Ad agosto l’indice dei prezzi sale più delle attese all’8,3%. Gli operatori danno per certo un rialzo dei tassi di 75 pb. Ma c’è anche chi scommette su una maxi stretta da 1 punto percentuale e chi guarda a novembre
Nuova doccia gelata dell’inflazione. Negli Usa ad agosto la corsa dei prezzi è sì rallentata, ma meno delle attese. L’indice è salito su base annua dell’8,3% rispetto al +8,5% di luglio, più del consensus degli analisti che scommettevano su un +8,1%. Su base mensile l’aumento è stato invece dello 0,1%, peggio delle stime che puntavano su una contrazione dello 0,1%.
Istantanea la reazione dei mercati che da settimane attendevano il dato del il Bureau of Labour Statistics per cercare di prevedere le mosse della Federal Reserve. Subito dopo la pubblicazione, i future sui listini di Wall Street, che viaggiavano positivi, hanno virato in pesante ribasso, così come gli indici del Vecchio Continente. Tensioni anche sui titoli di Stato Usa e europei.
D’altra parte l’ottimismo era prevalente tra gli osservatori che speravano su un un inizio di raffreddamento dei prezzi, precondizione per un’allentamento della stretta monetaria della Fed. Ma così non è stato e, anzi, il core rate, il dato al netto di energia e alimentari maggiormente considerato dalla banca centrale americana, ha segnato un aumento dello 0,6% congiunturale, rispetto allo 0,3% del mese precedente e al +0,3% atteso. Il dato tendenziale è invece salito del 6,3%, oltre il +5,9% di luglio e il +6,1% del consensus. Nell’ultimo mese, i prezzi energetici sono diminuiti del 5%, mentre i prezzi dei generi alimentari sono aumentati dello 0,8%, per un rialzo annuale rispettivamente del 23,8% e dell’11,4%, quest’ultimo dato il più alto dal maggio 1979.
La view dei mercati
Inevitabile quindi che gli operatori diano ora per certo un altro aumento dei tassi di 75 punti base la prossima settimana, come testimonia l’andamento degli swap dopo il dato sull’inflazione di agosto: i future sui Fed Funds attribuiscono un 20% di possibilità a un rialzo dei tassi di 1 punto percentuale e un 80% di possibilità a un rialzo di 75 pb. Non solo: in molti già parlano di un’ulteriore maxi stretta a novembre.
“All’apertura di seduta Wall Street è in forte ribasso sulla scia di una continuazione della politica monetaria restrittiva da parte della Fed – commenta Federico Vetrella, market strategist di IG Italia -. Infatti, l’inflazione, sebbene in rallentamento, rimane ai massimi livelli da oltre quattro decenni e ben lontana dal target fissato dalla banca centrale statunitense al +2% a/a. A questo punto, il consensus ha alzato la probabilità riguardo ad un rialzo da 75 punti base fino al 79% mentre sta anche considerando la possibilità di un aumento monstre da 100 punti base (stimato al 21%)”.
Blerina Uruci, Us economist di T. Rowe Price
“Secondo le mie previsioni – osserva Blerina Uruci, Us economist di T. Rowe Price -, l’energia continuerà a pesare sull’indice destagionalizzato fino a novembre, ma in misura sempre minore. Le potenziali ricadute della crisi energetica europea implicano un certo rialzo dei prezzi dell’energia, ma le aspettative di un potenziale rallentamento della domanda globale vanno nella direzione opposta”.
Per la Uruci, a causa degli effetti base, è probabile che l’inflazione di fondo annuale acceleri nei prossimi due rapporti. “Una notizia potenzialmente scomoda per la Fed. Per essere chiari, non credo che la Fed debba preoccuparsi di questo dato, in quanto si concentrerà sul momentum (3m e 6m annualizzati), ma è anche sensibile agli effetti sull’opinione pubblica e il Congresso. Un motivo in più per mantenere un atteggiamento da falco”, precisa.
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