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Per il country head della società, mercati resilienti, inflazione persistente e intelligenza artificiale stanno ridisegnando le scelte di allocazione. Con un punto fermo: in Italia serve più cultura dell’investimento azionario
I mercati continuano a sorprendere. Nonostante il susseguirsi di shock geopolitici, l’aumento dell’incertezza e il ritorno dell’inflazione come variabile centrale, le Borse hanno mostrato una capacità di tenuta superiore alle attese. Per Donato Savatteri, country head di T. Rowe Price, la ragione è chiara: la crescita degli utili resta robusta, il sostegno fiscale continua a farsi sentire e il ciclo degli investimenti legato all’intelligenza artificiale sta alimentando una nuova stagione di spese in conto capitale.
Il punto, però, è che l’AI, secondo il manager, non va letta soltanto come un fenomeno tecnologico. “A prima vista si tende a pensare che l’intelligenza artificiale sia qualcosa di tech. In realtà è molto anche old economy, perché significa investire in energia e in infrastrutture fisiche, ad esempio per la costruzione di data center”. È proprio questa dimensione materiale dell’innovazione a rendere più complessa la lettura macroeconomica.

Banche centrali divergenti?
In questo quadro, l’elefante nella stanza resta l’inflazione. Gli ultimi dati sulle aspettative, soprattutto in Europa, impongono cautela, con l’aumento dei prezzi dell’energia che pesa in modo diverso sulle economie: gli Stati Uniti possono contare su una maggiore indipendenza energetica, mentre l’Europa resta più esposta. Da qui può nascere una desincronizzazione tra politiche monetarie. “Gli Stati Uniti potrebbero ancora permettersi di tagliare i tassi, mentre l’Europa ha più rischio inflattivo proprio perché importa energia”, sottolinea.
Questa differenza contribuisce a spiegare il rinnovato interesse per il mercato americano. Alla fine del 2025 molti investitori si aspettavano una progressiva diversificazione rispetto agli Stati Uniti. Nei primi mesi dell’anno, però, la dinamica si è in parte invertita. “Avevamo osservato un po’ di disaffezione verso gli USA. Ora stiamo notando un ritorno: quello che poteva sembrare un calo strutturale del peso nei portafogli si è fermato e, a nostro modo di vedere, si è addirittura invertito”.
Questioni di stile
Il ritorno sugli Stati Uniti non riguarda una sola componente del mercato. Secondo Savatteri, l’interesse resta ampio e coinvolge sia strategie core sia growth. Tuttavia, il vero cambiamento di paradigma riguarda il value.
“Per anni il contesto di tassi zero e inflazione nulla ha favorito i titoli growth: il capitale costava poco e gli utili futuri venivano attualizzati a tassi molto bassi. Oggi lo scenario è diverso. Stiamo andando verso un mondo con un’inflazione strutturalmente più alta e tassi più alti. Questo porta naturalmente a riconsiderare il rapporto tra value e growth”, spiega Savatteri.
A favore del value giocano più fattori: valutazioni ancora a sconto rispetto al growth, utili più stabili, maggiore tenuta in un contesto di tassi elevati e l’esposizione a settori favoriti dal nuovo ciclo, come banche, assicurazioni, utilities, energia, difesa, infrastrutture e industriali. “La buona performance recente del value non è da ricondurre a motivi tattici, ma a un cambio strutturale di paradigma”, afferma.
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La gestione attiva nel nuovo contesto
Anche la deglobalizzazione, o meglio il ripensamento delle catene globali del valore, rafforza questa lettura. La necessità di accorciare le filiere, aumentare la ridondanza produttiva e investire in sicurezza energetica e industriale favorisce settori più legati all’economia reale. Non si tratta di una rotazione di breve periodo, ma di un movimento di lungo termine che attraversa infrastrutture, energia, difesa e industria.
In questo scenario, la gestione attiva torna centrale. Savatteri lo sottolinea soprattutto parlando dei mercati emergenti, dove il peso nei portafogli globali è diminuito drasticamente negli ultimi anni. “Già solo per una questione di riequilibrio i flussi sono destinati a crescere”, osserva. Ma gli emergenti, aggiunge, non sono più soltanto economie legate a commodity e old economy. Sono mercati sempre più avanzati nella tecnologia e nei servizi, con una demografia più favorevole rispetto ai Paesi sviluppati.
Proprio per questo, secondo T. Rowe Price, in queste aree la selezione può fare la differenza. “Nei mercati emergenti la gestione attiva è fondamentale, perché il livello di copertura dell’analisi delle aziende è molto basso. Lì fa la differenza avere un buon team di gestori e analisti”.
I trend dell’industria
Sul fronte ETF, Savatteri riconosce il ruolo crescente dei wrapper come strumenti efficienti, trasparenti e adatti a un mercato in evoluzione. Il punto, però, resta il valore aggiunto della gestione attiva. “Ci sono mercati dove la gestione attiva difficilmente batte un indice, ma ce ne sono tanti altri dove è assolutamente fondamentale”, afferma. La questione resta capire dove l’efficienza dello strumento può convivere con la capacità di generare valore attraverso la ricerca.
Per quanto riguarda i mercati privati, il country head Italy di T. Rowe Price, li guarda con interesse, soprattutto per la loro capacità di offrire decorrelazione e di favorire una pianificazione di lungo periodo da parte delle aziende. Ma invita a non cadere nella retorica secondo cui rappresentino l’unico canale di collegamento tra risparmio ed economia reale. “Anche investire nei mercati pubblici fa bene all’economia reale”, ricorda. “Una società quotata che funziona bene e vede salire il proprio titolo può finanziarsi a condizioni migliori, procedere ad aumenti di capitale e alimentare un circolo positivo di crescita”, completa.
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Educazione all’equity
Se applichiamo questo ragionamento all’Italia si scoprono grandi spazi di miglioramento legati principalmente ai possibili effetti positivi di un potenziale aumento della partecipazione all’investimento azionario. “Nel nostro Paese serve assolutamente più investimento in azioni”, dice. “La differenza con gli Stati Uniti è culturale: in Italia si risparmia soprattutto per proteggersi, mentre negli USA si investe per obiettivi e per far crescere il capitale”, aggiunge.
Questa distanza si riflette anche nella ricchezza finanziaria reale. “Negli ultimi vent’anni, osserva Savatteri, i risparmiatori italiani hanno partecipato poco alla crescita dei mercati azionari, mentre negli Stati Uniti la maggiore esposizione all’equity, anche attraverso il sistema previdenziale, ha contribuito all’aumento del patrimonio delle famiglie”, afferma.
Da qui l’importanza dell’educazione finanziaria, soprattutto in una fase in cui rischi e responsabilità si stanno spostando sempre più dalle istituzioni pubbliche ai singoli individui. Pensioni meno generose, carriere lavorative più instabili e maggiore facilità di accesso agli strumenti di investimento rendono indispensabile una pianificazione più consapevole. “Oggi ci sono molte più informazioni di prima, ma informazione non vuol dire educazione”, avverte Savatteri. E la possibilità di investire con un click, senza adeguata preparazione, può diventare pericolosa.
Il ruolo delle reti e dei consulenti diventa quindi decisivo. “T. Rowe Price lavora con i partner distributivi realizzando contenuti, webinar e momenti di formazione che vanno oltre il prodotto e aiutano a leggere mercati, portafogli e comportamenti degli investitori”. Per Savatteri, la vera frontiera è comportamentale: “la sfida per il consulente finanziario non è più soltanto costruire portafogli più efficienti, ma anche investitori più disciplinati”.
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