Eurozona, fiducia degli investitori ai massimi da oltre quattro anni
A settembre il Sentix sale per il quinto mese consecutivo a 5,1 punti. Bene la Germania nonostante l'avanzata di AfD e la crisi dell’auto. Gli Usa perdono slancio
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Nonostante l’afa le previsioni annunciano la bufera. Quella economica, chiamata recessione, che da tempo si aggira come uno spettro nell’Eurozona, dove iniziano ad essere misurabili gli effetti della guerra Russia-Ucraina. A dare conto della difficile realtà sono stati gli indici Pmi di luglio, stando ai quali l’Area dell’euro è scesa in zona contrazione, con la pressione sui prezzi che rallenta ma resta elevata.
L’indice del manifatturiero è sceso sotto quota 50 punti, soglie che fa da spartiacque tra espansione e contrazione, a 49,6 punti dai 52,1 di giugno, segnando il valore più basso degli ultimi 25 mesi. Quello dei servizi ha mostrato una crescita vicina allo stallo, a 50,6 punti, rispetto ai 53 di giugno. I dati preliminari di luglio hanno registrato una “contrazione dell’economia dell’eurozona con produzione e nuovi ordini entrambi in calo per la prima volta dalle chiusure anti Covid-19 avvenute ad inizio 2021”, evidenziano gli analisti di S&P Global.
Nel dettaglio, il rischio recessione è particolarmente alto per le due economie principali dell’Area, Germania e Francia. Dopo il marcato rallentamento di giugno, i dati Pmi flash di luglio hanno segnalato per Parigi un’ulteriore erosione dello slancio di crescita. L’indice manifatturiero è arretrato a 49,6 punti, il livello più basso degli ultimi 20 mesi e in netto calo rispetto al 51,4 di giugno. Quello dei servizi è sceso al minimo degli ultimi 15 mesi, a quota 52,1, rispetto a 53,9 di giugno. L’indice di produzione composito è calato per il terzo mese consecutivo a 50,6 a luglio, da 52,5 a giugno.
Stesso discorso per Berlino, dove il Pmi manifatturiero è sceso a luglio a 49,2 punti, il livello più basso degli ultimi 2 anni e in notevole arretramento rispetto al 52 di maggio. I servizi si sono fermati a 49,2 punti, rispetto ai 52,4 punti di giugno, mentre l’indice composite ha mantenuto la sua recente sequenza di ribassi ed è sceso al di sotto della soglia di 50 punti per la prima volta da dicembre: quota 48 punti, in calo rispetto a 51,3 di giugno e ai minimi da 25 mesi.
“L’economia dell’Eurozona del terzo trimestre sembra destinata a contrarsi, con l’attività economica scivolata a luglio in territorio di declino e gli indicatori che anticipano le tendenze che lasciano presagire che nei mesi a venire vedremo un peggioramento”, sottolinea il chief business economist di S&P Global, Chris Williamso, che avverte: “Anche se al momento in modo modesto, la forte perdita di nuovi ordini, la contrazione del lavoro inevaso e le più cupe previsioni economiche indicano tutte un graduale incremento del tasso di declino con l’avanzare dell’estate”.
Per gli analisti S&P, la più grande preoccupazione è la situazione del settore manifatturiero, dove i produttori segnalano che le vendite inferiori a quelle previste hanno causato un accumulo senza precedenti di merci invendute. “E’ probabile che la produzione venga ridotta, visto che le aziende tenteranno di adattarsi all’indebolimento della domanda, dovuto a sua volta all’innalzamento dei prezzi. Nel terziario, lo slancio della domanda dopo la riapertura dell’economia è svanito e la crescita è ora a livelli quasi stagnanti, con clienti spesso scoraggiati dall’incremento del costo della vita e dalle preoccupazioni sul futuro”, spiegano.
Nere anche le previsioni per i prossimi 12 mesi, a causa dei crescenti timori sul futuro dell’economia, alimentati in parte dalle maggiori preoccupazioni sulle forniture energetiche e l’inflazione ma anche a fronte dell’irrigidimento delle condizioni finanziarie. “Con l’aumento dei tassi di interesse da parte della Bce in un momento in cui il contesto della domanda sarebbe normalmente caratterizzato da un allentamento delle politiche monetarie, l’aumento dei costi di finanziamento aumenterà inevitabilmente i rischi di recessione”, si legge nel report, stando al quale l’unico spiraglio di speranza è il nuovo forte attenuamento delle pressioni inflazionistiche rilevato dagli indicatori sia dei prezzi di vendita che di acquisto, che dovrebbero tradursi in un abbassamento dell’inflazione dei prezzi al consumo.
“Al presente, tuttavia, tali indicatori segnano valori maggiori di quelli prima della pandemia, ed evidenziano la sfida poco invidiabile dei decisori politici di tenere sotto controllo l’inflazione e allo stesso tempo evitare una crisi economica”, concludono gli esperti.
Brutte notizie anche dai previsori della Bce, che hanno rivisto al rialzo le loro aspettative di inflazione. Per il 2022, 2023 e 2024 le nuove stime si attestano rispettivamente al 7,3%, 3,6% e 2,1%, ovvero in aumento rispettivamente di 1,3, 1,2 e 0,2 punti percentuali rispetto al precedente round di indagine. Modificate al ribasso, invece, le previsioni sul Pil dell’Area euro per il 2022 (a 2,8% da 2,9%) e per il 2023 (a 1,5% da 2,3%) mentre sono rimaste invariate le stime per il 2024 all’1,8%.
A causare il peggioramento delle stime, i fattori ben noti: l’intensificarsi delle pressioni sui prezzi dell’energia, l’inasprimento della politica monetaria in tutto il mondo e l’effetto dell’inflazione sul potere d’acquisto delle famiglie. Inoltre i colli di bottiglia della catena di approvvigionamento legati alla crisi pandemica, sebbene si siano in qualche modo allentati, secondo i revisori Bce agiscono ancora come un freno per l’economia globale.
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