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L’Istat rivede al ribasso da -0,3% le stime di crescita. Pesa soprattutto il calo della domanda interna. Sotto le attese il Pmi manifatturiero di agosto dell’Eurozona
Doccia fredda per l’Italia, che nel secondo trimestre registra una frenata del Pil oltre le previsioni. L’economia tricolore si è infatti contratta dello 0,4% dai tre mesi precedenti ed è cresciuta dello 0,4% nei confronti dello stesso periodo del 2022. Un dato rivisto al ribasso rispetto alla stima preliminare di fine luglio, quando l’Istat aveva annunciato una contrazione congiunturale dello 0,3% e una crescita tendenziale dello 0,6%. Alla luce della correzione, la variazione acquisita per il 2023 diventa quindi del +0,7% contro il +0,8% stimato un mese fa.
Il dato, inferiore alla media europea e a quello dei principali partner, fa sì che nel secondo trimestre la Penisola si piazzi agli ultimi posti per ritmo di crescita. Il -0,4% tricolore si confronta infatti con il +0,6% degli Stati Uniti, il +0,5% della Francia e con la variazione nulla della Germania. In termini tendenziali, rispetto al +0,4% italiano, gli States hanno invece registrato un +2,6% mentre Parigi e Berlino sono andate incontro a una contrazione dello 0,1% e dello 0,9%. Nel complesso, il prodotto interno lordo dell’Eurozona è cresciuto dello 0,3% dal trimestre precedente e dello 0,6% dal secondo trimestre 2022.
A pesare sulla performance dell’Italia è stata soprattutto la domanda interna. Al netto delle scorte, il dato ha infatti sottratto 0,7 punti percentuali alla variazione del Pil. Nullo è stato il contributo dei consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private, -0,4 quello degli investimenti fissi lordi e -0,3 quello della spesa delle amministrazioni pubbliche. Le scorte hanno contribuito positivamente per lo 0,3% mentre l’apporto della domanda netta si è rivelato pari a zero.
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Eurozona, Pmi manifatturiero ancora sotto le stime
La contrazione del secondo trimestre complica il lavoro non solo al governo di Giorgia Meloni, alle prese con la nuova legge di Bilancio, ma anche alla Banca centrale europea, cui tocca portare avanti la battaglia anti-inflazione mentre si moltiplicano i segnali di una recessione imminente per l’Eurozona. I dati Istat arrivano peraltro insieme a quelli del Pmi manifatturiero europeo di agosto, altro parametro osservato da Francoforte, che ha mancato di poco le attese degli analisti ed è salito a 43,5 punti dai 42,7 di luglio. S&P Global attribuisce la rilevazione al fatto che l’industria di Eurolandia sia rimasta sotto forte pressione dalla metà del terzo trimestre, con il crollo dei nuovi ordini peggiore di sempre e il rapido esaurimento del lavoro arretrato a danneggiare le linee di produzione dell’intera area.
Molto diverse, però, si presentano le performance a livello geografico. La Grecia e l’Irlanda sono state le uniche due nazioni a registrare un miglioramento rispetto a luglio, mentre Germania (maglia nera insieme all’Austria), Francia, Italia e Spagna, le quattro maggiori economie, si sono tutte confermate in territorio di contrazione. In particolare, per l’economia tricolore gli analisti di S&P Global parlano di un manifatturiero “rimasto impantanato in una fase di contrazione nel mese di agosto”.
Ottimista si è mostrato invece dal Forum Ambrosetti di Cernobbio il presidente di Intesa Sanpaolo, Gian Maria Gros-Pietro. Della frenata del Pil “non dobbiamo preoccuparci perché viene da lontano, dalla Cina che a sua volta ha creato una difficolta per la Germania che è molto esposta, mentre l’Italia lo è molto meno”, ha spiegato. Il manager ha ricordato che, pur avendo dei mercati più distribuiti geograficamente, il nostro Paese resta un grande fornitore di Berlino. “Io mi aspetto per l’anno prossimo una crescita del Pil dell’1%, un po’ più veloce nella seconda parte dell’anno, un po’ più lenta nella prima”, ha affermato.
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