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L’agenzia di rating indica che il difficile contesto globale potrebbe danneggiare la crescita dell’area. E sottolinea la crescita del rapporto debito/Pil dell’Italia
L’agenzia di rating Moody’s ha abbassato le prospettive sul merito di credito dell’Eurozona da “stabili” a “negative” a causa del deterioramento dell’economia globale e ha espresso preoccupazione per il peggioramento del rapporto debito/Pil di alcuni Paesi, tra cui l’Italia. La nota di Moody’s, pubblicata martedì 14 gennaio, non costituisce una decisione formale sui rating ma è semplicemente un aggiornamento annuale sulle condizioni dell’area indirizzato ai mercati.
Nel testo, gli analisti dell’agenzia di rating precisano che il peggioramento delle prospettive segue un indebolimento del quadro economico generale. La debolezza del commercio globale dovrebbe continuare a ostacolare le esportazioni e la crescita, mentre l’attuale fragilità dell’industria tedesca potrebbe avere un impatto negativo sul resto dell’area. Moody’s si aspetta pertanto una crescita moderata del Pil nell’area euro, stimata in un rialzo dell’1,2% nel 2020 dopo l’1,1% del 2019.
L’agenzia suggerisce che le economie dell’Eurozona possano essere vulnerabili al crescente protezionismo e ai rischi geopolitici e avere margini di manovra limitati per affrontare eventuali choc economici. In particolare, secondo Moody’s la frammentazione politica presente in molti Paesi potrebbe frenare le riforme e rallentare le risposte politiche a choc esterni o interni.
Inoltre, l’elevato rapporto debito/Pil di alcuni Paesi limita ulteriormente la capacità dei governi di reagire a un potenziale rallentamento economico con delle politiche fiscali mirate; questo costituisce sicuramente un problema, visto che la politica monetaria “ha ormai quasi esaurito la propria efficacia”, secondo quanto si legge nel report di Moody’s.
In particolare, “i multipli sul debito di Francia e Italia hanno proseguito la loro crescita dai livelli già elevati dello scorso anno, raggiungendo secondo le stime il 99% e il 135% del Pil”, rispettivamente”, sottolinea la nota.
Per l’Italia si tratta di un problema particolarmente delicato. Da qualche anno il Paese si muove all’interno del limite di deficit indicato dal Patto di stabilità e crescita ma non riesce a rispettare gli obiettivi di riduzione del debito fissati dalle regole europee. E, nonostante le recenti politiche di bilancio siano risultate più intonate su un approccio espansivo, la crescita economica del Paese è risultata modesta al confronto con quella degli altri stati dell’Eurozona. Un fenomeno che suggerisce una certa inefficacia della strategia intrapresa finora, probabilmente dovuta alla composizione della spesa pubblica italiana, che ha segnato un aumento nella parte corrente (con misure come gli 80 euro in busta paga del governo Renzi e l’introduzione di quota 100 e reddito di cittadinanza da parte del primo esecutivo Conte) e una frenata sugli investimenti.
Carlo Cottarelli, economista alla guida dell’Osservatorio conti pubblici della Cattolica, già in passato commissario alla spending review per il governo italiano, ha recentemente ribadito in un’intervista al Sole 24 Ore la necessità di un “piano ambizioso e strutturale” per uscire dalla spirale negativa di alto debito e bassa crescita. Per Cottarelli questo piano dovrebbe includere “un taglio drastico alla burocrazia e una riduzione della pressione fiscale di due punti di Pil nei prossimi tre anni. Ma non in deficit”. Un piano difficile da mantenere se si continua a dare priorità alle promesse politiche orientate all’attrazione di consenso popolare, anziché alla sostenibilità dei conti pubblici e della crescita economica.