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Secondo uno studio di Banca del Fucino, un deciso calo delle quotazioni è altamente probabile. Ma non è detto che si trasformi in un crollo generalizzato. E in pericolo ci sono anche le Mag-7
Una correzione decisa delle quotazioni è altamente probabile, anche se non è detto che si trasformi un un crollo generalizzato. È questa la conclusione cui è giunto l’Ufficio Studi di Banca del Fucino dopo aver analizzato attentamente fondamentali, prospettive di crescita e concorrenza dell’ecosistema USA dell’intelligenza artificiale. Dal 30 novembre 2022, quando OpenAI lanciò ChatGPT, è infatti partito un rally che, tolte poche brevi fasi di ritracciamento, sembra non conoscere stop. Tanto che le grandi promesse di questa tecnologia sono considerate all’origine di oltre il 75% della crescita dell’S&P500 tra quella data e oggi. Da qualche mese, però, pesanti dubbi stanno togliendo il sonno agli investitori: siamo davvero di fronte alla rivoluzione che molti prospettano? E i prezzi azionari delle big tech USA sono davvero giustificati? Insomma, per dirla in poche parole, la domanda delle domande è: siamo in presenza di una bolla?
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Le attuali quotazioni non sono interamente giustificate
“Nonostante la forte crescita degli utili, riteniamo che gli attuali prezzi di borsa delle big tech USA non siano sorretti da prospettive di crescita realistiche”, affermano gli analisti di Banca del Fucino. I multipli attuali, spiegano infatti, scontano utili in crescita a ritmi del 20-25% annuo per i prossimi dieci anni. I P/E ratios vanno dal 50 di Nvidia ai quasi 400 di Palantir Technologies. Tuttavia, secondo lo studio, un tale scenario è possibile solo a una duplice condizione: da un lato, che l’AI si riveli effettivamente una rivoluzione tecnologica epocale e, dall’altro, che a trarre profitto da questo cambiamento siano proprio le Mag-7. “Nessuna delle due condizioni, però, può dirsi oggi avvalorata al di là di ogni ragionevole dubbio: in altri termini, oggi l’investimento su questi titoli presuppone una duplice scommessa”, mettono quindi in guardia gli esperti.
Un ridimensionamento delle quotazioni è altamente probabile
Ne deriva che, per Banca del Fucino, un ridimensionamento delle quotazioni appare verosimile, anche se non è scontato che si traduca in un downturn generalizzato del mercato. Un primo scenario possibile, infatti, vede una forte correzione limitata ad alcuni titoli. “Andamenti differenziati sono in effetti rilevabili nei più recenti movimenti: se aziende come Google o Nvidia hanno saputo conservare pressoché intatta la fiducia degli investitori, altre società, come Oracle o Palantir, hanno visto i prezzi scendere in misura significativa (rispettivamente circa -25% e -10% solo a novembre)”, si legge nel report.
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Il crollo non si può escludere
Secondo gli esperti, però, non è da escludere un secondo scenario, caratterizzato da effetti di contagio sull’intero settore. Le cause che potrebbero scatenarlo sono diverse, e a far da detonatore potrebbe essere proprio OpenAI. Secondo diverse stime, ricorda lo studio, l’azienda di Sam Altman dovrebbe infatti rimanere in perdita per i prossimi cinque anni, con il primo bilancio in attivo atteso oltre il 2030. A questo vanno sommati i crescenti dubbi degli esperti del settore sulle reali possibilità di sviluppo nel breve-medio termine di un primo modello di AGI (Artificial General Intelligence), obiettivo principe degli hyperscaler.
A rischio anche le imprese driver
Dalla correzione, secondo gli analisti di Banca del Fucino, non sarebbero immuni neppure le imprese protagoniste dell’attesa rivoluzione AI. A dimostrarlo, sottolineano, sono proprio la bolla delle ferrovie statunitensi del 1873 e quella delle dot.com del Duemila. In entrambi i casi, infatti, una forte sopravvalutazione prima e un pesante ridimensionamento poi hanno interessato tecnologie che hanno reso possibili grandi progressi di produttività e crescita. Lo studio prende ad esempio il caso di Nvidia, il cui titolo dal 2022 ha guadagnato circa il 945%. L’azienda di Santa Clara viene paragonata a Cisco System, tra le società a più alta capitalizzazione dell’S&P500 degli anni Novanta. Anche questa era infatti vista come depositaria della tecnologia ‘abilitante’, dal momento che si occupava della realizzazione dei cavi per la trasmissione dei segnali del nascente Internet. Allo scoppio della bolla delle dot.com, Cisco fu tra le vittime più illustri. Non è però mai fallita né ha mai dovuto optare per il delisting: al contrario, dal secondo decennio del Duemila è tornata a crescere in borsa, pur non raggiungendo mai più i livelli precedenti.
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La minaccia cinese
“Quando una grande innovazione tecnologica fa la propria comparsa sul mercato, il first mover ha modo di godere per un certo tempo di una rendita da monopolio, che permette all’azienda di crescere anche in misura molto significativa”, proseguono gli esperti di Banca del Fucino. Questo, a loro parere, è ciò che sta accadendo alle big tech a stelle e strisce. Tuttavia tale situazione di solito non dura a lungo, a causa dell’emergere di pressioni concorrenziali. A maggior ragione in una realtà altamente globalizzata come quella attuale, in cui a competere non sono solo singole aziende ma interi sistemi produttivi. La Cina, in particolare, si è dotata di un ecosistema di imprese innovatrici, alcune delle quali appaiono potenzialmente in grado di intaccare la rendita delle grandi società tecnologiche americane. Peraltro, evidenzia lo studio, l’innovazione del Dragone in ambito AI è spesso differente da quella delle loro controparti USA. Maggiore attenzione viene infatti rivolta ai modelli di intelligenza artificiale ristretta (NAI, Narrow Artificial Intelligence), progettati per la realizzazione di compiti specifici, spesso legati all’attività manifatturiera. “Proprio tale scelta potrebbe rivelarsi strategicamente vincente, consentendo alle imprese cinesi di ottenere un rilevante vantaggio comparato rispetto alle big tech statunitensi”, concludono gli analisti.
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