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Il colosso dei chip batte le stime e migliora le guidance, ma le uscite di peso non si fermano. Colpa delle valutazioni e dei rischi legati alle tensioni USA-Cina. Un mix di fattori ciclici e strutturali che alimenta i dubbi del mercato sul settore tech
Dopo aver perso parte del proprio valore, Nvidia perde anche il supporto degli investitori istituzionali. Poco importa infatti che abbia superato l’esame dei conti, pubblicando il 19 novembre una trimestrale che racconta di ricavi in crescita e utili solidi: sono sempre di più i big della finanza che mostrano di nutrire dubbi sulla bontà delle attività condotte dal colosso cui fa capo l’80% del mercato dei chip. L’ultimo movimento rilevante in tal senso è arrivato ad esempio da Peter Thiel, fondatore di Palantir e tra le personalità più influenti di Wall Street, fresco di vendita della sua quota nella società in favore di altri investimenti. Una mossa che conferma il calo d’entusiasmo per il colosso USA, dopo un rally capace di portarlo a sfiorare i 5mila miliardi di dollari di capitalizzazione in pochi mesi, e che riaccende i timori sul rischio di una bolla AI.
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Conti positivi
Per quanto riguarda i conti, il colosso di Jensen Huang ha iscritto a bilancio ricavi in crescita del 62% a 57 miliardi di euro e battuto le aspettative per 55 miliardi fissate dagli analisti. Altrettanto solidi si sono dimostrati i profitti, che si sono impennati del 65% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e hanno toccato quota 31,91 miliardi. E così anche le vendite nel comparto dei data center, pari a 51 miliardi. Tutti indicatori che hanno spinto l’azienda a proiettare a 65 miliardi i ricavi previsti per l’ultima parte di anno, riguadagnando quasi il 5% in Borsa dopo un tonfo costato diversi punti percentuali di capitalizzazione nelle ultime settimane.
Un’uscita rapida dopo un ingresso recente
Tuttavia, sebbene molti analisti cantino vittoria e considerino scongiurato l’allarme sul potenziale crack dei titoli tech, continuano a non placarsi i dubbi di alcuni investitori di peso. Proprio Thiel ha di recente liquidato le 537.742 azioni detenute attraverso il fondo Thiel Macro, una partecipazione che rappresentava circa il 40% del portafoglio e che valeva oltre 100 milioni di dollari. Il guru di Wall Street era entrato in posizione solo nel quarto trimestre 2024, facendo di Nvidia una delle scommesse principali del fondo, ma ad appena un anno di distanza ha deciso di uscire completamente dall’investimento. Un dietrofront che, per tempistiche oltre che dimensione, lancia un chiaro messaggio al mercato: attenzione alla bolla AI. Thiel non è infatti un investitore qualunque, ma si è fatto strada a Wall Street proprio grazie al suo fiuto per gli affari. Oltre ad aver fondato Palantir, azienda di software per l’intelligence che lavora con governi e grandi aziende, ha dato natali al colosso pagamenti online PayPal ed è anche passato alla storia per essere stato il primo investitore esterno di Facebook grazie ai 500mila dollari collocati sulla startup di Zuckerberg quando era ancora una scommessa.
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L’ultimo di una lunga serie
L’uscita di Thiel non è per un caso isolato, bensì l’ultimo movimento di un’onda lunga che parte da lontano. Prima di lui è stata la volta di SoftBank, la holding nipponica guidata da Masayoshi Son, che un anno fa ha liquidato la sua quota per realizzare plusvalenze da 5,83 miliardi di dollari destinate a finanziarie l’investimento in OpenAI. Poi è arrivato Stanley Druckenmiller, per anni considerato il braccio destro di George Soros e divenuto celebre per la scommessa da un miliardo contro la sterlina britannica nel 1992, che ha disinvestito a ottobre 2024 per prendere profitto dal rally con cui il titolo si era portato da 15 a oltre 900 dollari. “La tecnologia è sottovalutata nel lungo periodo ma sopravvalutata ora”, aveva detto all’epoca alla Cnbc. Ma a fare davvero scalpore tra gli altri che hanno assunto posizioni ribassiste sulla società è stato Michael Burry, noto per aver previsto la crisi del 2008, che ha detto espresso timori sul rischio bolla cui sta andando incontro il settore dell’intelligenza artificiale.
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Non solo allarme bolla: ecco perché l’euforia cala
Uno dei motivi alla base della pioggia di vendite che ha colpito Nvidia sembra essere dunque la fondatezza delle valutazioni. Se infatti vero che la società ha registrato una crescita dei ricavi del 126% nel 2024 e del 114% nel 2025, trainata dalla domanda di chip per addestrare modelli di intelligenza delle big tech, molti analisti ritengono che la ragione dell’alto prezzo raggiunto dalle sue azioni sia più che altro la concentrazione. Ma c’è anche una ragione più profonda che spiega la crisi della società ed è legata al suo modello di business. Una parte degli osservatori guarda cioè con preoccupazione al flusso di investimenti incrociati tra il colosso dei chip e i suoi clienti più rilevanti. Secondo NewStreet Research, ad esempio, ogni 10 miliardi investiti in società come OpenAI o CoreWeave genererebbero ordini di chip per 35 miliardi: si tratta di quasi un terzo dei ricavi annui del gruppo. Il timore è dunque che una parte della domanda possa essere sostenuta da logiche finanziarie piuttosto che industriali, in un meccanismo che richiama dinamiche viste alla fine degli anni Novanta con le DotCom. La pensa così Ruben Dalfovo, investment strategist di BG SAXO, secondo cui gli investitori non si accontentano più dei soli risultati ma cercano prove di profitti sostenibili e una domanda non gonfiata da spese circolari o da ammortamenti contabili aggressivi.
Geopolitica e restrizioni: la perdita del mercato cinese
Un terzo fattore ad aver determinato la fuga di capitali dalla società sembra essere di natura strutturale. Le restrizioni sulle vendite di chip avanzati alla Cina hanno infatti limitato l’accesso di Nvidia a uno dei mercati più grandi al mondo. Un esempio viene dal divieto imposto nell’aprile 2025 sull’H20, chip progettato per aggirare precedenti limitazioni, che comportato perdite immediate di 5,5 miliardi di dollari: a luglio l’amministrazione Trump ha promesso nuove licenze ma in agosto è stata la stessa Pechino a bloccare gli acquisti per motivi di sicurezza nazionale, spingendo Nvidia a interrompere la produzione del modello e a escludere definitivamente il Dragone dalle sue previsioni di ricavi. È un cambiamento strategico significativo, che riduce la visibilità sulla crescita futura.
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