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A scatenare il sell-off non solo i timori di inflazione e di una una stretta monetaria dovuti al conflitto, ma anche la probabile disfatta di Starmer
Gilt di nuovo sotto attacco. I rendimenti dei titoli di Stato britannici sono tornati a salire e nella mattinata di martedì hanno toccato i massimi dal 1998, con il trentennale al 5,76% e il decennale oltre il 5%. A pesare è un insieme di fattori che mettono a rischio il governo di Keir Starmer, aumentano la pressione sui conti pubblici e fanno prevedere un ulteriore inasprimento della politica monetaria della Bank of England, con inevitabili risvolti sul una crescita economica già anemica.
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Il prezzo di Hormuz
Tra i problemi principali del Regno Unito c’è ovviamente la crisi in Medio Oriente. Il fragile cessate il fuoco e il blocco dello Stretto di Hormuz continuano a spingere il petrolio sopra i cento dollari al barile riaccendendo i timori di inflazione in tutto il mondo. Londra ha già visto il carovita risalire al 3,3% e l’attesa è che aumenti ulteriormente man mano che i rincari energetici si trasmetteranno all’economia. La scorsa settimana, in scia a Fed e BCE, anche la BoE ha adottato un approccio prudente, lasciando i tassi fermi, e ha scelto di pubblicare tre scenari distinti invece di una previsione unica, aprendo a una stretta. Il sell-off dei Gilt riflette proprio le attese di un imminente inasprimento, con i mercati che prezzano 2-3 rialzi del costo del denaro entro fine anno. “Prima della guerra, il mercato si aspettava tagli, poi si è rapidamente orientato verso aumenti e, di conseguenza, la sterlina è stata una delle valute del G10 con la migliore performance dall’inizio del conflitto”, ha spiegato a Reuters Fane Foley, head of FX strategy di Rabobank . Insomma, anche se l’economia britannica sta affrontando una serie di difficoltà, che verrebbero amplificate da una stretta, per gli investitori sarà il problema prezzi ad essere affrontato per primo da Bailey e colleghi.
Starmer a rischio disfatta
A preoccupare i mercati c’è poi anche la sempre più fragile tenuta dell’esecutivo. Giovedì milioni di elettori britannici si recheranno alle urne in Inghilterra per le amministrative, mentre in Scozia e Galles si voterà per le parlamentari. Per Starmer, già travolto indirettamente dalla scandalo Epstein, si preannuncia una sonora sconfitta che potrebbe perfino costringerlo alle dimissioni e innescare una battaglia per la leadership. Il principale timore del mercato è che un nuovo governo, potenzialmente più a sinistra, possa mettere a rischio i conti pubblici procedendo con un allentamento fiscale. “Nel Regno Unito, il Partito Laburista del primo ministro rischia di subire perdite significative alle elezioni locali di giovedì. Manteniamo una view negativa sui titoli di Stato di Regno Unito”, ha scritto in una nota César Pérez Ruiz, head of investments & cio di Pictet Wealth Management.
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La tempesta perfetta
Un simile scenario spiega dunque perché il mercato britannico risulti tra i più colpiti a livello globale dall’inizio del conflitto, viste anche la maggiore esposizione dell’economia di sua maestà ai prezzi energetici e l’inflazione già elevata prima della crisi. È vero che il movimento sui Gilt si inserisce in un più ampio sell-off dei titoli di Stato a lunga scadenza, con il Treasury USA a trent’anni che è salito al 5% per la prima volta da settembre, ma il decennale britannico ha visto schizzare il suo rendimento di 70 punti base dall’inizio della guerra: un record fra i Paesi avanzati (l’Italia si è fermata a 50 pb). E le prospettive non sono rosee: secondo gli analisti, l’assenza di segnali di de-escalation tra USA e Iran e l’aumento del barile continueranno ad alimentare le pressioni, mentre l’incertezza politica interna contribuirà a mantenere elevata la volatilità.
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