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Secondo il cio della società, la geopolitica sta riscrivendo il quadro macro e riportando in auge la gestione attiva. Ma i principi guida restano gli stessi: “Selezione, analisi, pragmatismo”. Dall’obbligazionario EM alle infrastrutture, ecco dove si celano le opportunità. Attenzione anche a mercati privati e AI
In un contesto di mercati incerti e volatilità crescente, la gestione degli investimenti richiede strumenti concreti più che previsioni astratte. Non è allora un caso se anche un addetto ai lavori come Peter Branner, chief investment officer di Aberdeen Investments, nel momento di analizzare lo scenario internazionale per spiegare la costruzione di un portafoglio all’ipotetico cliente riassuma la linea d’azione con una frase tanto semplice quanto immediata: “Che impatto devo attendermi sul capitale e come posso difenderlo?”. È sotto la superficie di queste dieci parole che si possono scorgere i due capisaldi della filosofia d’investimento sposata dal manager e dalla casa di gestione scozzese in una delle stagioni storiche più complicate di sempre per i mercati finanziari mondiali: diversificazione tra asset class e definizione di scenari multipli, che permettono di tradurre rischi e incertezze in impatti reali sui rendimenti.

La geopolitica è ormai diventata un cifra distintiva della cornice entro cui si muovono i mercati finanziari. Come integrarla nella costruzione dei portafogli?
Il nostro approccio si sviluppa a partire da un principio chiave che ora, però, è diventato ancor più importante: la diversificazione. Aberdeen costruisce portafogli globali distribuiti tra molte asset class, dall’azionario al reddito fisso fino agli asset reali e ai mercati privati, con uno sforzo teso volto a ridurre il rischio complessivo. Ma la differenziazione da sola non basta: quello che ci distingue è la definizione di scenari concreti che traducono i rischi in impatti reali sui rendimenti. Per ogni possibile sviluppo, sia esso positivo o negativo piuttosto che neutro, occorre cioè valutare l’effetto dell’avvenimento di turno sulle variabili principali del quadro macro: crescita economica, tassi di interesse, inflazione e performance delle aziende. In questo modo, la decisione di investimento non si limita a un’intuizione astratta ma viene ancorata a vere proprie mappe rischio-opportunità.
Proprio le tensioni in Medio Oriente hanno riportato d’attualità questo tema. Che view avete sugli impatti del conflitto in USA ed Europa?
Il nostro scenario centrale prevede che conflitto rientri relativamente presto, nell’arco di due-quattro settimane, ma non senza causare un ulteriore aumento della volatilità sui prezzi di petrolio e gas. E se per l’Europa la questione è soprattutto economica, perché il continente è un importatore netto di idrocarburi, negli Stati Uniti assume rilievo più a livello politico: la elezioni di metà mandato infatti si avvicinano e la sensibilità dell’elettorato ai prezzi della benzina potrebbe incidere parecchio sul successo o meno di Trump. In caso di tensioni prolungate nel tempo, il quadro che verrebbe delinearsi sarebbe diverso: alle nostre latitudini potremmo vedere un impatto sul PIL nell’ordine dello 0,4% e un incremento dell’inflazione di quasi mezzo punto percentuale, variazioni sufficienti a influenzare la politica monetaria della BCE nella direzione di un rialzo dei tassi; sull’altra sponda dell’Atlantico la traiettoria della Fed resterebbe invece invariata, con un trend ancora orientato verso alcuni tagli nel corso dell’anno.
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I bond tornano a svolgere un ruolo importante nei portafogli come protezione in caso di shock. Tuttavia, in un contesto di maggiore volatilità, il loro potere di diversificazione, pare ridimensionato. In quali segmenti del mercato vedete valore?
Aberdeen rimane positiva su molte aree del fixed income. I titoli governati offrono sicuramente stabilità, mentre nello spazio del credito si possono trovare fondamentali solidi e valore relativo per gli investitori che cercano rendimento. Un’altra area che riteniamo particolarmente interessante è il debito dei mercati emergenti: anche alla luce delle tensioni geopolitiche delle ultime settimane, continuiamo a considerarlo attraente soprattutto in termini relativi rispetto ad alcune aree dei mercati sviluppati. L’unico vero punto interrogativo sotto il profilo obbligazionario restano gli Stati Uniti: il livello senza precedenti del debito pesa infatti sulla nostra valutazione complessiva e, anche se negli ultimi mesi abbiamo ottenuto maggiore chiarezza su alcuni aspetti della politica monetaria e sulla leadership della Federal Reserve, il tema è destinato a restare centrale anche nei prossimi mesi.
E per quanto riguarda il mercato azionario?
Il mercato azionario statunitense appare ancora relativamente caro, con rischi di concentrazione in grandi titoli tecnologici. Ecco perché Aberdeen privilegia anche in questo caso i mercati emergenti, dove la valutazione è più favorevole e le opportunità di diversificazione maggiori. In Europa si invece osservano ‛soft pockets’ interessanti, mentre in Giappone il contesto macroeconomico più solido rende il mercato attrattivo. Inoltre, aziende ricche di asset reali e materie prime, in particolare oro e metalli, offrono protezione dall’inflazione e contribuiscono alla resilienza dei portafogli.
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Qual è la posizione di Aberdeen sull’AI e la tecnologia nei portafogli?
L’intelligenza artificiale rappresenta un cambiamento strutturale nel modo in cui le imprese operano, paragonabile a quello che Internet ha introdotto all’inizio degli anni Duemila. È quindi destinata ad avere un impatto reale sull’economia e sui modelli di business delle aziende. Il punto centrale per gli investitori, però, è capire quanto velocemente questa trasformazione si tradurrà in risultati concreti e in che misura le aziende saranno in grado di adattarsi. Il rischio di bolla esiste, come accaduto in passato con il settore IT all’inizio degli anni Duemila, ma al momento non appare uno scenario imminente. Piuttosto, è possibile che alcuni investitori restino delusi perché i mercati tendono a sovrastimare nel breve periodo la rapidità con cui le innovazioni tecnologiche producono effetti concreti. Ciò significa che il tema dell’AI può continuare a generare volatilità, pur restando strutturalmente positivo nel lungo termine. Per questo, riteniamo che l’esposizione al tema debba essere gestita in modo attivo ed evitando approcci automatici o eccessivamente concentrati. Sul fronte interno, il modo in cui ci approcciamo agli algoritmi è quello di utilizzarli nel processo di investimento: strumenti basati su AI ci aiutano ad analizzare i dati, confrontare aziende che vogliamo acquistare e migliorare l’efficienza delle ricerche. Tuttavia, resta uno strumento di supporto: le decisioni finali rimangono in capo ai portfolio manager, che mantengono piena responsabilità delle scelte di investimento.
Quali temi guideranno gli investimenti nei prossimi anni?
Diversi filoni strutturali stanno emergendo con forza. Il primo è quello legato alla sicurezza e alla difesa, che negli ultimi anni è tornato centrale nelle strategie industriali e di investimento a causa dei conflitti: non riguarda solo la spesa militare in senso stretto, ma più in generale il rafforzamento della capacità produttiva e tecnologica dei Paesi. Aberdeen guarda con attenzione anche al comparto delle infrastrutture, che permettono di replicare flussi di cassa simili a quelli dei bond a lungo termine. In Europa il rafforzamento delle catene di approvvigionamento e la necessità di rendere l’economia più resiliente richiederanno nuovi investimenti. In questo contesto, rientra anche il tema della transizione energetica: l’evoluzione del mix di fondi tra rinnovabili e tradizionali continuerà infatti a creare opportunità di sia per sostenere la crescita sia per ridurre la vulnerabilità a shock sui prezzi.
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Molti investitori, istituzionali ma anche retail, stanno aumentando l’esposizione ai mercati privati e ai real assets per diversificare e cercare rendimenti meno correlati. Quanto è sostenibile questa tendenza e quali rischi vede? Dove si trova le maggiori opportunità?
Negli ultimi anni abbiamo visto un ampliamento progressivo dell’accesso ai mercati privati anche per gli investitori retail e riteniamo che questo processo continuerà. Anche noi stiamo sviluppando alcune soluzioni dedicate, come veicoli LTAF ed LTIF per Europa e Regno Unito, pensati proprio per rendere queste asset class accessibili a una platea più ampia di clienti. Allo stesso tempo, però, è fondamentale essere molto chiari sui rischi legati alla mancanza di liquidità: si tratta di investimenti che possono offrire rendimenti più elevati, ma che comportano anche un accesso molto più limitato al capitale nel breve periodo. Ecco perché è essenziale che gli investitori ne comprendano bene le implicazioni e che l’industria garantisca adeguati controlli di suitability quando vengono distribuiti alla clientela al dettaglio. Un caso emblematico è offerta dal segmento del private credit, che negli ultimi anni è cresciuto molto rapidamente e richiede oggi un approccio quanto mai prudente. Le opportunità più interessanti restano invece nelle infrastrutture e nel real estate, dove è possibile trovare asset con flussi di cassa relativamente stabili e con un orizzonte di lungo periodo coerente con la natura di questi investimenti.
Quali sono i principi per costruire portafogli resilienti nel prossimo decennio?
Il cuore della strategia rimane diversificazione e scenari multipli. Non si tratta di avere una sfera di cristallo, ma di mappare i possibili sviluppi dei mercati, valutare l’impatto sui singoli asset e comunicare in modo trasparente ai clienti le implicazioni dei rischi. Investire significa assumersi rischi, ma in modo consapevole: prevedere gli scenari e tradurli in strategie concrete è ciò che permette di affrontare la volatilità e proteggere il portafoglio nel lungo periodo.
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