La nuova generazione è già in azienda ma solo il 15% partecipa alla gestione. Per i quarantenni il patrimonio è un bene collettivo, mentre i ventenni lo identificano come riferimento personale. Solo uno su dieci è soddisfatto del dialogo con gli advisor. La ricerca
Nell’azienda di famiglia entrano in media attorno ai 26 anni, ma è più un’esperienza formativa che una reale acquisizione di ruolo. E mentre i rampolli della Gen Z tendono a identificare il patrimonio come riferimento personale e familiare, i Millennial lo concepiscono come bene collettivo e progettuale, da accrescere e condividere. Da entrambi i gruppi c’è però una marcata dimensione valoriale dell’investimento, con i primi più attratti da asset digitali, start up e alternativi, e i secondi orientati verso strumenti tradizionali come immobili, bond e titoli finanziari. È quando emerge dalla ricerca condotta dal gruppo di ricerca Innovation, Strategy and Family Business della Polimi School of Management, con Bnl Bnp Paribas e lo studio legale Withers. L’indagine ha analizzato, per la prima volta a livello nazionale, l’approccio della Next Gen alla gestione della ricchezza familiare in previsione del grande passaggio di risorse, responsabilità e potere decisionale che avverrà nel giro di qualche anno. Scoprendo, tra le altre cose, che meno della metà dei nuclei imprenditoriali ha predisposto un piano formale per la successione del patrimonio.
La survey, intitolata appunto “Next-gen Wealth”, mostra come il coinvolgimento delle nuove generazioni nelle imprese familiari italiane sia già in atto, attraverso una progressiva responsabilizzazione. Il 59% dei facenti parte della Gen Z(i nati tra il 1995 e il 2007) e il 72% dei Millennial (i nati tra il 1981 e il 1994) risulta infatti già operativo, spesso contemporaneamente in ruoli di business, governance e holding (rispettivamente 22% e 38%). Tuttavia, la posizione ricoperta è per lo più quella di ‘osservante’, perché la Now Gen, cioè chi è ora al comando, mantiene saldamente il controllo delle decisioni strategiche (lo riferisce il 36% dei ventenni e il 47% dei quarantenni). Solo 15% segnala una gestione condivisa. Ai giovani, vengono assegnate per lo più mansioni operative (44% dei Millennial, 39% della Gen Z) con cui ‘farsi le ossa’.
L’ingresso in azienda è infatti vissuto più come esperienza formativa che come reale acquisizione di ruolo, nonostante molti abbiano alle spalle esperienze esterne, magari all’estero, e dispongano di competenze distintive che li inducono a chiedere maggiore coinvolgimento, autonomia e legittimità, in particolare nella gestione diretta negli investimenti. Oltre la metà degli intervistati ha già effettuato almeno un’operazione finanziaria, con un picco tra i Millennial (72%). Inoltre il confronto generazionale mostra segnali di evoluzione: questi ultimi risultano più spesso coinvolti nelle decisioni di investimento (36,6% contro il 23,3% della Gen Z), a conferma di una progressiva ‘investitura’ che tende ad arrivare quando l’eventuale spinta innovativa si è già parzialmente esaurita. “Il passaggio generazionale non è un semplice trasferimento di titolarità, ma un processo di consolidamento strategico, fondato su valori condivisi, valutazioni oggettive delle competenze e definizione chiara degli obiettivi futuri”, sottolinea Stefano Schrievers di Bnl Bnp Paribas Private Banking & Wealth Management.
Solo uno su dieci è soddisfatto del dialogo con gli advisor
Il coinvolgimento delle nuove generazioni sta anche cambiando il volto della presenza familiare in azienda: se tra i Millenial permangono forti asimmetrie di genere (90% di uomini contro 57% di donne attivamente impegnate), la Gen Z mostra una partecipazione più paritaria (44%-47%). Ciò suggerisce, come evidenziato nello studio, che l’equilibrio di genere, seppure in miglioramento, resta fragile se non accompagnato da politiche realmente inclusive. Gli uomini privilegiano l’autonomia decisionale mentre le donne mostrano una maggiore propensione alla collaborazione intergenerazionale e all’apertura verso soluzioni professionali esterne. Il ruolo dei professionisti è ritenuto centrale da tutti: solo un giovane su dieci ritiene il dialogo con gli advisor pienamente adeguato, mentre quasi un Gen Z su quattro non ha ancora avuto modo di confrontarsi direttamente con loro.
“Le Next Gen si affacciano al mondo dell’impresa con una visione più relazionale e progettuale, in cui il patrimonio diventa leva per generare valore condiviso”, osserva Roberta Crivellaro, Managing Partner Withers, Head of the Italian Practice. Secondo l’esperta, perché questo potenziale si traduca in continuità e crescita, è fondamentale definire regole chiare di partecipazione. “Strumenti come il patto di famiglia, clausole statutarie e family constitution favoriscono una governance trasparente e inclusiva: un coinvolgimento strutturato, sostenuto da percorsi formativi adeguati, rappresenta la chiave per trasformare la successione in un processo ordinato, sostenibile e generativo”, evidenzia.
Cresce l’importanza di consulenti esterni
Quanto al patrimonio, secondo lo studio la visione della Gen Z e quella dei Millennial riflette il passaggio da una logica ereditaria a una relazionale. Le fonti di educazione finanziaria, ritenuta fondamentale, si diversificano: accanto al ruolo tradizionale dei membri senior (11-12% a seconda della generazione), cresce l’importanza di consulenti esterni (fino al 14%) e dei social media (fino al 9%). La percezione del livello di preparazione finanziaria è buona ma migliorabile (3,3 su 5 per i ventenni; 3,5 per i quarantenni). In generale, emerge poi un buon grado di conoscenza della proprietà familiare, anche se non si conoscono nel dettaglio gli asset: in molte famiglie parlare apertamente di patrimonio resta infatti difficile anche se, secondo la ricerca, superare questo tabù è essenziale per costruire fiducia, responsabilità e partecipazione. Anche le differenze di linguaggio e di approccio possono generare incomprensioni e frammentazione: un dialogo aperto, anche con il supporto degli advisor come mediatori, è la chiave per superare barriere culturali, rafforzare la fiducia e affrontare con coesione le sfide.
Le scelte di investimento delle Next Gen riflettono un equilibrio tra prudenza e sperimentazione: il profilo di rischio è moderato, ma i Millennial preferiscono strumenti tradizionali e la Gen Z si orienta più verso asset digitali, start-up e investimenti alternativi. Allo stesso modo, i primi si distinguono per un approccio più strutturato, orientato al controllo del rischio e alla pianificazione, mentre i secondi guardano all’orizzonte temporale, al rendimento atteso e all’ottimizzazione fiscale. Un interesse moderato (circa 3 su 5) emerge infine per gli investimenti d’impatto e filantropici per entrambe le generazioni.
Josip Kotlar, professore ordinario di Strategia e Family Business presso la School of Management del Politecnico di Milano e membro del Comitato Scientifico del gruppo di ricerca Innovation & Strategy
“Per i più giovani, la dimensione valoriale è centrale: l’investimento non è solo un mezzo di profitto, ma un’estensione della propria identità e della propria visione di mondo”, rimarcano Josip Kotlar ed Emanuela Rondi, docenti della Polimi Graduate School of Management e responsabili dell’indagine. “Queste generazioni portano concezioni di patrimonio, responsabilità e impatto che rappresentano una vera discontinuità con il passato”, chiariscono. Tuttavia, i due esperti fanno notare come il ricambio generazionale incontri ancora ostacoli. “L’aumento della longevità prolunga i periodi di leadership delle generazioni senior, mentre la crescente complessità dei modelli familiari, tra divorzi, seconde unioni e famiglie monogenitoriali, rende più fluida e articolata la trasmissione del patrimonio”, concludono.
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