Da Aquisgrana l’ex premier italiano chiede di rifondare l’UE, iniziando dal mercato unico. E di procedere con “un federalismo pragmatico”. Poi invita a spingere su energia, difesa e AI per essere “più assertivi con gli USA”
Un vero mercato comune e un federalismo pragmatico. Mario Draghi torna a dare la sua ricetta per la sopravvivenza dell’Europa e, per l’ennesima volta, invita i 27 ad agire in fretta di fronte a un contesto globale radicalmente cambiato. “In un mondo in cui le alleanze sono in continua evoluzione”, ha spiegato ad Aquisgrana mentre lo insignivano del prestigioso Premio Carlo Magno, “ogni dipendenza strategica deve essere riesaminata perchè per la prima volta a memoria d’uomo siamo davvero soli insieme”. Secondo l’ex premier italiano ed ex presidente della BCE, l’Unione sta infatti reagendo a questa nuova realtà “all’interno di un sistema che non è mai stato concepito per affrontare sfide di questa portata”: ecco perchè occorre rifondarla, trasformando la crisi in una maggiore coesione.
Un discorso che è partito con una considerazione sugli Stati Uniti, definiti “il partner da cui ancora dipendiamo”. Secondo Draghi, gli States sono infatti diventati “più conflittuali e imprevedibili” ed è anche per questo che il tentativo dell’Europa di negoziare con loro per cercare un compromesso “per lo più non ha funzionato”. Ecco allora che, la prima volta dal 1949, l’ex premier intravede la possibilità “Washington non sia più in grado di garantire la nostra sicurezza alle condizioni date un tempo per scontate”. Ma poichè neppure la Cina non offre “un punto di riferimento alternativo”, i 27 hanno bisogno “della capacità di rispondere in modo più assertivo per riportare la partnership con gli USA su basi più eque”. Attenzione però a non considerare il cambio di atteggiamento della Casa Bianca sulla sicurezza solo come un pericolo, ha avvertito Draghi: è molto di più, è qualcosa che deve portarci a “un necessario risveglio”.
Rifondare l’Europa
Secondo Draghi, l’Unione si trova in questa situazione perché il suo progetto “è stato costruito deliberatamente e saggiamente per impedire la concentrazione del potere”. Solo che i tempi sono cambiati e i due assunti su cui quell’architettura era fondata, “un’economia veramente aperta” e che altri avrebbero provveduto alla sua sicurezza, hanno finito per decadere entrambi. L’invito è quindi ad affrontare con urgenza le tre vulnerabilità principali dell’Europa: l’eccesso di domanda esterna, le dipendenze strategiche e il ritardo tecnologico, soprattutto nell’AI. “Tutte e tre rimandano alla stessa fonte”, ha chiarito l’ex banchiere centrale: “L’Europa si è aperta al mondo senza completare il mercato al suo interno ed è diventata non solo troppo dipendente da capacità controllate altrove ma anche troppo frammentata per mobilitare la propria stessa scala”. Una soluzione però c’è: “Più si riforma, meno dovrà affidarsi al debito nazionale o comune per compensare la propria frammentazione”.
In quest’ottica, secondo Draghi, mercato unico e politica industriale non dovrebbero essere trattati come filosofie rivali: “Se correttamente concepiti, l’uno rafforza l’altra”. Quello che serve, in sostanza, è una maggiore integrazione. “Non abbiamo mai praticato pienamente l’apertura che predicavamo”, ha chiarito, per poi elencare tutti i progetti rimasti incompiuti: “Abbiamo lasciato incompiuto il mercato unico, frammentati i mercati dei capitali, i sistemi energetici insufficientemente connessi e ampie parti della nostra economia avviluppate in strati di regolamentazione”. Proprio su questo, quindi, è ora di intervenire con urgenza. Perché la necessità di investimenti aggiuntivi per finanziare la transizione energetica, difendere il continente, costruire le industrie dell’era digitale “non è più di 800 miliardi l’anno fino al 2030 ma di quasi 1.200”. Senza contare che, anche quando lo Stretto di Hormuz riaprirà, le fratture inferte alle catene di approvvigionamento potrebbero estendersi per mesi o anni.
Azione a 27 inadeguata: serve il federalismo pragmatico
Perché tutto questo possa avvenire, c’è però bisogno di un cambio di passo e di una governance più efficiente. Problema che ha portato Draghi a insistere nuovamente su quello che chiama “federalismo pragmatico”. L’azione al livello dei 27, infatti, spesso non riesce a fornire ciò che il momento richiederebbe. E “il risultato è una risposta che può risultare talmente inadeguata alla portata della sfida da diventare peggio dell’immobilismo”, scandisce. È quindi tempo, dal suo punto di vista, di spezzare tale meccanismo: “I Paesi che sentono il peso di questo momento in modo più acuto e capiscono che la finestra non rimarrà aperta indefinitamente devono essere liberi di andare avanti”.
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