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Il fondo di expansion capital guidato da Patrizia Micucci punta a portare le masse a 650 milioni di euro nei prossimi 18 mesi. In pipeline un deal nel food & beverage e quattro nuovi dossier su altrettanti settori. Ma resta un paradosso: “Alternativi ancora indietro in un Paese che sarebbe perfetto per questi strumenti”
“La finanza deve tornare a mettersi al servizio dell’industria”. Patrizia Micucci, fondatrice e managing partner del fondo di private equity Aurora Growth Capital, ha le idee chiare nell’inquadrare le ragioni per le quali l’Italia si trova in ritardo nello sviluppo degli investimenti sui mercati privati nonostante abbia una “Borsa poco competitiva” e imprese “tra le più adatte a sfruttare i canali di finanziamento alternativi per dimensione e caratteristiche”. L’occasione per spiegarle è stata offerta da un evento stampa a Milano, in cui la manager ha fatto il punto su strategia, numeri e obiettivi di sviluppo del comparto. Sul tavolo, due direttrici operative precise: un nuovo fundraising fino a 150 milioni di euro e una pipeline di investimenti già in fase avanzata, con una prima acquisizione nel settore food pronta a essere chiusa a breve. Un’accelerazione che riflette una fase di consolidamento per la società e, al tempo stesso, la volontà di rafforzare il proprio posizionamento in un segmento ancora poco presidiato del private capital italiano.
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Un modello alternativo al buyout
Il punto di partenza di Micucci è una distinzione netta rispetto ai modelli tradizionali. “Quando si parla di private equity si pensa sempre ai buyout noi facciamo altro”, ha osservato, precisando: “Entriamo in aumento di capitale, senza usare leva, per supportare la crescita attraverso un partecipazione quasi sempre di minoranza”. Trattasi del cosiddetto ‛growth capital’, approccio intermedio tra venture capital e buyout che viene spesso trascurato nonostante si rivolga potenzialmente a una fascia molto ampia del tessuto produttivo italiano. “Parliamo di aziende con un fatturato tra i 30 e i 200 milioni di euro che rappresentano circa il 50% del Pil nazionale”, chiarisce la manager, “e nelle quali l’imprenditore non vuole vendere”. In questo schema, in buona sostanza, il fondo non sostituisce la guida ma la integra: “Non diamo soldi al fondatore per uscire bensì per investire, lasciandolo al centro della strategia con maggiore disponibilità network e governance”. Una logica di partnership che punta a preservare identità e know-how delle società, evitando processi di delocalizzazione o perdita di controllo strategico anche grazie a una presenza operativa significativa nei board.
Target 150 milioni
Aurora vanata masse in gestione per circa 500 milioni di euro attraverso un catalogo prodotti che comprende il suo comparto flagship da 234 milioni e due fondi di coinvestimento da 57 e 167 milioni nei quali tende a coinvolgere anche realtà come i family office. Ora l’obiettivo è una nuova raccolta fino a 150 milioni, da completare entro fine anno o al più in 18 mesi. Si tratta, come detto da Micucci, di un aumento di capitale funzionale ad alimentare una pipeline già identificata e coerente con la capacità di deployment del team. “Essendo fully paid-in”, ha spiegato la managing partner, “riceviamo subito il denaro e dobbiamo investirlo rapidamente”. Poi ha proseguito: “Non vogliamo troppa cassa inutilizzata, di modo da evitare le inefficienze tipiche di altri modelli e consentire una gestione più disciplinata delle risorse raccolte”. L’impostazione si dimostra peculiare però anche sul fronte della distribuzione: “Siamo cash flow positive e ciò ci porta a conferire subito i capital gain tramite dividendi”. Una caratteristica che rende il veicolo attrattivo soprattutto per investitori istituzionali con esigenze di flussi regolari, come casse di previdenza e assicurazioni. Dal 2019 a oggi ammontano a 100 i milioni le cedole staccate agli investitori in questo modo, a dimostrazione di una capacità di generare ritorni anche in contesti complessi e senza ricorrere a leva finanziaria.
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Strategia di investimento e portafoglio
Il focus resta sulle pmi italiane con fatturato tra 30 e 200 milioni, con ticket medi che vanno da 20 a 50 milioni di euro fino a 60 in caso di co-investimento. Si tratta di aziende spesso leader di nicchia, con forte vocazione all’export e margini già consolidati. Il portafoglio conta oggi 12 società con un fatturato aggregato sui 3 miliardi e che sono distribuite su cinque verticali principali: industria, healthcare, tech, sostenibilità e made in Italy. “Investiamo in realtà con margini medi intorno al 22% e le accompagniamo in progetti di crescita organica o tramite acquisizioni”, ha sottolineato il managing partner Giacinto D’Onofrio, precisando che la diversificazione consente di mitigare i rischi legati ai singoli comparti e di mantenere una buona resilienza. L’approccio è poi bottom-up: la selezione parte dalle aziende e dai loro fondamentali, per costruire l’allocazione complessiva mantenendo un equilibrio tra crescita e sostenibilità finanziaria.
Pipeline e nuove operazioni
Sul fronte degli investimenti, una prima operazione nel food & beverage è in fase avanzata e potrebbe chiudersi a breve. Si tratta di un’azienda con caratteristiche coerenti con la strategia del fondo, a detta dei due soci: “Posizionamento distintivo, marginalità elevata e potenziale di crescita”. In parallelo, è stato aggiunto, il veicolo sta valutando altre quattro opportunità in altrettanti settori: servizi immobiliari, gestione rifiuti, sviluppo di software ed efficientamento energetico. “Sono società con posizionamento distintivo e fondamentali solidi ma anche in grado di crescere anche in contesti complessi”, ha evidenziato D’Onofrio. Una pipeline riflette propensione alla selezione, con attenzione alla qualità degli asset più che al volume delle operazioni. L’obiettivo è costruire un portafoglio capace di generare valore nel tempo, evitando esposizioni eccessive a dinamiche cicliche o a settori troppo volatili.
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In arrivo la prima exit del 2026
Sul fronte dei disinvestimenti, Aurora Capital Growth si prepara a chiudere la prima exit dell’anno. L’operazione dovrebbe riguardare PHSE, società specializzata nella logistica e nel trasporto a temperatura controllata per il settore farmaceutico, con ricavi che si aggirano intorno ai 109 milioni di euro. L’uscita rappresenterebbe il ventunesimo disinvestimento complessivo per la piattaforma, confermando una strategia improntata alla valorizzazione industriale delle partecipate e al successivo monetization event.
Track record e profilo di rischio
Il fondo rivendica un track record solido: multiplo medio di 2,4 volte sulle exit realizzate e nessuna perdita registrata. “È tutta crescita industriale e senza leva finanziaria”, ha commentato Micucci, ribadendo l’importanza di un approccio prudente ma efficace. La durata media degli investimenti è tra i quattro e i cinque anni, con un modello di uscita flessibile che si adatta alle esigenze dei patron e alle condizioni di mercato in modo da ottimizzare il timing delle exit e massimizzare i risultati. “In oltre metà dei casi è il proprietario stesso a riacquistare la quota”, spiegano di due managing partner, “questo per noi è un doppio successo perché non solo si produce ritorno per gli investitori ma l’azienda che resta anche in Italia”. Una dinamica che rafforza il legame con il tessuto produttivo nazionale e limita fenomeni di delocalizzazione. Il profilo di rischio contenuto, unito a rendimenti nell’ordine del 15-16%, rende il modello infine particolarmente interessante in un contesto di mercato caratterizzato da incertezza e volatilità.
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Alternativa concreta in un “Paese da private capital”
Per Micucci l’Italia è un Paese da mercati privati e il growth capital può assumere un ruolo particolarmente rilevante. “Con una capitalizzazione complessiva che non arriva neanche a 800 miliardi di euro”, ha spiegato, “la Borsa è marginale per queste aziende”. Lo dimostra anche l’affollamento dell’EGM, dal suo punto di vista, oltre al fatto che molte di quelle entrate nel segmento hanno un flottante molto basso e scambiano sotto la parità. Da qui anche l’apertura verso nuovi canali di raccolta: il fondo è PIR compliant e dialoga con reti e asset manager per entrare in veicoli ELTIF destinati al retail. L’obiettivo è ampliare la platea degli investitori e convogliare risparmio privato verso l’economia reale. La sfida, tuttavia, resta culturale: “Dobbiamo spiegare meglio cosa facciamo perché il nostro è un modello che offre rendimento e basso rischio ma soprattutto finanzia l’economia reale”. In sintesi, una visione chiara: “Non è finanza parassitaria”, conclude Micucci, “è finanza che crea valore”.
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