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Indagine Fabi: colpa di retribuzioni inferiori, minori anni di contribuzione, lavoro part-time e maternità. Ma le iscritte alla previdenza complementare sono ancora una minoranza
Il gender gap non muore con la fine della vita lavorativa, ma dalla busta paga passa dritto all’assegno previdenziale. Le pensionate italiane percepiscono infatti un assegno medio mensile di 1.416 euro, 516 euro in meno rispetto ai 1.932 euro incassati mediamente dagli uomini. Lo certifica una ricerca della Fabi, che ha incrociato i dati Covip e Istat, evidenziando come lo stesso divario si riscontri anche nel settore della previdenza complementare, dove le iscritte sono ancora una percentuale decisamente minoritaria.
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Il divario di genere dalla busta paga alle pensioni
Nonostante siano numericamente superiori (8,3 milioni contro 7,8 milioni di uomini), alle pensionate sono spettati appena 141 miliardi a fronte dei 321 miliardi erogati complessivamente nel 2022, mentre gli uomini hanno percepito 180 miliardi circa. Gli analisti Fabi fanno notare che l’apparente incongruenza si spiega col fatto che le donne ricevono prevalentemente tipologie di pensioni caratterizzate da importi più bassi. Nel 2022, ad esempio, solo il 20% di loro ha beneficiato di pensioni anticipate, quelle in media più alte, rispetto al 50% degli uomini. Non solo. Il gender gap è evidente anche all’interno della stessa tipologia di prestazione. Se infatti si considerano i redditi medi derivanti dalle singole prestazioni, quelli riservati agli uomini superano mediamente quelli delle donne con picchi del 50% circa nelle pensioni di vecchiaia e invalidità. Inoltre, a partire dal 2020, l’età media di pensionamento femminile ha superato quella maschile (64,7 anni contro 64,2 nel 2022) e, seppure in riduzione, persiste il divario di anzianità contributiva fra i due generi.
Le ragioni della disparità sono molteplici e, secondo gli esperti Fabi, ricalcano le ben note differenze esistenti nel mondo del lavoro: le lavoratrici percepiscono, infatti, una paga oraria inferiore tra il 10% e il 12%, con picchi fino al 17% nel settore privato. Anche il tempo di lavoro influisce sul dato: nel 2022 le giornate medie retribuite alle donne ammontavano a 221, contro le 234 degli uomini. Pesano infatti il ricorso al lavoro part time e l’utilizzo dei congedi parentali, che continuano ad essere prerogative femminili (nel 2022, il 47,7% delle donne aveva un impiego part time, a fronte del 17,4% degli uomini, mentre le richieste di congedo parentale arrivano per l’80% da madri e solo nel 3% casi pervengono da entrambi i genitori). “Alla penalizzazione diretta di un salario più basso, quindi, si aggiunge quella indiretta di minori contributi versati e di un importo inferiore di trattamento pensionistico”, sottolinea la ricerca.
Previdenza complementare, solo il 38% degli iscritti è donna
Il divario di genere nelle contribuzioni pensionistiche si riscontra nel settore della previdenza complementare. Su 9,2 milioni di iscritti totali, solo il 38,2% è donna, a fronte del 61,8% di sottoscrittori uomini. La proporzione rimane costante negli anni e riguarda praticamente tutte le fasce d’età, ad eccezione di quella degli under 20 dove le donne raggiungono il 45,5%. La ricerca ha anche scomposto tale dato, evidenziando come nella categoria “altri iscritti”, che raggruppa principalmente chi non lavora, la presenza femminile arrivi al 51,8%.
Considerando, invece, che il tasso di partecipazione rispetto alla forza lavoro complessiva è del 36,2%, la presenza femminile si ferma al 32,2% contro il 39,2% maschile. Anche in questo caso, il gap rispecchia il livello di presenza delle donne nel mercato del lavoro, considerando che il tasso d’attività femminile è del 56,4% rispetto al 74,6% maschile, con una distanza di 18,2 punti percentuali. Infine, anche la contribuzione media è più bassa: 2.480 euro medi annui pro-capite contro 2.950 euro. E la differenza aumenta con il crescere dell’età. Ne deriva, quindi, un divario anche nelle risorse accumulate, che ammontano in media a 23.400 euro per gli uomini e a 19.150 euro per le donne.
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Credit gender gap: agli uomini il doppio di prestiti
Lo studio Fabi analizza anche la disparità di genere nel credito bancario, mostrando come agli uomini vada quasi il doppio dei prestiti. Lo stock dei finanziamenti alle famiglie concesso dagli istituti, nel 2023, ammontava infatti a oltre 474 miliardi di euro: di questi, 164 miliardi sono stati stato erogati a uomini e 95 miliardi alle donne (216 miliardi si riferiscono a contratti di finanziamento cointestati). Complessivamente, secondo l’analisi, il credit gender gap vale quasi 70 miliardi su scala nazionale: il credito concesso alle donne è pari al 20,1% del totale contro il 34,5% di quello degli uomini, mentre valgono il 45,5% i finanziamenti cointestati.
La distanza fra donne e credito riguarda in modo omogeneo tutte le aree geografiche del Paese. Le regioni peggiori sono Campania, Puglia, Veneto, Sicilia, Basilicata, Lombardia, Piemonte e Calabria, dove il credito concesso alla clientela femminile non supera la media nazionale di circa 20%. Le tre migliori, invece, sono Valle d’Aosta, Sardegna e Lazio dove i finanziamenti bancari per le donne arrivano rispettivamente al 25%, 23,2% e 22,9%. In Molise, Friuli-Venezia Giulia, Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Trentino-Alto Adige, Abruzzo, Toscana e Liguria le quote rosa del credito vanno dal 20,8% al 22,4%. Facilmente intuibili le ragioni di questa disparità: tasso d’occupazione più basso, stipendi e pensioni ridotte.
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