Dal 2000 la performance è stata del 15% contro il 10% delle Borse. Vecchio Continente sugli scudi, con un crescita del 12% dal 2019. E il private equity cede sempre più il passo alle infrastrutture. Tra rischi e opportunità, la fotografia dall’Alfi Private Markets Meeting 2025
Da un lato, la nuova frontiera per i portafogli multi-asset. Dall’altro, una sfida per investitori e asset manager. È questa la fotografia degli alternativi scattata dall’Alfi Private Markets Conference, l’evento annuale con cui l’associazione dei fondi lussemburghesi riunisce nel Granducato la comunità finanziaria per analizzare stato di salute e prospettive dell’asset class. Dai panel che hanno animato la prima giornata di lavori è infatti emerso come private equity & Co. abbiano sovraperformato i mercati pubblici costantemente negli ultimi 20 anni e ora valgano quasi 20mila miliardi di dollari a livello globale. Un fenomeno positivo per l’industria del gestito ma da approcciare con cautela, a causa della complessità e dell’ampia dispersione osservabili.
Gilles Roth, ministro delle Finanza del Lussemburgo
Ad aprire le danze è stato il ministro delle Finanze lussemburghese, Gilles Roth, che ha rimarcato come quello del Paese sia un osservatorio privilegiato sul segmento proprio in ragione del peso rivestito dall’industria locale nel panorama europeo. “La nostra industria L’industria gestisce circa 7.400 miliardi di euro in asset, per due terzi in UCITS e per un terzo in alternative, ma la quota di questi ultimi è triplicata dal 2018”, ha detto il titolare del Tesoro, che ha sottolineato come oltre metà dei fondi di private capital gestiti l’anno scorso in Europa abbia sede presso il Granducato e sia venduta in più di 80 Paesi nel mondo. “Siamo una piattaforma globale e non solo locale”, ha aggiunto, per arrivare a indicare le sfide in chiave futuro: “Il Vecchio Continente ha bisogno degli alternativi per rinnovare il settore finanziario, accelerare la transizione energetica e offrire agli investitori quei rendimenti a lungo termine che vanno cercando in un contesto di tensioni economiche e geopolitiche”.
Un’ascesa ininterrotta
L’analisi dello stato di salute e della prospettive del comparto è stata invece affidata all’intervento di Laura Merlini, managing director EMEA per CAIA, che ha mostrato i risultati di uno studio congiunto tra la sua associazione e la stessa Alfi. “Dal 2005 al 2024 il private equity ha registrato una performance media del 15% contro il 10% dell’azionario quotato”, ha spiegato l’esperta, “mentre il ritorno su base annua è stato superiore a quello del corrispettivo pubblico per ben 13 anni sui 20 coperti dalla rilevazione”. Dati dai quali si evincono chiaramente le ragioni per cui sempre più gestori e investitori stanno sviluppando interesse verso l’asset class, con la ricerca che stima un aumento del patrimonio globale da inizio millennio del 1.700%: era meno di mille miliardi nel 2000, si attesa a quasi 18mila miliardi di dollari oggi.
Non è tutto, però. Lo speech di Merlini ha anche messo in luce un altro trend: a guidare la corsa è l’Europa. Non in termini di masse assolute, ma come tasso di espansione. Mentre infatti il mercato globale ha registrato una crescita composita quinquennale pari a circa il 10%, nel Vecchio Continente lo stesso dato si attesta al 12%. Questo significa che, dai 200-300 miliardi di dollari raggiunti nel 2000, oggi la sponda orientale dell’Atlantico può vantare un’industria alternativa dal valore superiore a 3mila miliardi: segno che il gap con gli USA si sta progressivamente riducendo. E se all’inizio erano soprattutto gli investimenti in capitale di rischio a sostenere la crescita, ha spiegato l’esperta, negli ultimi anni altri segmenti hanno iniziato a offrire il contributo maggiore: “Dallo scoppio della crisi finanziaria globale il private equity ha visto il suo peso sul totale delle masse scendere dal 66% al 50%, mentre il private credit ha raggiunto il picco di crescita nel 2021 con 301 miliardi di raccolta e da allora sono le infrastrutture il settore interessato dal maggiore sviluppo”.
Le sfide per gestori e investitori
Eric Deram, managing partner di Flexstone
Una trend, quello evidenziato dalla rappresentante di CAIA, che porta in dote agli asset manager opportunità ma anche sfide. Lo hanno sottolineato, tra gli altri, i tre rappresentanti dell’industria intervenuti alla tavola rotonda sul ruolo degli alternativi nei portafogli multi-asset: Eric Deram, amministratore delegato di Flexstone Partners, Georgi Kyosev, executive director di Robeco Indices, e Alexandra Solnik, head of Investor Relations per i private assets di BNP Paribas AM. Un confronto che è partito da due spunti, sempre ad opera delle rilevazioni CAIA-Alfi: mentre la quota di alternativi nei portafogli degli investitori istituzionali e dei super ricchi o dei loro family office si attesta al 22%, tra gli high net worth individuals si ferma ad appena il 4% e quindi non raggiunge un controvalore medio di nemmeno 30 milioni. Solnik ha evidenziato come il grande interesse del mercato ruoterà intorno ai ritorni più alti che questo universo è in grado di offrire e al suo contributo a livello di diversificazione. Deram e Kyosev, pur riconoscendo che gli alternativi passeranno dall’essere elementi satellite a veri e propri building blocks, si sono invece soffermati su due criticità cui occorrerà porre rimedio per evitare distorsioni: la mancanza di specializzazione di cui soffrono molti operatori che si sono lanciati su questo mercato e la necessità di fare più due diligence sulle società oggetto di investimento, specie a fronte dell’elevata dispersione dei rendimenti osservabili nella categoria. Ai tre si è aggiunta la moderatrice del panel Sophie Védrine-Binninger, partner di Forvis Mazars Luxembourg, che ha citato una ricerca KKR secondo cui un portafoglio composto per il 30% da alternativi sovraperforma il classico mix 60-40 del 3% annuo e riduce la volatilità del 24%. “È un risultato molto significativo,” ha detto.
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