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L’economia tricolore si espanderà dello 0,8% quest’anno e il prossimo, sotto la media UE. “Manovra difficile, non si riuscirà a ridurre il debito”. E se vince Trump, meno crescita per tutti
La super inflazione è ormai alle spalle e l’Italia potrà tonare a crescere, seppure a un ritmo modesto e inferiore alla media dell’Eurozona. Sono le previsioni contenute nell’ultimo rapporto di Prometeia, secondo cui il PIL tricolore si espanderà dello 0,8% sia quest’anno sia il prossimo (meno dell’1% atteso dal governo), dopo lo 0,7% del 2023, e proseguirà poi “senza sbalzi” con un incremento medio dello 0,7% da qui al 2027, contro l’1% della media dell’Area. “Una crescita bassa, che non potrà più contare sulle politiche fiscali espansive degli ultimi anni, ma senza recessione”, precisa il documento.
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Quanto al carovita, nei primi otto mesi dell’anno si è attestato all’1,1%, sotto la media Eurozona del 2,6%. Ora ci si aspetta un leggero aumento in autunno, ma “non è più motivo di grande preoccupazione”. I costi energetici sono rientrati e non c’è stata una spirale salari-prezzi; anzi, vi è spazio per aumenti delle retribuzioni.
La sfida della manovra
In questo contesto, avvertono gli analisti Prometeia, la preparazione della manovra “incontra varie difficoltà”. Deve infatti comporre i vincoli della procedura, l’orizzonte programmatico di sette anni, le nuove regole, gli accordi con la Commissione su investimenti, riforme e andamento degli indicatori che andranno inseriti nel nuovo Piano strutturale. Il buon andamento del gettito rende solo un po’ meno impervia la strada per trovare le coperture delle politiche invariate, che dovranno includere misure di contenimento delle spese. Di qui la raccomandazione: “Il primo passo per dimostrare che abbiamo chiara la posta in gioco è attuare al meglio il Pnrr”, scrivono gli esperti. Sottolineando come nel frattempo non si possa sperare in balzi di crescita, ma al massimo di non perdere troppo terreno rispetto alla media europea. Sul fronte debito pubblico, invece, non ci sono neppure le speranze: “non riusciremo a ridurlo” è la sentenza. La stima lo vede al 141% del PIL nel 2027, precisando che una strategia credibile di progressivo taglio “potrebbe mantenere lo spread sui nostri titoli sovrani basso e aiutare il processo, rendendo così la stance fiscale meno restrittiva”.
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Il nuovo quadro di politica monetaria
Allargando lo sguardo, secondo Prometeia, tassi di politica monetaria più bassi in Europa, negli Stati Uniti e probabilmente in molti Emergenti aiuteranno a evitare un rallentamento drastico dell’economia mondiale. In particolare, si prevede che la Federal Reserve ridurrà il costo del denaro di altri 50 punti base entro quest’anno. “Ci attendiamo che successivamente porti il tasso sui Fed funds tra il 3,25% e il 3,5% entro luglio 2025 tramite quattro ulteriori interventi di 25 punti base ciascuno nella prima parte del 2024”. Contrariamente alle attese dei mercati, per gli esperti un soft landing dell’economia a stelle strisce non richiede interventi più aggressivi: una volta terminato l’allentamento, la curva a termine tornerà ad avere un’inclinazione positiva.
Anche per la Banca centrale europea si stima un significativo taglio. L’attesa è di un ulteriore abbassamento di 25 punti base nel dicembre 2024 e di altre tre sforbiciate entro giugno 2025, con un il tasso di remunerazione dei depositi che arriverà al 2,5%. “Anche considerando la possibilità che la BCE continui a ridurre lo stock di titoli acquistati durante i programmi App e Pepp per tutto il periodo di previsione, la liquidità alla fine del periodo sarà ancora superiore rispetto al periodo pre-pandemia”, si legge. Questo contribuirà a mantenere i tassi a breve termine sostanzialmente allineati con quello di remunerazione dei depositi, ma porterà anche a rendimenti più elevati per i titoli di Stato a lunga scadenza, dato il bisogno dei Paesi europei di collocare quantità maggiori di di debito sul mercato.
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Con i dazi di Trump meno crescita per tutti
Intanto, mentre crescono i timori di una frenata della domanda interna negli Stati Uniti, altro fronte di rischio è costituito dalle elezioni presidenziali del 5 novembre. Le differenze nelle agende di politica economica tra Donald Trump e Kamala Harris, unite all’incertezza sull’esito delle urne, generano infatti un clima di instabilità che inevitabilmente influisce su investimenti e consumi. In particolare, la piattaforma dell’ex presidente, che prevede l’aumento delle tariffe e un maggiore controllo sull’immigrazione, potrebbe portare a una risalita dell’inflazione e a una contrazione del PIL. E il prospettato taglio delle tasse sulle imprese non basterebbe a compensare gli effetti negativi su consumi e crescita della ripresa dei prezzi. Di contro, in uno scenario Harris, il sostegno alle famiglie compenserebbe, ma solo leggermente, il calo degli investimenti dovuto all’aumento delle imposte sulle imprese. “Nel complesso, il rischio maggiore per l’economia globale rimane legato a un possibile aumento delle tariffe su tutte le importazioni statunitensi, così come prospettato da Trump”, conclude il report.
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