Secondo l’osservatorio di Anima, il 75% degli italiani valuta importante investire per la pensione ma meno del 20% ha aderito. La normativa 2026 e strumenti come i simulatori online potrebbero stimolare oltre un milione di nuovi sottoscrittori, con un ruolo chiave dell’educazione finanziaria e della pianificazione a lungo termine
Il secondo pilastro in Italia mostra segnali di crescente attenzione da parte del pubblico, ma la reale adesione rimane contenuta. È quanto emerge dalla quinta edizione dell’osservatorio sul tema firmato Anima SGR, presentato il 3 marzo a Milano alla presenza di stampa e addetti ai lavori. Lo studio, realizzato in collaborazione con Eumetra e ResearchDogma su un campione di oltre 1.000 individui adulti bancarizzati con accesso al web, mette infatti in luce un paradosso tutto nostrano: nonostante 75% degli intervistati consideri importante investire nel proprio futuro pensionistico, meno di uno su cinque ha tradotto il proprio proposito in realtà. Un cortocircuito che, come evidenziato dai dati Itinerari Previdenziali, mette a rischio al sostenibilità futuro del sistema pensionistico e dei bilancio pubblico.
Come spiegato dal responsabile comunicazione e marketing di Anima Holding Matteo Tagliaferri, che ha presentato i risultati della survey, i freni principali a una maggiore adesione non derivano da un’avversione ideologica dei cittadini ma da un mixi di fattori. Se infatti la sfiducia negli strumenti previdenziali si colloca all’ultimo posto tra le motivazioni, indicata solo dall’11% del campione, altre due sono le risposte che spiccano: la mancanza di risorse economiche, che è stata menzionata dal 27%, e il semplice fatto di non averci mai pensato seriamente, verità confessata da quasi un terzo dei sondati. Una duplice barriera che, evidenzia il manager, può essere superata dall’industria attraverso un’adeguata informazione e strumenti di supporto alla scelta come i simulatori online sviluppati da Anima con Mefop. “Un quarantenne con un reddito annuo di 43mila euro che versa 4mila euro all’anno potrebbe accumulare decine di migliaia di euro in benefici fiscali lungo la vita lavorativa”, ha detto Tagliaferri a titolo di esempio per far capire quanto soluzioni simili sia utili valutare concretamente i vantaggi e la crescita del capitale nel tempo.
L’importanza, nota ma ignorata, del fattore tempo
Un altro elemento chiaramente messo in luce dalla ricerca è l’importanza del fattore tempo. I dati di Anima rivelano infatti che esiste un consenso trasversale sul fatto il momento migliore per sottoscrivere un fondo pensione sia “appena possibile”. Tuttavia, quando si tratta di scelte pratiche come la destinazione del Trattamento di fine rapporto, ecco ripresentarsi il divario tra pensiero e azioni già evidenziato in precedenza: il 42% dei lavoratori lascia il TFR in azienda per sicurezza e il 31% per maggiore liquidità, convinzioni spesso basate su percezioni incomplete. E anche guardando al futuro, la situazione non sembra migliorare più di tanto: ben il 43% di tutti gli intervistati si dice infatti orientata a mantenere lo status quo nei prossimi 12 mesi, una posizione definita “pericolosa” da Tagliaferri in considerazione del fatto che i montanti medi accumulati sono ancora insufficienti per garantire rendite adeguate.
A restituire tinte meno fosche alla fotografia scattata da Anima ci sono però le ultime novità normative inserite nella Legge di Bilancio 2026. Come mostrato dalla ricerca, una piccola ma significativa percentuale di investitori si dichiara infatti pronta ad aderire o ad aumentare i versamenti. Intenzioni che, se si concretizzassero, porterebbero all’ingresso di oltre un milione di nuovi sottoscrittori. E a stimolare questa potenziale ondata sono fattori elementi precisi: dai costi più bassi, indicati dal 37% dei bancarizzati, fino maggiori vantaggi fiscali, che risultano cruciali per il 29%.
Le caratteristiche chiave
Fonte: Anima SGR
Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi & Ricerche di Itinerari Previdenziali
Una serie di migliorie attorno alla quale ha ruotato il dibattito ospitato nella seconda parte dell’evento che ha fatto da cornice alla presentazione dello studio, nella quale è intervenuto un trittico d’ospiti d’eccezione: il presidente di Assoprevidenza Sergio Corbello, il vicedirettore del Mefop Paolo Pellegrini e Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali. Proprio quest’ultimo ha tracciato un quadro più ampio sul sistema pensionistico italiano, precisando come il rapporto tra occupati e pensionati sia attualmente dell’1,47 contro l’1,5 fissato per il 2027 mentre quello tra spesa pensionistica e prodotto interno lordo si attesta al 13,05%. Dati che, sommati a quelli sui 23 milioni di prestazioni erogate ogni anno dal sistema a fronte 16,3 milioni percettori, fanno capire l’urgenza di incentivare fondi pensione e strumenti di rendita integrativa per rendere il sistema sostenibile. “L’allungamento della vita media rappresenta una conquista ma porta con sé anche il il rischio che sia l’importo della pensione pubblica sia i risparmi accumulati bastino più a mantenere un adeguato benessere nella fase di quiescenza”, ha detto il ricercatore, ribadendo la necessità di una pianificazione a lungo termine e di una gestione patrimoniale più previdente. “Prima del 2035 occorre ridurre le troppe anticipazioni che hanno consentito in 13 anni a quasi un milione di persone di ritirarsi con i requisiti pre-Fornero”, ha concluso Brambilla, che ha voluto lanciare un messaggio chiaro al governo: “Il nostro obiettivo è che il fondo pensione possa erogare direttamente una rendita. Con la nuova legge sarà possibile chiedere al fondo di erogare una parte per un periodo certo e quindi tenere i soldi nel fondo e magari anche consentire qualche riscatto”.
Previdenza come motore di cambiamento
Saverio Perissinotto, ad di Anima Holding
A sintetizzare lo spirito dell’evento è stato Saverio Perissinotto, da poco insediatosi alla guida di Anima nel ruolo di amministratore delegato, che ha sottolineato l’importanza della previdenza complementare come strumento di equità ed inclusione sociale. “Rafforzare il secondo pilastro è una oggi necessità soprattutto per il bene delle nuove generazioni”, ha spiegato, ricordando come i giovani si trovino nella condizione di dover lavorare più a lungo dei loro predecessori e con la prospettiva di un tasso di sostituzione pensionistica dell’ultima retribuzione molto più basso. Un traguardo che, secondo il numero uno della SGR, non può prescindere dallo sforzo di promuovere l’educazione finanziaria come strumento per trasformare gli italiani da grandi risparmiatori in grandi allocatori: “Dobbiamo fare capire che il fondo pensione integrativo è la miglior interpretazione possibile del concetto di capitale paziente e investimento di lungo periodo, perché ha un orizzonte temporale tale da ridimensionare gli episodi di volatilità a mini deep ininfluenti sul valore di una asset allocation efficace.
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