Dalla crisi in Medio Oriente alla sfida dell’autonomia energetica: come cambiano strategie e portafogli degli investitori
La nuova crisi in Medio Oriente e le tensioni legate al conflitto con l’Iran hanno riportato al centro dell’agenda europea una questione mai del tutto risolta: la dipendenza energetica. Dall’inizio delle ostilità (e con la chiusura dello stretto di Hormuz), i prezzi del gas europeo hanno registrato forti rialzi, arrivando a crescere di oltre il 50% nelle fasi più acute, mentre il costo delle importazioni energetiche per l’Unione è aumentato di diversi miliardi di euro. Un impatto significativo per un continente che continua a importare circa il 58% dell’energia che consuma, evidenziando una fragilità strutturale che si riflette poi anche sui mercati finanziari. È proprio in questa cornice che si inserisce il rinnovato interesse per il Vecchio Continente. “Noi, come asset manager europeo, riteniamo che sia un trend strutturale”, afferma Filippo Battistini, head of Wholesale and Institutional Clients Italy di Allianz GI. Una visione che poggia su fondamentali in evoluzione: “Non dimentichiamo che ci sono programmi di spesa e di investimenti molto ambiziosi da parte delle principali economie europee, in primis la Germania. C’è anche il sostegno che proviene da importanti allentamenti da un punto di vista fiscale”. Il quadro resta però condizionato da movimenti di breve periodo. “Gli investimenti che si erano posizionati in maniera importante sia sull’area europea che su quella asiatica, adesso si sono ridirezionati verso gli Stati Uniti, anche alla luce del rafforzamento del dollaro, ma riteniamo che questo sia un po’ rumore di fondo dovuto alla situazione geopolitica”, continua il manager. Da qui la convinzione che “quello di posizionarsi sull’Europa e sui settori che rafforzeranno la propria autonomia sia un trend strutturale e di medio-lungo termine”.
Roberta Rudelli, head of fund selection di UniCredit
Per gli investitori, però, il legame con l’Europa non si è mai realmente spezzato. “I nostri clienti sono eurocentrici, quindi non se ne sono mai andati del tutto dall’Europa”, dice subito Roberta Rudelli, fund selector di Unicredit. Piuttosto, si tratta di un’evoluzione nelle preferenze: “Ai clienti piacciono sempre molto le strategie dividend income, quelli che generano insomma la classica cedola”. Ma la selezione si è fatta più sofisticata. “Guardiamo più alle strategie total return, che hanno sì l’obiettivo di dare la cedola, ma allo stesso tempo anche di far crescere il capitale”.
Se il ritorno dell’Europa è una tendenza a lungo termine, il motore principale è senza dubbio la trasformazione energetica. La lettura però non può essere fatta solo con le categorie tradizionali. “Non possiamo più ragionare in termini di singolo settore”, sottolinea Rudelli, evidenziando come la transizione energetica attraversi più industrie. Il punto di partenza sono le infrastrutture. “Sicuramente un settore centrale è tutta la parte delle reti elettriche”, spiega, ma il perimetro si allarga rapidamente. “Non è soltanto il settore delle utilities, ma anche tutte quelle società che aiutano a efficientare la rete”. Insomma, tutto quello che ha a che fare con l’elettrificazione, aggiunge. A queste si sommano le tecnologie emergenti. “C’è il grande problema dello stoccaggio dell’energia prodotta, soprattutto quella che deriva da energie alternative”. In questo scenario, la selezione dei gestori diventa cruciale. “Il nostro obiettivo, in quanto fund selector, è selezionare gestori che hanno questa visione del mercato”, ovvero capaci di leggere un tema che “non si declina solo nella società cosiddetta pura, ma anche in tutti quei titoli che contribuiscono a migliorare tutto quello che ruota attorno all’energia elettrica”.
A questa prospettiva si affianca quella più ampia di Battistini, che richiama anche l’importanza delle materie prime. “Materie come l’argento, il rame, sono la base di questi investimenti per il ritorno a una piena autonomia da un punto di vista energetico”, afferma. E non parliamo solo di rinnovabili: “Bisognerà utilizzare anche delle fonti che erano state un po’ snobbate, penso per esempio all’energia atomica”, con un rinnovato interesse anche per le tecnologie nucleari e le filiere collegate. Il tema delle valutazioni completa, poi, il quadro. “Le valutazioni su alcuni settori e su alcune aree geografiche avevano raggiunto limiti che iniziavano anche a preoccupare”, osserva Battistini. Da qui l’opportunità di “posizionarsi su titoli che magari hanno valutazioni più interessanti”. Una visione coerente con quanto osservato nella selezione. “Cerchiamo strategie che tendono a essere più value della media del mercato”, conferma Rudelli, pur precisando che questa ricerca non deve essere “esageratamente value,” ma deve evitare di “rincorrere titoli che hanno corso tanto”. Sul fronte delle rinnovabili, il quadro è più sfumato. Dopo una fase di forte entusiasmo e successive correzioni, il comparto resta centrale ma con aspettative più realistiche. “Le energie alternative fanno parte di questo processo di indipendenza energetica”, osserva Rudelli. Tuttavia, “non possiamo sostituire interamente le energie tradizionali”, almeno allo stato attuale, rendendo necessaria una combinazione di fonti e tecnologie.
Oro, non solo bene rifugio
Nel nuovo equilibrio dei portafogli, le materie prime, quindi, tornano a giocare un ruolo chiave, ma con dinamiche più articolate. Poi, però, c’è il caso dell’oro, che è di certo emblematico. “Se guardiamo al contesto geopolitico in generale, continua ad essere considerato una sorta di bene rifugio”, afferma Battistini. Ma nel breve periodo “ha due variabili che gli giocano contro: il rafforzamento del dollaro e la crescita dei tassi reali”. A rendere più complesso il quadro contribuisce anche la struttura dei mercati. “Abbiamo un’elevata volatilità, perché gli algoritmi e gli investimenti in future o ETF generano movimenti amplificati”. Nonostante ciò, la funzione strategica resta intatta: “Se ci proiettiamo nel medio lungo termine, continuiamo a vederlo come un bene rifugio. Abbiamo una sorta di approccio barbell”, combinando “l’oro come bene rifugio da inserire in portafoglio” con “l’investimento in minerali come il rame o l’argento, che seguono trend strutturali”.
Dal punto di vista della selezione, Roberta Rudelli conferma una presenza diffusa del metallo giallo ma non uniforme. “Quasi tutti i gestori dei vari portafogli sono investiti in oro, con una quota più o meno piccola”, ma la differenza sta nell’utilizzo. “È importante per noi capire come questo oro viene utilizzato, se è un’allocazione più o meno fissa nel tempo oppure se è utilizzato in modo tattico”. Cruciale anche la scelta degli strumenti. “L’oro non è tutto uguale”, sottolinea la fund selector, distinguendo tra oro fisico, strumenti finanziari e titoli minerari. “I fattori di rischio associati alle tre caratteristiche sono completamente diversi”, un elemento che incide direttamente su performance e volatilità.
Il messaggio che emerge è chiaro: la costruzione del portafoglio richiede oggi una maggiore profondità di analisi. E mentre il breve periodo resta esposto al rumore dei mercati, l’Europa torna al centro delle strategie d’investimento come tema strutturale, guidato, ancora una volta, dall’energia.
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