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Fida ha passato in rassegna le classi di fondi aperti con focus sul debito europeo che sono autorizzati alla vendita presso la clientela retail in Italia. Primato per l’high yield mentre la volatilità penalizza gli Etf
Quello appena concluso è stato un anno molto difficile per il reddito fisso, che ha perduto la tradizionale decorrelazione con l’equity facendo registrare consistenti perdite. E se gli investitori oltreoceano hanno sofferto soprattutto la politica monetaria della Fed, quelli focalizzati sul mercato europeo hanno dovuto fare i conti anche con il rincaro dell’energia. A due mesi dall’inizio di un 2023 in cui gestori e analisti intravedono segnali di ripresa dopo il grande storno del 2022, abbiamo passato in rassegna i migliori prodotti focalizzati proprio sul debito del Vecchio Continente per cercare di individuare schemi ricorrenti e indicazioni utili ad affrontare il nuovo contesto di investimento.
Le classi di fondi comuni che investono nel segmento sono 3.989, di cui 1.631 autorizzate alla vendita ad investitori retail italiani. Gli Exchange traded fund ammontano invece a 612 ma, tra questi, appena 148 risultano quotati su Borsa Italiana. La società di ricerca Fida (Finanza Dati Analisi) ha analizzato per FocusRisparmio gli andamenti registrati fino al 1° marzo 2023 da questi strumenti (raggruppati in categorie omogenee per politica di investimento e altre caratteristiche quali-quantitative). Ecco cosa è emerso dallo studio.
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Tanta Eurozona ma di breve durata
Come si può osservare, la categoria più rappresentata accorpa i fondi focalizzati sulle emissioni dell’Eurozona, sia corporate che governative. I primi sono quelli a scadenza 1-3 anni: la categoria gode infatti di un amplissimo paniere di riferimento, soprattutto in relazione agli emittenti, che consente ai gestori di esercitare al meglio le loro competenze in termini di analisi dei fondamentali. A seguire, sempre per numerosità dei prodotti presenti, figurano quelli senza limiti riguardo alla duration: si tratta di un paniere di potenziali titoli ancora più ampio ed inclusivo. Sporadici, invece, i prodotti che guardano a bond provenienti da Paesi del Vecchio Continente sprovvisti della moneta unica: da questo punto di vista, a spiccare in negativo è soprattutto il dato relativo agli Emergenti.
Spostandosi invece all’universo della gestione passiva, a farla da padrone sono sempre i governativi Area Euro purché privi di ulteriori specificazioni di duration.
Categorie di fondi ed Etf sull’obbligazionario europeo con relativa numerosità. Fonte: Fida
L’analisi quantitativa mette in luce diversi aspetti interessanti, primo tra tutti la potenziale inversione di tendenza che sta avvenendo nell’anno da poco iniziato: la distribuzione dei rendimenti da gennaio fa infatti emergere performance perlopiù positive, mentre per ogni altro orizzonte temporale preso in esame i ritorni si presentano universalmente negativi. In secondo luogo, spicca il premio riconosciuto ai prodotti di gestione attiva, corporate e high yield in particolare, con risultati che arrivano al 2,77%: si tratta di strumenti che sono focalizzati sull’Europa nel complesso, includendo quindi sia i Paesi membri dell’unione monetaria sia quelli esterni.
La top ten 2022 dei fondi obbligazionari europei. Fonte: Fida
La bassa duration paga
Con riferimento al 2023 sono le duration più elevate a presentare i risultati migliori, mentre con orizzonti temporali dall’anno in scadenze brevi e brevissime godono di un vantaggio competitivo: il risultato potrebbe essere controintuitivo; nelle ultime settimane la politica monetaria attuata dalla Bce continua ad inasprirsi con lo stesso ritmo dello scorso anno. Non si esclude quindi che il mercato stia già scontando la conclusione del processo di normalizzazione dei tassi ufficiali, nonostante per il prossimo 16 marzo sia previsto un ulteriore rialzo di ben 50 punti base ad opera della banca centrale.
Il primato dell’high yield
A livello di emittenti, si dimostrano premianti sia le obbligazioni governative sia quelle societarie mentre, in termini di asset class, a svettare è prevalentemente il credito high yield anche se a fronte di una maggiore rischiosità (fattore da non sottovalutare alla luce delle tante incognite che ancora restano all’orizzonte).
Valore aggiunto e meno volatilità per l’attivo
Da sottolineare inoltre che, proprio in coincidenza col rialzo dei tassi (che ha contribuito in misura significativa a restituire redditività alla componente obbligazionaria di portafoglio), la gestione attiva si è rivelata capace di generare valore aggiunto rispetto ai prodotti passivi, i quali presentano vantaggi in termini di costo ma di entità trascurabile in uno scenario dominato dall’incertezza come quello attuale. Un ulteriore elemento a vantaggio dei fondi rispetto agli Etf è rappresentato infine dalla capacità di fronteggiare la volatilità, che pare sistematicamente più contenuta.
L’opinione contrarian
C’è però chi continua a nutrire riserve sull’obbligazionario del Vecchio Continente. È il caso di due esponenti di PGIM Fixed Income: Jonathan Butler, head of European Leveraged Finance, e Robert Cignarella, head of US High Yield. I due esperti sono infatti convinti che l’high yield sia il semento su cui puntare in questo 2023 ma credono più negli Stati Uniti che nell’Europa: “Nonostante i miglioramenti, ci aspettiamo che le prospettive per l’inflazione europea restino incerte a causa della maggiore sensibilità ai prezzi energetici e alle interruzioni lungo le catene di approvvigionamento dovute alla guerra. Questa situazione rende più probabile che la Bce sia costretta a mantenere l’atteggiamento aggressivo più a lungo della Fed”.
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