La creatura di Musk si prepara alla più grande quotazione della storia. Ma OpenAI e Anthropic non saranno da meno. Per gli analisti, le ripercussioni non risparmieranno nessun segmento del mercato. Ecco perché e a cosa guardare
Ci siamo. Venerdì 12 giugno SpaceX, la creatura spaziale di Elon Musk, atterrerà a Wall Street attraverso la più grande Ipo della storia. La società, il cui business va dai satelliti di Starlink ai data center fino all’AI, è stata infatti valutata 1.780 miliardi di dollari e potrebbe raccogliere fino a 86 miliardi: quasi tre volte quanto ottenuto dal colosso del petrolio Saudi Aramco nel 2019. Le implicazioni di una simile operazione sono molteplici e vi si sommeranno quelle delle prossime mega quotazioni di OpenAI e Anthropic, stimate rispettivamente da 70 e 60 miliardi e attese per il quarto trimestre. Tre debutti colossaliche, come fanno notare molti gestori, richiederanno cautela e non lasceranno indifferenti i portafogli.
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
Secondo Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, un elemento fondamentale da considerare è il ruolo degli ETF. Storicamente i principali indici statunitensi hanno infatti adottato criteri differenti: l’S&P 500 ha mantenuto requisiti rigorosi, richiedendo almeno dodici mesi di quotazione e quattro trimestri consecutivi di utili prima dell’inclusione; il Nasdaq, invece, ha generalmente consentito alle debuttanti un ingresso più rapido. “Le indiscrezioni su SpaceX indicano una valutazione pari a circa cento volte i ricavi attesi”, fa notare, “multiplo particolarmente elevato per una società che continua a registrare perdite e che riflette aspettative molto ambiziose sulle sue prospettive di crescita futura”. Per l’esperto, è quindi improbabile vedere la creatura di Musk fare il suo ingresso nell’indice che monitora l’andamento delle 500 principali società statunitensi prima di un anno mentre l’inclusione nel suo corrispettivo tech potrebbe avvenire già entro le prime settimane di luglio. “L’impatto diretto appare quindi limitato almeno nella fase iniziale”, osserva.
E quello sui mercati
“Maggiore attenzione merita invece il potenziale effetto indiretto sul mercato”, avverte Flax. Le nuove quotazioni e le operazioni di raccolta di capitale potrebbero infatti richiedere agli investitori di riallocare risorse, vendendo parte delle posizioni esistenti per finanziare la partecipazione alle nuove emissioni. “Anthropic e OpenAI sembrano avviate verso percorsi analoghi”, sottolinea, “mentre Alphabet ha recentemente annunciato un aumento di capitale da 80 miliardi di dollari destinato a sostenere gli investimenti in AI”. Un ulteriore elemento di riflessione evidenziato dal cio riguarda la scelta, operata da fondatori e dirigenti, di monetizzare parte delle proprie partecipazioni attraverso la quotazione. “Questo alimenta il dibattito sulla sostenibilità delle valutazioni rispetto alle prospettive di crescita di lungo termine”, chiarisce. Ne deriva che nei prossimi mesi il mercato potrebbe assistere a numerose operazioni di raccolta di capitale da parte di grandi aziende tech, richiamando l’attenzione sulla sua capacità di assorbire una crescente offerta di azioni e su come le aspettative degli investitori possano aumentare durante le fasi di entusiasmo.
Sulla stessa lunghezza d’onda Laurent Chaudeurge, membro del comitato di investimenti di BDL Capital Management, secondo cui l’epoca in cui lo sviluppo dell’intelligenza artificiale era finanziato con capitali privati è ormai finita. E per raggiungere i tassi di crescita previsti, i mercati obbligazionari e azionari saranno coinvolti ad un livello senza precedenti. Per mantenere la remunerazione dei propri azionisti, queste società dovranno infatti collocare molto più debito rispetto al passato. “Goldman Sachs calcola che rappresentino già il 18% delle nuove emissioni nette sul mercato investment grade negli Stati Uniti dall’inizio del 2026”, spiega, “creando una concentrazione in grado di alterare gli equilibri storici”. Inoltre, prosegue, le mega Ipo potrebbero rappresentare circa 200 miliardi di dollari di nuovi titoli: da quattro a cinque volte la dimensione media annua del mercato statunitense delle nuove quotazioni.
Parola d’ordine: cautela
Wolf von Rotberg, equity strategist di J. Safra Sarasin
Molto cauto è anche Wolf von Rotberg, equity strategist di J. Safra Sarasin, che rimarca come i tre debutti da record siano diversi da qualsiasi altro caso. Le dimensioni delle società in questione risultano infatti senza precedenti. E il fatto che siano ancora in perdita e si basino su ipotesi di crescita eccezionali le rende non meno vulnerabili alle battute d’arresto rispetto a nomi meno blasonati. “L’inclusione ‘Fast Entry’ in una serie di indici comporta dei rischi”, mette in guardia. Poi sottolinea come i criteri di stabilità degli utili, determinazione del prezzo e criteri di free float siano stati abbandonati per consentire una rapida inclusione nell’indice: “Ciò indebolisce la qualità dell’indice e potrebbe portare a una maggiore volatilità”. Un problema che vale ovviamente anche per i singoli titoli. Da qui la convinzione che un andamento tipico post-Ipo non sia improbabile, con forti rialzi al momento del lancio seguiti da un prolungato periodo di consolidamento. E tale evoluzione potrebbe persino essere amplificata dal fatto che i fondi passivi indicizzati sono costretti ad acquistare il free float molto limitato di queste società. Per questo, von Rotberg conclude il suo ragionamento con un monito: “La volatilità potenzialmente significativa suggerisce di mantenere un’esposizione al rischio entro livelli gestibili”.
Kevin Moss, gestore della strategia Lsa Private Shares di Gam, coglie l’occasione per sottolineare come proprio queste tre mega Ipo siano la prova che l’innovazione e la creazione di valore si stanno verificando sempre più al di fuori dei mercati pubblici. Circa il 77% delle società statunitensi con un fatturato superiore a cento milioni di dollari è infatti di proprietà privata e il numero di aziende non quotate con una valutazione superiore al miliardo di dollari è passato da una sola nel 2010 a oltre 1.300 nel 2025. “Poiché l’innovazione e la creazione di valore si concentrano sempre più nell’universo degli alternativi”, evidenzia, “gli investitori che non hanno un’esposizione a queste società potrebbero rischiare di perdere la prossima ondata di crescita trasformativa”. Per Moss è però preferibile puntare su imprese in fase avanzata, già sostenute da importanti società di venture capital globali. “Questo segmento differisce sostanzialmente dall’orizzonte temporale di 10-15 anni del vc tradizionale perchè le società tendono ad essere più mature e ad avere base clienti consolidata”, afferma. A sostegno della sua tesi, l’esperto cita una ricerca proprietaria basata su uno studio di quasi 800 aziende statunitensi che hanno completato un’Ipo in un periodo di 15 anni. “I numeri dimostrano che investire nell’ultimo round di finanziamento privato e mantenere la posizione fino a sei mesi dopo la quotazione ha generato rendimenti medi di circa il 249%”, analizza. In confronto, prosegue, “chi è entrato al momento del debutto ha ottenuto ritorni di circa il 16% nello stesso periodo mentre quelli che hanno acquistato il primo giorno di negoziazione ci hanno perso”.
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