Dai premi di rendimento alla crescita delle masse, gli alternativi stanno ridisegnando i portafogli globali. E, secondo l’esperta, anche l’Europa sarà interessata. Ma per colmare il gap tra istituzionali e clienti privati serve spingere sull’educazione finanziaria
Laura Merlini, Managing Director EMEA della CAIA Association
La traiettoria degli alternativi non è più un fenomeno ciclico ma una trasformazione strutturale che si riflette nelle performance, nei flussi e nella profondità del mercato. Lo ha evidenziato Laura Merlini, Managing Director EMEA della CAIA Association, intervenendo alla tavola rotonda organizzata da FocusRisparmio il 26 novembre per approfondire insieme a esperti e addetti ai lavori gli spunti offerti dal Dossier Mercati Privati del Magazine di settembre-ottobre. Dai rendimenti ventennali che vedono il Vecchio Continente spesso competere e talvolta superare la media globale all’accelerazione nelle masse gestite fino al boom del secondario, sono infatti tanti i segnali che l’esperta interpreta come testimonianza di un trend secolare. Anche se un avvertimento rimane: “Sulla democratizzazione c’è ancora molta strada da fare”.
Merlini ha analizzato i risultati registrati dagli alternativi negli ultimi 20 anni. Uno sforzo dal quale è emerso un risultato netto: i mercati privati continuano a produrre un differenziale di performance significativo. “Nel buyout si è registrata un risultato del 12,9% a livello globale”, ha spiegato ad esempio l’esperta, “con l’Europa che ha addirittura messo a segno un rendimento annualizzato del 13,6%”. E anche negli altri segmenti è possibile osservare dinamiche simili: il private credit continentale ha reso il 7,7% a fronte di un 8,6% complessivo, mentre nelle infrastrutture il ritorno medio è stato del 7,6%. L’unica eccezione sembra dunque essere rappresentata dal real estate, il cui bilancio parla di un +3,2% contro il 5% messo a segno dal corrispettivo quotato ma Merlini ritiene vada valutato per ciò che è: “Un generatore di reddito con potenziale apprezzamento e non un sostituto dell’equity”. Dove però il premio associato agli alternativi emerge con maggiore evidenza è il confronto con i mercati pubblici: “L’MSCI Europe viaggia al 5,9% annualizzato e il World all’8,5%”, ha infatti osservato Merlini, “mentre il classico portafoglio 60-40 non va oltre il 5,3% nel Vecchio Continente e il 6,2% globale”. Secondo la dirigente CAIA, a colpire è anche la costanza del differenziale: “Questi pattern si mantengono su intervalli temporali che vanno dai cinque fino ai 15 anni”, ha detto, “suggerendo un cambiamento strutturale”.
L’accelerazione europea: crescita più rapida del resto del mondo
Il secondo driver individuato da Merlini è proprio la velocità con cui l’Europa sta ampliando il proprio peso nel mercato. “Stiamo crescendo più rapidamente del resto del mondo, avendo registrato un +12% annuo nel 2024 contro il 10% globale”, afferma. Una dinamica che si riflette anche sulla distribuzione delle masse in gestione, con gli asset privati che sfiorano i 18mila miliardi nel mondo e il Vecchio continente a rappresentare il 25% di questo ammontare. Tra le asset class più dinamiche l’esperta del CAIA ha indicato soprattutto le infrastrutture, anche per effetto di priorità politiche e industriali dell’UE che vanno dalla transizione energetica alla sostenibilità fino alla promozione degli investimenti legati all’economia reale. “Da sottolineare il ruolo del real estate”, ha spiegato, “nel quale il blocco a est dell’Atlantico vanta un primato assoluto grazie un rendimento annualizzato dell’8,1%”.
Uno dei temi più critici affrontati da Merlini riguarda la pressione sulla liquidità. “Per otto anni consecutivi nel private equity le capital call hanno superato le distribution”, ha ricordato la specialista, sottolineando come questa situazione abbia finito per favorire l’esplosione del mercato secondario: dai 42 miliardi di euro del 2013 ai 162 miliardi di fine 2024. I GP-led secondaries oggi rappresentano circa la metà del volume, grazie anche alla crescita dei continuation funds e di soluzioni pensate per affrontare problemi molto concreti degli investitori: “Mancanza di liquidità, necessità di estendere l’orizzonte d’investimento, gestione della concentrazione”.
Il grande gap della democratizzazione
Nella disamina di Merlini sullo stato di salute dei mercati privati non sono mancati però alcuni punti critici, a partire dalla distanza che ancora separa gli investitori professionali e quelli privati. “Se infatti i portafogli istituzionali hanno in media un’allocazione del 22% agli alternativi”, ha sottolineato l’esperta, “quelli private si fermano sotto il 5%”. Un gap di quasi venti punti percentuali che, dal suo punto di vista, preclude enormi opportunità di performance a una fetta di clientela potenzialmente centrale nell’ascesa dell’asset class. “L’innovazione normativa e di prodotto sta modificando parzialmente lo scenario”, ha precisato Merlini in un chiaro riferimento a novità come i veicoli semi-liquidi e gli ELTIF di nuova generazione, “ma non si può negare che la strada da percorrere per una piena democratizzazione sia ancora lunga”. “Non si tratta solo di accesso”, ha quindi aggiunto, ma di fattori come la consapevolezza del rischio e capacità di valutare veicoli complessi. Tutte qualità che afferiscono alla sfera dell’educazione finanziaria.
Chiudendo il suo intervento, Merlini ha offerto una sintesi che fotografa il momento storico: la domanda su se gli alternativi debbano entrare nei portafogli è stata superata. I dati, la performance, la struttura dei mercati indicano una direzione ormai chiara. Gli interrogativi che restano sullo sfondo sono dunque altri: A che velocità? Come? Con quali strumenti? E soprattutto con quali competenze, in un contesto in cui la complessità cresce e il ruolo del gestore e dell’analisi torna a essere decisivo.
Secondo una survey di Preqin, gli alternativi sono scesi dal 21,2% al 17% dei portafogli istituzionali tra dicembre 2025 e lo scorso giugno. A pesare il rallentamento del ciclo dei capitali e maggior attenzione alla liquidità. Ridimensionato il sentiment sul private credit, ma l’interesse per equity e infrastrutture resta
Secondo le stime di Neuberger Berman, l’88% prevede di investire entro cinque anni. In testa private equity e infrastrutture. A far da traino è la domanda di diversificazione. La conoscenza degli ELTIF sale al 74%. Gli italiani preferiscono i fondi draw-down
Uno studio mostra che l’apertura al retail può spingere i fondi alternativi a puntare su società meno mature e a mantenerle per un tempo maggiore in portafoglio, con effetti positivi anche sui risultati. Ma serve che i nuovi investitori abbiano un approccio paziente. In caso contrario, si rischia una pressione verso exit premature
Nel primo semestre 2026 gli investimenti in private equity e venture capital si fermano a 5,1 miliardi di euro, appena il 2% in meno rispetto a un anno prima, Ma il fundraising crolla del 60% a 674 milioni. Il buyout traina gli impieghi, mentre il venture capital resta primo per numero di operazioni. I dati Aifi e PwC
Nel secondo semestre il nuovo indice messo a punto dalla società per saggiare il polso degli investitori resta ben sopra la soglia neutrale, pur arretrando dai 60,1 punti del primo semestre. Condizioni di finanziamento favorevoli ai lender e impegni istituzionali resilienti fanno da traino. Stabile la qualità del credito
Una survey di KKR rileva un interesse crescente tra i clienti con almeno 500mila dollari di asset. Ma il 42% indica la mancanza di informazioni come principale barriera. Per il 53% il confronto in presenza con il consulente resta il canale preferito per orientarsi
Per S&P, la scarsa attività di exit sta portando a una biforcazione strutturale del settore. I grandi operatori continuano a crescere, mentre sui piccoli aumenta la pressione. E all’orizzonte c’è una nuova fase di consolidamento
Normativa europea, prodotti semiliquidi e una base di risparmio solida rendono il Belpaese un mercato ad alto potenziale per gli alternativi. Ma aprire le porte agli investitori retail non basta
Per il centro di ricerca dell’associazione, gli investimenti nel credito privato hanno raggiunto i 2.600 miliardi di dollari a livello globale anche grazie all’ingresso della clientela al dettaglio. Ma la democratizzazione richiede tutele, migliore gestione della liquidità e specializzazione. A rischio la resilienza di tutto il mercato
Il Global Private Capital Report 2026 di Ropes & Gray fotografa un settore ancora resiliente, ma alle prese con vincoli strutturali. Raccolta ed exit restano sotto pressione, mentre continuano a crescere i continuation fund. Tra boom dell’AI e il ruolo centrale dell’Europa, ecco le prospettive per il resto dell’anno
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