Hormuz è tornato l’osservato speciale degli investitori. Nessun analista vede un ritorno a scenari di guerra totale, ma tutti raccomandano di non sottovalutare i rischi. E di rafforzare la diversificazione
Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran è ormai archiviato e i mercati restano sotto pressione. L’esercito americano continua infatti ad attaccare Teheran e il presidente Donald Trump ha annunciato di voler controllare lo Stretto di Hormuz, imponendo una protezione a pagamento alle navi che l’attraversano. Il petrolio è quindi tornato a salire fino a sfiorare gli 85 dollari al barile, i bond hanno accusato un sell-off generalizzato e il biglietto verde si è rafforzato contro tutte le principali valute. Tra i gestori, però, prevale l’idea che le parti restino, almeno per ora, incentivate a evitare una guerra su vasta scala, anche se la cautela è d’obbligo. Data l’imprevedibilità degli sviluppi, infatti, sono tutti d’accordo che proteggere i portafogli sia la priorità. Con una parola d’ordine: diversificazione.
Hormuz resta il sorvegliato speciale. Mente gli USA hanno risposto agli attacchi iraniani in Bahrein e Kuwait revocando a Teheran la licenza per l’esportazione di petrolio e avanzando, appunto, l’ipotesi di imporre tariffe sul transito marittimo nello Stretto, l’IRGC ha minacciato apertamente alcuni leader statunitensi ed europei. Intanto, il memorandum d’intesa siglato a metà giugno, che prevedeva il pieno ritorno alla normalità del traffico entro trenta giorni giorni, è ormai vicino alla scadenza e il transito delle navi è tornato a calare. L’Iran sostiene che il passaggio sia di nuovo chiuso, Washington insiste che resti aperto, mentre Pakistan e Qatar continuano a mediare.
La reazione cauta dei mercati
Per il Team advisory & gestione di Intermonte, stiamo assistendo a un ritorno dei timori geopolitici capace di penalizzare in modo asimmetrico le diverse piazze: i mercati europei e asiatici hanno infatti accusato il colpo più di Wall Street, che ha mostrato maggiore resilienza. Secondo gli analisti, la ripresa del traffico navale, salito a fine giugno a circa il 50% dei livelli pre-bellici, rischia di arrestarsi di nuovo. “L’attuazione del memorandum of understanding entra ora in una fase delicata”, avvertono.
Daniela Hathorn e Kyle Rodda, senior market analyst di Capital.com, sono convinti che gli investitori stanno reincorporando parte del premio per l’inflazione nei prezzi degli asset. Tuttavia, analizzano, la risposta è stata meno drammatica rispetto alle fasi iniziali del conflitto, riflettendo un cambiamento nel modo in cui i mercati valutano la situazione. “Anziché considerare lo Stretto semplicemente come aperto o chiuso, lo vedono sempre più come un continuum di perturbazioni, dove i volumi di trasporto marittimo, i costi assicurativi e i rischi operativi possono fluttuare senza necessariamente portare ad un arresto”, spiegano. Precisando che questa valutazione più sfumata ha contribuito ad evitare un’altra brusca correzione dei prezzi sui mercati finanziari, nonostante i rischi geopolitici rimangano elevati.
Anthony Willis, senior economist di Columbia Threadneedle Investments
Anche Anthony Willis, senior economist di Columbia Threadneedle Investments, fa notare come le reazioni dei mercati azionari siano state finora relativamente pacate. Questo, a suo parere, potrebbe riflettere l’idea che si tratti solo di un’altra battuta d’arresto sulla strada verso la pace, piuttosto che un ritorno a una guerra su vasta scala. Tuttavia, avverte, “potrebbero esserci rischi che stiamo sottovalutando, con la possibilità che la questione si protragga più a lungo e che l’interruzione dello Stretto di Hormuz continui per periodi ancora più estesi”. Inoltre, guardando a Fed, BCE e BoE, fa notare come gli investitori stiano ora scontando pienamente un rialzo dei tassi per tutte e tre le banche centrali entro la fine di ottobre: “Ciò implica che le aspettative sull’inflazione cambieranno man mano che i prezzi del petrolio continueranno a salire”. Il suo avvertimento è quindi di “non togliere troppo rischio dal tavolo” perché “i mercati finanziari sono diventati molto abili nel guardare oltre molti di questi pericoli”. Un blocco prolungato o una nuova escalation potrebbero, infatti, “comportare ulteriori rischi legati a carenze di approvvigionamento e aumenti dei prezzi”.
Petrolio, prospettive invariate
Sulla stessa linea Norbert Rücker, head of economics & next generation research di Julius Baer, che mantiene un approccio cauto. “Pur riconoscendo che la situazione è in continua evoluzione, la nostra migliore valutazione è che il conflitto rimanga in una fase negoziale”, afferma. Gli ultimi mesi hanno dimostrato, osserva, che per intaccare davvero la crescita economica è necessario un forte aumento del barile, ben oltre i cento dollari: “I livelli attuali difficilmente provocheranno danni significativi”, sostiene. Inoltre, a suo parere, tutto questo dovrebbe rafforzare l’impegno a mantenere ed espandere le rotte commerciali alternative in uscita dalla regione del Golfo. “Grazie all’intenso flusso di petrolio e di altre merci attraverso Hormuz nelle ultime settimane, le catene di approvvigionamento dovrebbero essere in grado di assorbire quella che sembra configurarsi come un’interruzione più prolungata di quanto previsto”, precisa. Aggiungendo che, comunque, il quadro generale caratterizzato da vincoli strategici e pragmatismo economico con tutta probabilità prevarrà. “Pur riconoscendo l’aumento dell’incertezza nel breve termine, manteniamo la nostra valutazione cauta sul petrolio, poiché le prospettive di lungo periodo di un’offerta abbondante restano, finora, invariate”, afferma.
Mark Haefele, responsabile globale degli Investimenti di UBS Global Wealth Management
Anche per Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management, nonostante il protrarsi delle ostilità “evidenzi la difficoltà di raggiungere un accordo duraturo” e getti ombre sul futuro dell’intesa, entrambe le parti “mantengono la motivazione a evitare un ritorno a una guerra aperta”. Inoltre, nel frattempo, utili solidi e un’economia resiliente continuano a sostenere i listini. Per questo, l’esperto conferma l’opinione secondo cui le azioni globali abbiano ancora margini di crescita, così come ribadisce l’attesa di un calo dei rendimenti obbligazionari nel momento in cui i mercati ridimensioneranno le aspettative relative a una stretta monetaria. Agli investitori, Haefele suggerisce quindi il mantenimento di un portafoglio diversificato. E per aumentarne la resilienza consiglia “di valutare l’esposizione a un paniere diversificato di materie prime, di adottare strategie di preservazione del capitale per garantire un posizionamento più difensivo e di includere una quota di investimenti in strumenti alternativi, quali ad esempio gli hedge fund”.
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