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A settembre i prezzi dell’Area scendono al 4,3%, più delle attese. Indici in calo in Germania, Italia e Francia. Ma, per gli asset manager, l’aumento dei costi energetici e dei salari costringerà la Bce a restare falco
Buone notizie per l’Europa sul fonte inflazione. Dopo che la Germania a settembre ha visto calare l’indice dei prezzi oltre le attese e a livelli pre-guerra, anche Italia, Francia e l’intera Eurozona fanno meglio delle stime. Una boccata di ossigeno per i listini del Vecchio Continente, reduci da un serie di sedute appesantita dalle dichiarazioni da falco della Banca centrale europea, che lascia però scettici gli asset manager. Pur considerando improbabile un aumento dei tassi ad ottobre, la maggior parte dei gestori vede la fine della politica restrittiva minata dalla corsa del petrolio.
Eurozona, inflazione in ritirata
La cura da cavallo della Bce contro il carovita continua comunque a dare i suoi frutti. A settembre, secondo la stima flash di Eurostat, il tasso d’inflazione di Eurolandia è sceso al 4,3% dal contro il 5,2% di agosto e contro il 4,5% del consensus. A livello congiunturale, invece, i prezzi al consumo hanno segnato un incremento dello 0,3% dal +0,5% del mese precedente. La componente di fondo, quella al netto di energia e alimentari, si è fermata al 4,5%, dal 5,3% e sotto il 4,8% atteso dagli analisti.
Meglio del previsto anche gli indici dei maggiori Paesi dell’Area. Secondo le stime preliminari dell’Istat, a settembre il livello italiano dei prezzi al consumo ha segnato un aumento dello 0,2% su base mensile e del 5,3% su base annua (+5,4% ad agosto). In frenata anche l’inflazione di fondo, da +4,8% a +4,6%. Stesso discorso per la Francia, dove prezzi sono saliti meno delle attese: +5,6% su base annua contro una stima del 5,9% e il 5,7% di agosto. A livello mensile il dato è invece in riduzione dello 0,6% contro un calo previsto dello 0,3%. Per quanto riguarda Berlino, il carovita a settembre è calato al 4,3%, dal 6,1% di agosto e contro il 4,6% del consensus. Si tratta del valore più basso da due anni, da prima dell’invasione russa dell’Ucraina. L’unica nota stonata è arrivata dalla Spagna, dove il carovita, che pure resta tra le più basse dell’Area, ha ripreso a salire attestandosi al 3,5%, dal 2,6% di agosto, a causa dei rincari di carburanti e tariffe energetiche.
Per i gestori i rischi restano
Dati incoraggianti, che secondo i gestori non cambieranno però di molto l’atteggiamento da falco di Francoforte. L’aumento dei costi energetici e salariali, infatti, continua a far temere che l’inflazione possa tornare a salire o comunque a mantenersi più a lungo del previsto oltre il target del 2%. “Il ciclo di inasprimento della Bce sta giungendo al termine, la sua presidente ha appena spiegato che le discussioni in seno al consiglio si concentreranno ora sulla durata del mantenimento dei tassi a un livello restrittivo. Su questa previsione pesano però diversi rischi”, sottolineano Nadège Dufossé e Florence Pisani, rispettivamente global head of multi-asset e global head of economic research di Candriam.
Per le due esperte, infatti, la velocità di trasmissione della stretta monetaria all’economia reale è incerta e i prezzi delle materie prime potrebbero salire nuovamente e ritardare l’atteso miglioramento del potere d’acquisto delle famiglie. “El Niño e la guerra in Ucraina potrebbero spingere al rialzo i prezzi agricoli. Il prezzo del petrolio potrebbe superare significativamente i 90 dollari inclusi nelle nostre previsioni se l’Opec+ ridurrà ulteriormente la propria produzione”, avvertono Dufossé e Pisani. Per questo, a loro parere, operatori e banche centrali continueranno a navigare a vista per diversi mesi.
Per Filippo Diodovich, senior market strategist di IG Italia, i numeri di settembre suggeriscono comunque che i timori sulle pressioni inflazionistiche vanno ridimensionati. “Le politiche monetarie restrittive della Banca centrale europea hanno raffreddato notevolmente l’economia dell’Eurozona. Soprattutto il settore dei servizi che aveva preoccupato nei mesi scorsi ha mostrato una discesa dei prezzi dello 0,9% su base mensile e una crescita del 4,7% su base annuale”, fa notare.
Secondo lo strategist, queste cifre tolgono quindi argomentazioni ai governatori falchi per proporre ulteriori rialzi del costo del denaro entro fine anno (soprattutto, secondo i rumor, nella riunione di dicembre). “Come aveva espresso la presidente Christine Lagarde i tassi d’interesse attuali consentiranno di dare un contributo rilevante a un tempestivo ritorno dell’inflazione verso l’obiettivo del 2%. In caso di ulteriore rallentamento dell’inflazione nei prossimi mesi, escludiamo che la Bce possa scegliere di alzare nuovamente il costo del denaro”, sostiene.
“Sull’onda di questo rallentamento, non ci sorprenderebbe se la Bce decidesse di porre fine al suo ciclo di rialzi dei tassi, nonostante un’ulteriore stretta non sia totalmente da escludere”, afferma Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm. Tuttavia, anche alla luce delle ultime dichiarazioni della Lagarde, l’esperto ritiene che la vera domanda resti per quanto tempo l’attuale livello dei tassi sarà sostenibile per l’Eurozona.
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