Dopo la frenata del Cpi a dicembre e i dati sul lavoro, gli investitori vedono un aumento di 25 pb a febbraio. Ma il cambio di rotta non è imminente e potrebbero entrare in gioco altri fattori
Se gli indici hanno chiuso la settimana focalizzandosi sulle trimestrali delle grandi banche a stelle e strisce, l’argomento più discusso nelle sale operative resta l’inflazione Usa, dopo che a dicembre il Cpi ha mostrato un ulteriore rallentamento. Una buona notizia che sta spingendo qualcuno a fare ipotesi su un potenziale pivot della Fed, nonostante le ultime uscite dei suoi membri, Jerome Powell in testa, non abbiano mostrato alcuna apertura su un possibile cambio di passo della politica monetaria.
Ciò su cui però quasi tutti i gestori non hanno dubbi è che la prima riunione Fomc del 2023, in programma il 31 gennaio e il 1° febbraio, terminerà con un rialzo dei tassi da 25 punti base. Di fatto un rallentamento del ritmo rispetto ai 50 pb di dicembre e dopo i precedenti quattro aumenti da 75 pb.
Silvia Dall’Angelo, senior economist di Federated Hermes
Silvia Dall’Angelo, senior economist di Federated Hermes, appartiene a questa maggioranza. “Secondo l’ultimo dot plot della Fed – analizza l’esperta – il tasso di policy raggiungerà il picco molto probabilmente nella prima metà dell’anno. Tuttavia, dato che quest’anno l’inflazione rimarrà probabilmente al di sopra dell’obiettivo e le pressioni inflazionistiche che interessano i prezzi di base impiegheranno un po’ di tempo per attenuarsi, è probabile che la Fed si manterrà al picco per qualche tempo, a nostro avviso almeno per tutto il 2023”.
“Detto questo, la Fed dipende in ultima analisi dai dati e gli sviluppi dell’economia e della stabilità finanziaria influenzeranno il suo percorso in futuro. La dipendenza dai dati diventerà particolarmente rilevante nel 2023, che probabilmente sarà un periodo di transizione, caratterizzato da una forte incertezza”, precisa la Dall’Angelo, secondo cui l’inflazione rimarrà probabilmente al di sopra dell’obiettivo per tutto il 2023 e, nello scenario di base, si avvicinerà al livello obiettivo solo nel 2024.
“Complessivamente – osserva Gurpreet Gill, macro strategist global fixed income di Goldman Sachs Am – riteniamo che nel 2023 il rallentamento dell’inflazione statunitense sarà trainato soprattutto dai beni piuttosto che dal comparto dell’housing. I dati pubblicati oggi sono in linea con questa previsione, in quanto i prezzi dei beni, comprese le automobili, stanno continuando a muoversi verso livelli normali come già avvenuto di recente”.
L’esperto fa anche notare che il settore dell’housing impiegherà più tempo a adeguarsi, considerato che i prezzi degli affitti esistenti si adattano a un ritmo lento. “Più in generale – chiarisce – la traiettoria dell’inflazione per i servizi, esclusi quelli dell’housing, è la più significativa. Dal momento che gli stipendi costituiscono il costo più elevato nella fornitura di servizi, il ribilanciamento del mercato del lavoro per mitigare la crescita dei salari (o i forti aumenti di produttività) sarà la chiave per portare l’inflazione su un percorso decrescente e sostenibile. A tal fine, i dati sull’occupazione negli Stati Uniti di dicembre hanno evidenziato un’evoluzione nella giusta direzione, con la retribuzione oraria media che ha registrato un aumento contenuto”.
E secondo Gill, nell’insieme, gli ultimi dati sul mercato del lavoro e sull’inflazione si confermano in linea con un rialzo dei tassi dello 0,25%, non solo a febbraio ma anche nella riunione successiva.
Anche Axel Botte, global strategist di Ostrum Am (affiliata di Natixis Im), scommette su un ritocco di mezzo punto a febbraio e, alla luce dei dati di dicembre, afferma che la disinflazione sta continuando al ritmo previsto. “Il mercato rimane dell’idea che la Fed non alzerà i tassi così tanto come indicato nelle proiezioni dots di dicembre”, afferma.
Botte ricorda anche come un numero inferiore di rialzi dei tassi previsti crei dinamiche di mercato favorevoli per gli asset di rischio (azioni, credito, persino duration) in un contesto caratterizzato dal calo del dollaro, ma avverte che ci sono anche altre dinamiche che potrebbero influire. “Non si può escludere che la riapertura della Cina induca una rapida ripresa dei prezzi del petrolio. Il miglioramento delle prospettive è già visibile nei prezzi dei metalli industriali. In questo caso, le aspettative del mercato tornerebbero verso i livelli indicati dal Fomc… il che potrebbe innescare una nuova debolezza dei titoli azionari”, conclude.
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