Presentato a Milano l’Osservatorio ‛Look to the Future’ di Athora Italia e Nomisma. Tra incertezza e scarsa consapevolezza, la pianificazione scarseggia. Ma tra chi aderisce, il 91% si dice soddisfatto
Vivere più a lungo non significa vivere meglio, né tantomeno arrivare preparati all’appuntamento con la pensione. È il paradosso che emerge dalla seconda edizione dell’Osservatorio Look to the Future di Athora Italia e Nomisma, il cui sondaggio su campione di 1200 persone tra i 18 e i 75 anni restituisce lo scatto di un Paese ancora in bilico tra consapevolezza e immobilismo. “I dati mostrano una società che percepisce chiaramente i rischi della longevità ma fatica a trasformare questa consapevolezza in azione”, dice Silvia Zucconi alla stampa in qualità di direttore New Market Intelligence dell’ente di ricerca.
La longevità emerge infatti come tema divisivo: se il 63% dei pensionati guarda al futuro con ottimismo, chi ancora lavora appare in preda all’ansia e il 29% associa addirittura l’allungamento della vita a nuove preoccupazioni. A dominare è soprattutto il tema della non autosufficienza, che riguarda il 74% degli intervistati. “Il timore non è solo sanitario ma profondamente sociale ed economico”, osserva ancora Zucconi, sottolineando che pesa l’idea di diventare un carico per la famiglia. Paure a cui non corrisponde però un’adeguata pianificazione: solo l’8% degli attivi dichiara di aver organizzato con cura la propria vita dopo il lavoro, mentre il 47% dice di limitarsi a ridurre le spese non necessarie. “Adottiamo strategie di senso comune più che di buon senso”, aggiunge il sociologo e fondatore di Progetica Sergio Sorgi,che chiosa: “Risparmiamo ma privi di una direzione e senza capire che la longevità è capacità di fare forma al futuro prima che arrivi”.
Il gap previdenziale
Alla base dell’inerzia c’è anche una scarsa consapevolezza del tempo. Oltre un terzo dei lavoratori immagina ancora di ritirarsi a 65-67 anni e solo il 33% prevede di vivere più di vent’anni in pensione, contro il 57% di chi ha già maturato questa consapevolezza. “Sottostimiamo sistematicamente la durata della vita post-lavorativa”, evidenzia Zucconi. “E quando si sottostima il tempo”, aggiunge, “si sottostima anche il fabbisogno economico”. A questo si aggiunge un diffuso pessimismo: il 70% di chi ha ancora un impiego teme che la pensione pubblica non sarà adeguata al proprio tenore di vita e il 42% pensa che i contributi versati oggi serviranno a finanziare le pensioni attuali. “C’è un mix di sfiducia e scarsa conoscenza che paralizza le decisioni”, osserva Sorgi. “E quando manca la comprensione”, rincara, “ci si rifugia nel rinvio”. Per il sociologo, insomma, gli italiani sono ancora preda dei luoghi comuni. Anzi, vittime della “sindrome di Talete”: “Ritardano le scelte sulla pensione integrativa perché pensano sia troppo presto ma sanno che arriverà un giorno nel quale sarà troppo tardi”. Il risultato è un’adesione davvero limitata alla previdenza complementare: solo il 27% ha attivato un piano, mentre il 36% dichiara di volerlo fare ma senza tempistiche definite.
La rincorsa verso la sicurezza economica futura
Fonte: Athora
“Il tema non è solo l’intenzione ma anche la capacità di tradurla in azione”, sottolinea Zucconi. “La procrastinazione è uno degli ostacoli principali”, aggiunge. Non mancano, inoltre, le incoerenze: il 36% di chi conosce fondi pensione o PIP desidererebbe un’integrazione superiore ai 700 euro mensili, ma il 75% non sarebbe disposto a versare più di 200 euro al mese. “C’è una distanza evidente tra aspettative e comportamenti”, fa eco Sorgi, pima di concludere: “È il segno di una pianificazione ancora fragile, spesso più desiderata che costruita”.
Con il passare degli anni, però, emerge con forza il tema del cosiddetto “costo del rimpianto”. Il 50% degli over 50 dichiara infatti che avrebbe dovuto iniziare prima a pianificare la propria previdenza complementare, mentre tra i pensionati il 20% rifarebbe le proprie scelte con maggiore anticipo. “Il rimpianto è il prezzo della non pianificazione”, sintetizza Sorgi, “ed è un costo che cresce con il tempo perché non più recuperabile”. All’opposto, tra chi ha già aderito a strumenti di previdenza complementare prevale la soddisfazione: il 91% si dichiara contento o molto contento della scelta fatta. “Questo dato è molto chiaro”, evidenzia il ceo di Athora Italia Jozef Bala, che insiste anche sul ruolo dell’industria. “Come compagnia assicurativa abbiamo il dovere di comunicare che la previdenza complementare è una strategia per mitigare il rimpianto futuro e garantire una serenità oggi appannaggio solo di chi ha saputo pianificare per tempo”.
Il ruolo dell’informazione
Un nodo cruciale resta infatti quello dell’informazione: solo il 21% di chi non conosce questi strumenti dichiara di voler approfondire, mentre molti continuano ad affidarsi a amici e parenti. “Serve un linguaggio nuovo più semplice ed empatico”, dice Zucconi, “solo così si può colmare il divario informativo e aiutare le persone a fare scelte più consapevoli”. La sfida, dunque, è culturale prima ancora che finanziaria. “Non si tratta solo di risparmiare”, conclude Sorgi, “ma di dare un senso al risparmio nel corso del tempo”.
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