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Salgono al 57% le famiglie che riescono ad accantonare. Il 28% dei portafogli è in obbligazioni. Cala il gestito, la Borsa resta per pochi e la liquidità è considerata un bene rifugio. L’indagine Intesa-Einaudi
L’alta inflazione degli ultimi mesi ha colto alla sprovvista gli italiani, ma non ha abbattuto i loro redditi e risparmi. Tanto che oggi il 95% dei cittadini si dice finanziariamente indipendente, contro il 93% del 2022. E la quota delle famiglie che riesce ad accantonare è salita al 54,7%, dal precedente 53,5%, mantenendosi sui valori massimi del pre-pandemia. È quanto emerge dall’indagine su risparmio e scelte finanziarie degli italiani 2023, presentata da Intesa Sanpaolo e Centro Einaudi. Secondo il report, i bond si rivelano l’investimento preferito degli italiani. Infatti, l’aumento delle obbligazioni nei portafogli compensa in parte la fuga dal risparmio gestito, mentre resta forte l’amore per la liquidità, vista come un bene rifugio, e per il mattone.
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Aumenta il risparmio, ma soprattutto in funzione precauzionale
Nonostante la corsa dei prezzi e il difficile contesto economico, quest’anno gli italiani sono riusciti a risparmiare in media il 12,6% del proprio reddito, in aumento dall’11,5% del 2022. Tra le motivazioni che spingono ad accantonare, risaltano la casa (30%) e i figli (16%) mentre solo il 5% mette da parte risorse per far fronte all’aumento dei prezzi. Preoccupa, però, il numero di famiglie in condizioni di fragilità finanziaria: se insorgesse una spesa imprevista di 5 mila euro, appena il 37% avrebbe una disponibilità immediata per farvi fronte. Inoltre, a causa dell’impatto dell’inflazione, è in calo la percentuale di chi ritiene il proprio reddito sufficiente o più che sufficiente a mantenere un tenore di vita accettabile, sia oggi che al momento della pensione. Con i giovani più preoccupati della media, i laureati più ottimisti, gli uomini più sicuri e le donne più timorose. Guardando infine alle aspettative a 12-18 mesi, i pessimisti prevalgono sugli ottimisti, sia con riferimento alle variabili che incidono maggiormente sulla vita famigliare (reddito, consumi, risparmio, imposte sulla persona), che su quelle macroeconomiche (l’economia italiana) o geopolitiche (situazione internazionale).
Più obbligazioni e meno gestito. La Borsa resta per pochi
Quanto agli investimenti finanziari, l’indagine conferma il rinnovato appeal delle obbligazioni tra gli italiani. Circa un quarto dei risparmiatori investe nei bond, che costituiscono il 28% del portafogli (era il 23% l’anno scorso). L’aumento compensa solo in parte la flessione del risparmio gestito che, dopo un decennio d’oro, ha subito uno scossone. Scendono infatti dal 17,3% al 15,5% i possessori di fondi e Sicav e dal 9,3% all’8,4% quelli di gestioni patrimoniali. Salgono invece lievemente i detentori di Etf (dal 3,3% al 4,1%) e polizze unit-linked (dal 4% al 4,6%). Secondo gli esperti di Intesa Sanpaolo, con il tempo, l’aumento delle competenze finanziarie produrrà una clientela sempre più esigente: un processo inevitabile, ma positivo sia per le famiglie che per l’industria del gestito.
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Nello stesso decennio aureo, viene sottolineato nello studio, gli investimenti alternativi hanno rappresentato una risposta meno strutturata alla domanda di maggior rendimento dei portafogli. Oggi i metalli preziosi raccolgono la quota prevalente di interessati (23,2%), seguiti dagli investimenti etici ed Esg (13,1%). Il mondo delle criptovalute si afferma invece al quarto posto, dopo gli investimenti in arte e antiquariato. Il rischio collegato alle monete digitali non sembra impensierire i più giovani, i risparmiatori con redditi elevati e quelli con alti livelli di istruzione. Infine, l’interesse all’investimento alternativo nelle start-up (7%) ha ritrovato smalto nella fascia di età 25-34 anni (15,4%).
Secondo l’indagine, invece, la Borsa rimane per i piccoli risparmiatori un “terreno da dissodare”. Anche se nel 2023 una piccola scossa c’è stata: si è riproposto infatti il tema della protezione dall’inflazione attraverso l’investimento azionario. E, anche se per il momento gli acquisti netti non si sono ancora mossi, non è escluso che possa accadere in futuro. Inoltre il 2022, anno “orribile” per i mercati, non ha desertificato la Borsa, che rimane comunque una scelta minoritaria, con una presa radicata in una comunità di investitori consapevoli che non supera annualmente il 5% del campione.
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La liquidità? Per gli italiani è un bene rifugio
La quota di ricchezza detenuta in forma liquida ha toccato nel 2023 il 48%, in aumento rispettto al 44% dell’anno scorso. E il paradosso è che viene vista da molti risparmiatori come un bene difensivo alla pari dell’oro. Ma mentre il lingotto attrae l’interesse del 23,2%, la liquidità è considerata difensiva dal 34%. D’altra parte, stando all’indagine, solo il 38% è in grado di dare una definizione corretta dell’inflazione: oltre un quarto la confonde con il livello dei prezzi; qualcuno con il deprezzamento della valuta; altri con lo scostamento dal target della Bce. Insomma, il fatto che oltre un terzo degli intervistati indichi la detenzione di liquidità e obbligazioni a tasso fisso tra i comportamenti più idonei da tenere nel caso di inflazione, conferma la difficoltà d’orientamento. Da sottolineare però che, a fronte del ritorno del carovita, le famiglie italiane hanno avuto il buonsenso di non vendere per panico, ma di continuare a risparmiare. Anche se emerge dall’indagine la chiara esigenza di maggior competenza e alfabetizzazione finanziaria, sia per i giovani che per gli adulti.
Passando al lato passivo dei bilanci delle famiglie, questo è tradizionalmente legato a investimenti o all’acquisto di beni durevoli. Non c’è, infatti, nel dna degli italiani l’abitudine ad indebitarsi per i consumi correnti: nel 2023 solo il 9,8% del campione ha dichiarato di aver in corso un prestito rateale, mentre appena il 3,3% sta rimborsando più di una rata. In sostanza, il ritorno dell’inflazione è stato ben tollerato dalle famiglie italiane che, in gran parte, sono riuscite a mantenere i precedenti livelli di consumo. Le più colpite hanno attinto alle somme accantonate o hanno risparmiato di meno, ma quasi mai si sono indebitate per consumare.
Tanto mattone e poca previdenza
Il mattone continua a essere considerato l’investimento migliore. Tanto che la ricerca stima la ricchezza immobiliare degli italiani intorno ai 4 mila miliardi di euro solo per la prima casa. Oltre il doppio del Pil tricolore. Il mercato delle abitazioni resta dunque ambito, ma è diventato meno accessibile per i giovani, che dal 2018 sono sempre meno proprietari e fronteggiano affitti crescenti. I mutui appaiono però ancora sostenibili: solo per l’8,2% dei rispondenti la rata si attesta alla soglia critica di un terzo delle entrate nette annuali della famiglia. Infine, una parte non trascurabile della ricchezza degli italiani è costituita dalla promessa previdenziale, in gran parte pubblica. Dall’analisi emerge una buona cultura previdenziale di base: quasi la metà accetta che per avere pensioni adeguate bisognerà lavorare di più e magari anche sottoscrivere una pensione integrativa. Questa però ancora non riesce a decollare (solo il 15,6% potrà contare su un’integrazione privata), probabilmente per mancanza di risorse.
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