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Il Private Markets Survey Report 2026 di FE fundinfo rileva un forte interesse tra asset e wealth manager, ma anche un divario tra ambizioni e capacità operative. La liquidità è una preoccupazione secondaria: pesano soprattutto adeguatezza degli investimenti, qualità delle informazioni e complessità dei processi
La domanda cresce e il coinvolgimento della clientela è già entrato nei piani di sviluppo di molti intermediari. Eppure, a frenare la diffusione degli alternativi ci sono ancora infrastrutture incomplete e processi di gestione che dipendono in larga misura da interventi manuali. È questa la contraddizione messa in luce dall’ultimo report di Censuswide per il fund data provider globale FE fundinfo, secondo cui il 67% dei wealth manager e il 49% degli asset manager considera i mercati privati una priorità elevata nelle strategie di crescita dei prossimi tre anni ma solo il 17% dei primi e il 9% dei secondi ritiene matura la propria partecipazione. Un cortocircuito che evidenzia come il problema di private equity, private credit e affini non sia più convincere gli investitori della loro utilità ma mettere l’industria nelle condizioni di integrarli nei portafogli su larga scala.
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Interesse elevato, ma l’offerta deve ancora adeguarsi
Come evidenziato dal sondaggio, che ha sondato il parare di 200 dirigenti senior tra Regno Unito e Svizzera, la convinzione strategica si traduce in una crescente attenzione per le diverse modalità di accesso al mercato. I coinvestimenti sono indicati dal 73% degli asset manager e dal 72% dei gestori patrimoniali, mentre i fondi evergreen interessano le due categorie rispettivamente per il 71% e per il 70%. Resta significativo anche il focus sui comparti a richiamo di capitale, selezionati dal 48% degli intervistati nel primo gruppo e dal 49% nel secondo. La combinazione tra strutture semiliquide e drawdown suggerisce che gli operatori non puntino su un unico modello di accesso, ma cerchino soluzioni capaci di rispondere a esigenze differenti.
VC e private equity i preferiti
Quanto alle asset class, venture capital e private equity occupano le prime posizioni nelle priorità dei prossimi 12-24 mesi. Il primo è infatti indicato dal 59% degli asset manager e dal 43% dei wealth manager, mentre il buyout raccoglie rispettivamente il 56% di preferenze nel primo gruppo e il 60% nel secondo. Si fanno però notare anche le infrastrutture, che interessano il 43% dei gestori e il 38% degli operatori wealth. La crescita dei data center, la transizione energetica e la sicurezza degli approvvigionamenti alimentano il fabbisogno di capitali, mentre i flussi di cassa contrattualizzati e indicizzati all’inflazione rappresentano un elemento di interesse per la clientela patrimoniale. Real estate e private credit si collocano più indietro, con percentuali che variano dal 28% e al 32% in un caso e dal 29% al 27% nell’altro.
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Nel mirino sia paperoni che investitori retail
La spinta verso una platea più ampia è già visibile nelle strategie commerciali. Il 63% dei wealth manager punta sui clienti HNW e UHNW, mentre il 28% dichiara di rivolgersi anche alla clientela retail. Banche private e intermediari restano i canali più rilevanti sul fronte della distribuzione, ma cresce il peso dei fornitori di modelli di portafoglio: sono considerati strategici 38% degli asset manager, quota che aumenta al 51% tra i gestori. Proprio qui emerge un disallineamento tra domanda e capacità di collocamento, con il report che evidenzia come la maggior parte delle piattaforme B2B britanniche non consenta ancora di integrare fondi di private markets nei portafogli modello.
La vera barriera è l’adeguatezza
A frenare la diffusione degli investimenti privati non sono, almeno secondo gli operatori interpellati, i fattori che hanno dominato buona parte del dibattito pubblico. La gestione della liquidità è indicata come principale ostacolo a livello di portafoglio soltanto dall’8% degli asset manager e dal 14% dei wealth manager. Considerando entrambe le categorie, appena il 18% degli intervistati la cita come una barriera rilevante alla crescita dell’accesso per clienti retail e HNW. Anche la frequenza delle valutazioni, spesso al centro delle discussioni, raccoglie percentuali tra il 12% e il 14%. La difficoltà più avvertita riguarda semmai l’adeguatezza degli investimenti e la comprensione da parte della clientela, indicata come principale ostacolo dal 45% dei rispondenti in un caso e dal 36% nell’altro. Le due categorie affrontano il problema da prospettive differenti: i gestori devono comprendere meglio le esigenze del pubblico finale e dimostrare che i prodotti siano coerenti con i loro obiettivi, i consulenti sono chiamati a valutare la compatibilità di ogni investimento con il portafoglio complessivo del cliente. Per questi ultimi pesa anche la costruzione dell’asset allocation, con il 24% che indica i vincoli di concentrazione e diversificazione come massima difficoltà. È proprio la costruzione di portafoglio a rendere evidente il problema dei dati. Per valutare l’esposizione complessiva a un settore o a un’area geografica, un wealth manager deve poter aggregare le informazioni relative agli investimenti quotati e a quelli privati. Ma le partecipazioni sottostanti non sono sempre disponibili con un livello di dettaglio adeguato, né risultano confrontabili con quelle degli strumenti tradizionali. Il report rileva che il 78% dei wealth manager e il 72% degli asset manager considera la comparabilità tra fondi pubblici e privati un ostacolo strategico.
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La fiducia degli operatori supera la capacità tecnologica
Il divario emerge con ancora maggiore evidenza osservando le infrastrutture. Valutazioni e aggiornamenti del NAV rappresentano il principale onere operativo per il 64% dei wealth manager e il 58% degli asset manager. Seguono la gestione dei flussi di cassa, indicata rispettivamente dal 56% e dal 53%, e la disponibilità di dati su rischio ed esposizioni. Il carattere frammentato delle informazioni obbliga inoltre molti operatori a riconciliare manualmente i dati: è ancora così per il 46% degli uni e il 42% degli altri. Eppure, la quota di chi si considera adeguatamente attrezzato per gestire la convergenza tra asset pubblici e privati non si attesta a meno dell’80%. È quello che FE fundinfo definisce un confidence gap: la fiducia nella propria preparazione non trova ancora piena corrispondenza nella dotazione tecnologica e nella qualità dei dati.
Automazione e intelligenza artificiale per colmare il divario
Le priorità di investimento mostrano come gli operatori intendano intervenire sul divario tecnologico. Il 65% degli asset manager punta sugli strumenti di analisi di portafoglio, mentre il 57% dei wealth manager privilegia l’automazione dei flussi di lavoro. Seguono la standardizzazione dei dati (42% tra questi ultimi) e gli strumenti per adeguatezza, consulenza e tracciabilità delle decisioni (36% e 34%). L’intelligenza artificiale è vista soprattutto come leva di efficienza operativa. Gli impieghi più promettenti riguardano l’automazione delle comunicazioni agli investitori (60% e 49%) e la validazione dei dati e gestione delle eccezioni (43% e 54%). Minore interesse raccoglie il supporto alla due diligence, indicato rispettivamente dal 21% e dal 31% degli intervistati. Per colmare il divario, prevalgono le partnership specialistiche: il 54% degli asset manager e il 49% dei wealth manager intende affidarsi principalmente a fornitori esterni, contro appena l’11% e il 14% orientato allo sviluppo interno. Includendo anche i modelli misti, il ricorso a vendor specializzati sale all’88% e all’84%. La sfida non è dunque soltanto ampliare l’offerta, ma costruire un’infrastruttura che renda i mercati privati integrabili, confrontabili e gestibili nei portafogli ibridi.
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