Regno Unito tra elezioni e guerra: rendimenti dei Gilt ai massimi
A scatenare il sell-off non solo i timori di inflazione e di una una stretta monetaria dovuti al conflitto, ma anche la probabile disfatta di Starmer
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Contro la cura Truss alla fine è intervenuta la Banca d’Inghilterra. L’istituto centrale ha infatti annunciato un intervento nel mercato obbligazionario britannico per “ripristinare le normali condizioni di mercato”, vista l’esplosione dei rendimenti dei Gilt e il tracollo della sterlina seguiti all’annuncio del piano economico della nuova premier. La BoE comprerà dunque titoli di sua maestà a lunga scadenza con un’operazione “interamente finanziata dal Tesoro”. Immediata la risposta degli investitori all’annuncio, con il tasso a 30 anni, che a inizio seduta era salito al livello più alto dal 1998, al 5,14%, è subito calato al 4,73%.
D’altra parte, la manovra espansiva targata Liz Truss annunciata venerdì scorso, oltre a guadagnarsi la bocciatura della Bank of England e del mercato, ha ‘costretto’ il Fondo Monetario Internazionale a rilasciare una dichiarazione irritualmente esplicita di condanna. Il Fmi ha infatti apertamente criticato il costoso piano di sostegno economico chiedendo al nuovo governo inglese di “rivalutare” le misure in un momento in cui il Paese sta attraversando “una grave crisi economica con l’impennata dei prezzi dei generi alimentari”.
Il piano della Truss prevede un congelamento del costo dell’energia per privati e imprese, ma anche importanti tagli alle tasse, causa appunto del crollo della sterlina (su cui pesa anche il super dollaro) e di un aumento dei tassi debitori nel Paese. Si tratta del più grande pacchetto di tagli fiscali degli ultimi 50 anni (al quale seguiranno altri, come annunciato dal cancelliere dello Scacchiere Kwasi Kwarteng) che fa intravedere ai mercati il rischio di un’impennata dell’indebitamento pubblico.
Per il Fmi i tagli fiscali previsti soprattutto per le fasce di popolazione più abbiente potrebbero far salire l’inflazione e far aumentare le disuguaglianze, mentre il congelamento del prezzo dell’energia, che da solo potrebbe valere circa 60 miliardi di sterline per i primi sei mesi, viene bocciato dal momento che sarebbero preferibili “pacchetti di budget ampi e non mirati in questa fase”.
La nuova lady di ferro britannica però non si è lasciata intimorire e ha risposto per le rime alle critiche che sono arrivate anche da Moody’s. “Abbiamo agito rapidamente per proteggere famiglie e imprese questo inverno e il prossimo inverno, dopo l’aumento senza precedenti dei prezzi dell’energia causato” dalla guerra in Ucraina, “siamo concentrati sulla crescita dell’economia e del tenore di vita per tutti”, ha sottolineato il Tesoro in un comunicato stampa.
“Agli annunci di Truss non ha reagito negativamente solo il mercato valutario, ma anche quello dei titoli di Stato. Il rendimento dei bond britannici a 10 anni è volato sopra il 4% per la prima volta dalla crisi finanziaria del 2008, con un aumento da 131 punti base che non si vedeva dal 1979. Un trend al rialzo che ha contagiato anche il Vecchio Continente, con aumenti dei rendimenti (e quindi dello spread) in Grecia, Spagna e Italia”, commentano gli analisti dell’Ispi, che sottolineano come il dollaro forte sta quindi indebolendo più di un’economia.
“Come a metà degli anni ‘80, quando, con gli accordi del Plaza, i Paesi dell’allora G5 (Usa inclusi) decisero interventi coordinati sul mercato dei cambi per cercare di svalutare la moneta americana. Che la storia si ripeta?”, si chiedono dall’Ispi.
Di diverso parere Chris Teschmacher, multi-asset fund manager di Lgim, secondo cui la debolezza della sterlina non dipende dal governo. “Le misure incluse nel ‘budget’ che hanno creato maggiore scalpore non sono poi così difficili da finanziare e anche l’andamento del debito sovrano inglese è molto simile a quello di altre nazioni sviluppate”, afferma, spiegando che quindi le reazioni del mercato valutario sembrano essere maggiormente connesse alla capacità della Banca d’Inghilterra di contrastare l’inflazione e di mantenere il controllo del fisco nel lungo periodo.
“Quest’anno – chiarisce -, le monete europee sono state meno considerate rispetto al dollaro, nonostante fosse previsto un numero maggiore di rialzi dei tassi d’interesse rispetto agli Stati Uniti. Tuttavia, si riscontrano delle discrepanze tra ciò che i mercati hanno prezzato e ciò che sta effettivamente accadendo. La Fed ha aumentato i tassi in modo aggressivo, mentre le banche centrali europee hanno semplicemente accettato quanto fatto dall’istituto di credito americano. Questo ha causato un indebolimento delle valute locali e ha portato le banche centrali europee e del Regno Unito ad agire troppo tardi”.
“Sebbene la sterlina stia attraversando un momento non certo buono, osserviamo che sul mercato si è venuto a creare un sentiment negativo che si andrà ad esaurire in tempi ragionevolmente brevi – aggiunge Teschmacher -. Per questo, abbiamo deciso di posizionarci in modo cautamente ottimista sulla moneta inglese nei i nostri portafogli più tattici, ma la nostra esposizione è molto più contenuta di quanto la situazione potrebbe suggerire a causa dell’incertezza politica. Ulteriori ribassi della sterlina probabilmente ci porteranno a rivedere al rialzo la posizione con una visione a medio termine, in quanto riteniamo che ciò renderebbe solo più probabile il sostegno da parte del governo o della Boe”.
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