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Raccolta in calo del 23% a 316 milioni di euro. Tengono gli investimenti: 1.328 milioni di euro, -7%. Cipolletta (Aifi): “Anno di bassa per il mercato, nel 2024 si normalizzerà”
Dopo la frenata registrata dal private equity, anche il private debt archivia il primo semestre del 2023 con il segno meno. Complici il difficile contesto economico e gli alti tassi d’interesse, che hanno spinto le imprese a ricorrere alla cassa piuttosto che al mercato, la raccolta totale del settore si è fermata a 316 milioni di euro, in calo del 23% rispetto ai 410 milioni dello stesso periodo dell’anno scorso. Limitano il rosso invece gli investimenti, che mettono a segno una contrazione del 7% e raggiungono quota 1.328 milioni. È quanto emerge dalla rilevazione di Aifi, l’associazione italiana del private equity, venture capital e private debt, condotta in collaborazione con Cdp e Deloitte.
“Ci aspettavamo questi dati”, commenta il presidente di Aifi, Innocenzo Cipolletta, che rimarca come nonostante molte imprese abbiano “una situazione di liquidità relativamente abbondante”, in una situazione di tassi elevati “c’è la tendenza a usare risorse proprie piuttosto che indebitarsi sul mercato”. In particolare, spiega, sono “troppo poche le risorse destinate allo sviluppo dei progetti industriali delle imprese del mid market”. Per Cipolletta, quindi, il 2023 è destinato ad essere “un anno di bassa, mentre il 2024 dovrebbe normalizzarsi”. Al netto, ovviamente, “dei fattori esogeni come i conflitti in corso e i riflessi sull’economia globale alle prese anche con la deriva inflattiva”, precisa.
Raccolta: settore pubblico, banche e fondi pensione in testa
Più nel dettaglio, la prima fonte della raccolta di mercato sono stati il settore pubblico e i fondi istituzionali (63%). Seguiti dalle banche (12%) e dai fondi pensione e casse di previdenza (10%). Guardando alla provenienza geografica, la componente domestica ha rappresentato l’82% dei flussi totali.
Investimenti e rimborsi
Quanto agli investimenti, il numero di sottoscrizioni è stato pari a 68, il 50% in meno rispetto al 2022, distribuite su 46 società (-37%). Escludendo le operazioni per società oggetto di investimento oltre i 100 milioni, i dati relativi all’ammontare risultano pari a 524 milioni, in calo del 37% rispetto al primo semestre dello scorso anno (836 milioni). Protagonisti i soggetti domestici, che hanno realizzato il 72% del numero di operazioni, mentre il 78% dell’ammontare è stato investito da operatori internazionali. La metà delle operazioni è stata di finanziamento, il 47% sottoscrizioni di obbligazioni e il restante 3% strumenti ibridi. Il 55% dell’ammontare investito ha riguardato operazioni per la realizzazione di buy out (705 milioni, -29%), quelle con obiettivo lo sviluppo delle società hanno attratto 505 milioni (39% del mercato, con un aumento del 51%), mentre il restante 6% è stato destinato al rifinanziamento del debito
Per quanto riguarda le caratteristiche degli strumenti, la durata media, di poco inferiore ai 6 anni, risulta in linea con i periodi precedenti, mentre emerge una crescita media dei tassi d’interesse applicati. A livello geografico, la prima regione è ancora la Lombardia, con il 26% del numero di operazioni, seguita dal Veneto con il 16%. Con riferimento alle attività delle aziende target, al primo posto con il 24% degli investimenti si piazza il settore dei beni e servizi industriali, seguito dall’alimentare, con il 22%. A livello di dimensione delle aziende target, il 53% degli investimenti ha riguardato imprese con meno di 250 addetti. Infine, guardando ai rimborsi, le società che li hanno effettuati sono state 66 (contro le 93 dello scorso anno, -29%), per un ammontare pari a 127 milioni di euro (+10% rispetto ai 116 della prima parte del 2022). L’81% del numero di rimborsi ha seguito il piano di ammortamento.
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