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Justine Vroman di Aviva Investors spiega come, attraverso il supporto alla gestione di un Climate Specialist e l’adesione rigorosa a target scientifici, sia possibile coniugare obiettivi finanziari e lotta al cambiamento climatico
“Nel mondo del credito gli approcci più comuni sono low-carbon o fanno riferimento ai fondi obbligazionari green. Il fatto di emettere green bond non significa necessariamente che l’azienda abbia operato un cambio di atteggiamento in relazione alla sfida climatica. Noi guardiamo alla strategia di complessiva delle società in cui decidiamo di investire piuttosto che a progetti isolati”.
L’idea di fondo espressa da Justine Vroman, gestore del Climate Transition Global Credit Fund di Aviva Investors, è che “tutte le aziende saranno prima o poi impattate dal cambiamento climatico nella propria catena del valore o dalle misure per ridurre le emissioni di carbonio o quantomeno dal rischio fisico legato al riscaldamento globale e questo avrà conseguenze certe per il business, in positivo o in negativo a seconda del grado di preparazione che avranno raggiunto nel tempo”.
Come è possibile trasformare l’evidenza che ogni società dovrà adattare il proprio modello di business per un futuro a basse emissioni di carbonio in una strategia di investimento obbligazionaria?
Il primo pilastro della nostra filosofia di gestione è l’esclusione di quelle società che con il loro operato contribuiscono ad acuire il cambiamento climatico, e parliamo essenzialmente del settore fossile. In questo modo escludiamo circa 100 emittenti dal nostro universo investibile: si tratta di aziende con ricavi derivanti dal carbone termico, così come società che generano più del 10% dei ricavi da oil&gas o più del 15% dalla generazione di energia a partire da gas naturale.
Non pensiamo però che si debba considerare l’esclusione come un concetto rigido. Allochiamo fino al 10% in aziende che generano ricavi da combustibili fossili perché riconosciamo l’importanza di supportare e poter investire in società seriamente impegnate in un percorso di transizione concreto e con obiettivi misurabili. Prima di investire in queste compagnie andiamo a fondo di piani industriali e progetti di investimento, potendo inoltre stabilire processi di engagement i cui risultati sono valutati dal nostro Climate Specialist Rick Stathers che collabora con potere decisionale alle scelte del team di gestione.
Quali sono gli altri pilastri per la creazione del portafoglio del Climate Transition Global Credit Fund?
Investiamo in società che offrono soluzioni al problema del cambiamento climatico e in quelle che rappresentano, in una prospettiva più ampia, un fattore di transizione verso un’economia a più basse emissioni di carbonio.
Rispetto alle esistenti soluzioni di investimento in fixed income con focus sul cambiamento climatico ci sono due aspetti che ci differenziano. Il primo fa riferimento all’impegno di Aviva Investors per il cambiamento del modo in cui il contesto economico valuta le questioni ambientali. Siamo direttamente impegnati perché queste conquistino un’effettiva centralità, come dimostrato dal nostro supporto alla Science Based Target Initiative, un programma che vede uniti CDP, United Nations Global Compact, World Resources Institute (WRI) e World Wide Fund for Nature (WWF) per supportare le aziende nella definizione di misure concrete e scientificamente rigorose per raggiungere l’obiettivo stabilito dagli Accordi di Parigi del 2015 (dimezzare le emissioni di gas serra entro il 2030, azzerarle entro il 2050, per contenere il riscaldamento globale entro gli 1,5° centigradi, ndr).
Abbiamo inoltre sviluppato un modello proprietario per il rischio di transizione climatica che coniuga la nostra view ambientale sui settori industriali con quella delle singole aziende. Da un punto di vista top-down riteniamo sia troppo semplicistico considerare in modo indifferenziato i vari business appartenenti ad un dato settore. Abbiamo quindi identificato 159 sottosettori e li abbiamo suddivisi in 6 categorie di rischio. Un modello estremamente granulare che combiniamo ad una valutazione bottom-up che prende in considerazione come le singole compagnie stanno affrontando i rischi di transizione energetica a cui sono sottoposte data l’appartenenza ad uno specifico sottosettore.
Questo modello ci permette di avere un processo estremamente rigoroso e approfondito per la definizione dell’universo di investimento che viene quindi indagato in modo qualitativo per selezionare le migliori opportunità.
Per un fondo di investimento che insiste sul concetto di transizione climatica la misurazione dell’effettivo impatto raggiunto in termini di riduzione delle emissioni di anidride carbonica è molto importante. Come avviene?
Il nostro mandato nei confronti del cliente è duplice. Da una parte dobbiamo investire con l’obiettivo di creare performance e diversificazione rispetto ai rischi dell’attuale panorama finanziario e ambientale e dall’altro generare un impatto positivo in termini di riduzione di emissioni.
Crediamo che fare riferimento all’adesione delle società in cui investiamo alla Science Based Target iniziative sia un modo rigoroso di determinare quanto stiamo contribuendo a combattere il cambiamento climatico. Per aderire a tale programma, infatti, una compagnia deve iniziare un percorso di riduzione delle proprie emissioni validato a livello scientifico per essere in linea con gli obiettivi degli accordi di Parigi. Il nostro obiettivo è che il 90% delle aziende appartenenti alla strategia possieda dei Science-based Target da raggiungere entro il 2030. Attualmente il fondo è al 42% contro un universo investibile che si posiziona al 26%.
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