Tra tassi incerti e sfide geopolitiche, la casa punta sul controllo della volatilità aumentando la diversificazione. E cambia il portafoglio del suo fondo Multi Asset Global Opportunities. Il responsabile della divisione Delitala: “Tech asiatico, obbligazionario UE e più la nuove frontiere del rendimento”
Andrea Delitala, head of Euro Multi Asset di Pictet Asset Management
Negli ultimi mesi, anche a fronte delle scelte di policy operata dall’amministrazione Trump, molti punti fermi dei portafogli sono crollati: dal ruolo di riferimento del dollaro alla solidità dei Treasury come componente d’obbligo di una posizione obbligazionaria globale fino alla centralità dell’azionario USA come fonte di ritorni. E tra chi ha dovuto rivedere maggiormente le proprie strategie per adattarsi al nuovo contesto ci sono soprattutto gli investitori multi-asset, per i quali la ricerca di rendimento si è fatta più difficile. FocusRisparmio ha raggiunto Andrea Delitala, head of Multi Asset Euro di Pictet Asset Management, per capire quali aggiustamenti siano stati apportati a uno dei prodotti considerati punto di riferimento di questo stile: il Fondo Multi Asset Global Opportunities (MAGO).
Quali sono le caratteristiche del fondo e come si declina nel vostro processo d’investimento?
Pictet‑Multi Asset Global Opportunities è un fondo conservativo in euro, focalizzato sul controllo della volatilità e sulla preservazione del capitale ma che mira a fornire rendimenti soddisfacenti e stabili su un orizzonte d’investimento di tre anni. Cerchiamo quindi di conseguire il massimo sharpe ratio per un budget di volatilità di circa il 5%, valore coerente con un Summary Risk Indicator di grado tre su sette. Un obiettivo che perseguiamo investendo a livello globale in un’ampia gamma di attività e combinando premi per il rischio e coperture in funzione dei regimi di volatilità e correlazione.
In che modo individuate i motori di alpha nel portafoglio e come li bilanciate con componenti più difensive?
Adottiamo un approccio top‑down, partendo dalle prospettive delle principali economie su un orizzonte di 6‑18 mesi. La singola posizione viene selezionata per generare rendimento o per stabilizzare il portafoglio, implementando anche coperture tattiche e dei rischi di coda in modo da aumentare la resilienza agli shock di mercato. L’allocazione tipica prevede circa il 30% in azioni e il 70% nei mercati obbligazionari, pur con ampia flessibilità all’interno delle principali classi di attività. La gestione del rischio valutario rispetto all’euro viene effettuata in modo indipendente dalle scelte di asset allocation e l’esposizione valutaria è considerata a livello di portafoglio complessivo: questo significa che gli investimenti denominati in monete diverse non sono influenzati dalle scelte valutarie, con le posizioni in valuta che possono essere coperte o lasciate aperte.
Il fondo combina equity e bond con un approccio bilanciato. Qual è oggi il ruolo relativo delle due asset class nella generazione di rendimento?
Il loro ruolo relativo si fonda sul ritorno della decorrelazione tra i due mercati, che amplifica il beneficio della diversificazione e rende le allocazioni bilanciate più efficaci nel contenere la volatilità. In questo contesto le obbligazioni svolgono una funzione di reddito e stabilizzazione, fornendo cedole e protezione nei periodi di stress, mentre le azioni restano il motore di crescita del portafoglio e la principale fonte di upside a medio-lungo termine, sostenendo la performance in fasi di crescita robusta e permettendo di partecipare ai ritorni derivanti sia dall’innovazione sia dall’espansione degli utili societari. Una complementarità operativa che permette a chi utilizza una soluzione multiasset di raccogliere cedole e dividendi in entrambi gli scenari, con una volatilità complessiva inferiore a quelle delle singole asset class sommate tra loro.
In che modo le recenti politiche dell’Amministrazione Trump, dai dazi commerciali alla pressione sulla Federal Reserve, hanno influito sulla vostra visione macro?
Le hanno cambiate nella misura in cui hanno amplificato i rischi inflazionistici e posto un freno potenziale alla crescita. Se però queste variabili hanno imposto cautela sul fronte obbligazionario, in particolare per quanto riguarda le scadenze lunghe, la resilienza complessiva dimostrata dell’economia USA e l’entusiasmo per l’intelligenza artificiale hanno comunque supportato un approccio favorevole alle azioni. Insomma: si è imposta la necessità di distinguere le implicazioni politiche di Trump e lo stato reale dei mercati finanziari, più globali e diversificati. Tutt’altra questione è invece quella relativa alla Fed, perché le continue pressioni per nuovi tagli ai tassi e la nomina di Stephen Miran hanno effettivamente sollevato dubbi sulla sua indipendenza.
E i rischi di un addio di Jerome Powell, insieme ai colleghi Williams e Cook, paiono in prospettiva molto chiari: percezione di minor credibilità dell’istituto, instabilità dei prezzi, inflazione più alta, dollaro debole, curve dei rendimenti più ripide. Una ricerca pubblicata da Stephen Miran nel novembre 2024, proponeva una ricetta a base di dazi e svalutazione competitiva del biglietto verde, senza però fargli perdere il ruolo di valuta di riserva globale, al fine di sostenere la ripresa del settore manifatturiero americano: questa aspirazione è bastata ad innescare una prima ondata di aumento delle coperture valutarie sulla divisa, strategia che abbiamo adottato anche noi dall’inizio dell’anno.
Avete quindi ridotto l’esposizione al dollaro. Per quali altre motivi? E si tratta di una mossa tattica o strategica?
Nonostante le ragioni di scambio della produzione americana siano già ora più competitive di oltre il 15% rispetto alla fine del 2024, crediamo che l’amministrazione Trump aspiri a un ulteriore indebolimento della valuta: 1,25 contro euro nel corso del 2026 ci sembra un obiettivo verosimile, ma non si possono escludere variazioni più profonde in caso di crisi del debito o perdita di fiducia nella Fed. È in considerazione di queste ragioni che abbiamo ridotto la nostra esposizione al dollaro, portandola nell’intervallo 0%-5% dai livelli storici del 10%20%. Anche sul medio termine, preferiamo l’oro e una minor diversificazione valutaria.
Parallelamente avete incrementato la componente emergente: quali mercati vi sembrano oggi offrire il miglior profilo rischio-rendimento e perché?
Ci siamo esposti a queste geografie sia nel comparto obbligazionario che in quello azionario, sostenuti da fattori favorevoli come il calo dei tassi Fed e la debolezza del dollaro ma anche la ripresa cinese e i prezzi delle materie prime stabili. Per quanto riguarda il reddito fisso, in particolare, privilegiamo Sud Africa e Brasile: si tratta infatti di Paesi che presentano tassi reali elevati, inflazione sotto controllo e margine per tagli ai tassi. Sul fronte dell’equity, ci concentriamo invece sul tech della Cina perché gli investimenti in e-commerce e intelligenza artificiale mostrano una redditività potenzialmente più immediata che nell’universo sviluppato.
In un contesto di tassi ancora incerti e di curve più piatte, dove vedete valore nel reddito fisso? E sul fronte azionario? Dopo il rally dei mercati sviluppati, dove cercate nuove opportunità?
Con la BCE vicina al limite dei tassi al 2%, il mercato obbligazionario europeo si conferma interessante soprattutto nella parte breve e intermedia della curva. Le attese di un allentamento sotto il 3% da parte della FED sembrano invece premature, circostanza che rende i Treasury meno attraenti. Sul fronte azionario, la nuova frontiera passa dagli emergenti: Paesi come Cina e India o anche Brasile hanno infatti registrato performance tra il 15% e il 30% e non è escluso che continuino a sovraperformare anche nei prossimi mesi. La resilienza dell’economia americana potrebbe favorire una ripresa del settore ciclico, con possibili sorprese positive sugli utili. Monitoriamo anche gli sviluppi in Giappone, dato il potenziale impatto delle novità politiche sulle riforme economiche.
La leadership delle mega-cap aumenta il rischio di concentrazione, mentre l’AI porta con sé segnali di euforia. Secondo gli esperti di Oddo BHF, per intercettare i cambi di leadership servono però modelli capaci di privilegiare i trend strutturali e adattarsi ai regimi di mercato
Per il portfolio manager di Janus Henderson Investors, l’asset class va letta come un universo di società globali, resilienti e spesso ancora sottovalutate rispetto ai competitor. Nel portafoglio entrano finanziari, risorse scarse, AI applicata e una domanda politica cruciale: come l’Europa può tornare a finanziare innovazione e crescita
Il gestore della casa invita alla prudenza sulla parte lunga dei Treasury, dove i rendimenti possono salire ancora di circa 50 punti base. Ma vede avvicinarsi il momento per iniziare ad estendere la duration in Europa. ABS ed emergenti le novità nel credito, con la selezione a fare da spartiacque. E attenzione al boomerang AI
L’asset class sfiora i 300 miliardi di euro e si prepara a un ulteriore ampliamento trainato da USA, energia, e AI. Per il global head of Fixed Income della casa, la compressione dei differenziali rende però decisivi il confronto tra strutture, il posizionamento sulle call e l’analisi bottom-up degli emittenti
Secondo il gestore obbligazionario Anthony Kettle, la dispersione delle valutazioni apre spazi nel credito corporate. Mentre sul fronte sovrano il focus si sposta sull’America Latina. Ma per proteggersi dagli shock, meglio guardare all’azionario
Secondo Sumant Wahi di Man Group il valore si sta spostando verso infrastrutture, software e applicazioni. Tra valutazioni elevate e ruolo crescente della Cina, per gli investitori diventa decisivo distinguere i vincitori dai semplici protagonisti del rally
Per il gestore della casa Fabio Viola, rendimenti ancora interessanti e fondamentali solidi sostengono il comparto. Ma con spread già compressi diventa cruciale la selezione degli emittenti. “Preferenza per finanziari e scadenze da tre a sette anni”
Dopo anni trascorsi ai margini delle strategie di investimento, le economie in via di sviluppo stanno riconquistando la scena. Alla base di questo ritorno ci sono fondamentali più solidi, una minore dipendenza dal dollaro e la ricerca di alternative ai mercati occidentali
Secondo Thomas Christiansen, responsabile della casa per il debito emergente, l’asset class promette di spingere la frontiera efficiente dei portafogli obbligazionari grazie a un bassa correlazione con il quadro macro. “Da Fed e BCE nessun impatto”. E sugli spread niente paura: “Riflettono il miglioramento dei fondamentali”.
Con rendimenti vicini al 6% e default attesi in calo, Columbia Threadneedle vede valore nel credito speculativo del Vecchio Continente. Ma in uno scenario segnato da tensioni geopolitiche e spread compressi, la selettività resta decisiva e le strategie a breve offrono una protezione aggiuntiva contro la volatilità
Per l’ad di Payden&Rygel Italia, Fed e BCE si muoveranno a velocità diverse. Ma rendimenti più alti, dislocazioni sulla curva, cartolarizzati ed emergenti aprono spazi interessanti per chi sa costruire portafogli su misura
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