. Per i gestori, nel breve i rischi sono al ribasso: molti stanno infatti riducendo le previsioni da qui a fine anno agganciandole all’andamento del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz. Tuttavia il lingotto è tutt’altro che moribondo e la view generale a lungo termine resta decisamente positiva.
Peter Kinsella, global head of forex strategy di Union Bancaire Privée
“Il forte aumento del petrolio ha innescato una significativa rivalutazione dei rendimenti a breve: i mercati hanno escluso la possibilità di tagli Fed e hanno iniziato a scontare un potenziale aumento di 25 pb entro il primo trimestre 2027”, analizza Peter Kinsella, head of investment services Uk di Union Bancaire Privée, spiegando come questo incremento generalizzato dei rendimenti nominali accresca il costo opportunità del detenere posizioni lunghe sull’oro. Per l’esperto, ha pesato il recente aumento dei rendimenti dei Tips a dieci anni, in linea con la relazione storica secondo cui aspettative di tassi reali più elevati favoriscono il calo del metallo giallo. “La domanda cruciale è se questo incremento si rivelerà duraturo: l’analisi attuale non punta in quella direzione”, chiarisce.
Per Charlotte Peuron, fund manager specializzati in metalli preziosi di Crédit Mutuel AM, dietro il ritracciamento del lingotto c’è anche il fatto che alcune banche centrali hanno approfittato dei livelli di prezzo storicamente elevati per vendere parte delle proprie riserve al fine di finanziare la spesa pubblica. “Anche gli investitori di breve termine hanno realizzato prese di profitto attraverso la vendita di ETF sull’oro nel mese di marzo”, aggiunge.
La domanda è cambiata
A questo proposito, secondo Kinsella, bisogna anche tenere presente che l’aumento previsto a inizio anno della domanda di oro orientata al retail, in particolare proveniente dal settore degli ETF, ora non è più valido nella stessa misura, il che giustifica una revisione al ribasso delle stime a breve termine. Tuttavia, precisa, “si prevede che gli acquisti delle banche centrali aggiungeranno circa 800 tonnellate alle riserve globali nel 2026, il che dovrebbe continuare a limitare rischi di ribasso significativi”. Inoltre, le stime relative alla domanda di monete e lingotti rimangono invariate, con una domanda fisica sul fronte retail che dovrebbe attestarsi a circa 1.400 tonnellate per l’anno. In ogni caso, il principale catalizzatore a breve è lo sblocco di Hormuz. “Lo scenario di base è che il calo delle scorte sul mercato petrolifero diventi sempre più marcato nelle prossime settimane, costringendo a una risoluzione”, rimarca Kinsella. In questo caso, a suo parere, con tutta probabilità calerebbero i rendimenti a breve e ci sarebbe un leggero indebolimento del dollaro, che fornirebbe un supporto al rialzo marginale per l’oro.
“Le previsioni a breve termine sono state riviste al ribasso a circa 4.600 dollari l’oncia, mentre quelle a lungo termine rimangono invariate a 6.000 dollari”, afferma quindi l’esperto di UBP, secondo cui i rischi nel breve sono orientati al ribasso, in particolare nel caso in cui l’attuale conflitto dovesse rimanere irrisolto o aggravarsi. Peuron rimane costruttiva anche nel medio termine, poiché i fondamentali sottostanti, cioè gli acquisti delle banche centrali e i volumi degli ETF, a suo parere continuano a rimanere solidi. “Se l’inflazione dovesse consolidarsi su livelli elevati, è probabile che l’oro torni a svolgere il proprio ruolo di asset protettivo a seguito del nuovo ciclo di rialzo dei tassi”, afferma. Facendo notare come, nel prossimo futuro, rimanga comunque elevato il rischio di un aumento della spesa pubblica, elemento che potrebbe nuovamente sostenere le quotazioni. Al contrario, completa, se il conflitto dovesse concludersi rapidamente senza determinare un’accelerazione dell’inflazione, la Federal Reserve potrebbe cercare di stimolare l’economia riprendendo il ciclo di tagli al costo del denaro. “Entrambi gli scenari risultano favorevoli per l’oro”, evidenzia.
L’occasione dei titoli auriferi
Imaru Casanova, portfolio manager di VanEck per i metalli preziosi di VanEck
Infine, Imaru Casanova, portfolio manager oro e metalli preziosi di VanEck, invita a guardare ai titoli auriferi. “Nonostante la solidità dei fondamentali, il comparto presenta una caratteristica sorprendente: le società stanno generando flussi di cassa record, ma rimangono valutate a livelli relativamente bassi”, sostiene. A suo parere le attuali quotazioni azionarie sembrano riflettere ipotesi più conservative rispetto ai prezzi correnti del metallo giallo. “Ciò potrebbe indicare un potenziale di re-rating se le condizioni di mercato resteranno favorevoli, anche se gli esiti dipenderanno da fattori più ampi”, conclude.
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