Secondo le ricerche di Schroders Capital, la scarsa redditività dell’approccio a impatto è un mito da sfatare anche nei mercati privati. Da Nadina Stodiek, co-head of Impact Management della divisione del gruppo specializzata sui private asset, un focus sulle prospettive del comparto e sulle strategie per tradurre questa view in realtà
Nadina Stodiek, corresponsabile Impact Management d di Schroders Capital
Che quello sulla scarsa redditività dell’impact investing sia un mito da sfatare è ormai chiaro a molti. L’ultimo a evidenziarlo è stato lo studio recentemente condotto da Schroders insieme alla Said Business School dell’Università di Oxford, dove si è dimostrato come allocare capitali a società quotate che vogliono dare un contributo misurabile all’ambiente o alla società costituisca una potenziale fonte di alfa e quindi di rendimenti positivi. Ma la casa di gestione globale è convinta che l’approccio a impatto possa essere foriero di performance oltre la media anche nei mercati non pubblici, in particolare nel segmento più interessato negli ultimi anni dalla diffusione di questa filosofia: il private equity. FocusRisparmio ha raggiunto Nadina Stodiek, corresponsabile della divisione Impact Management del gruppo, per esplorare le prospettive sul fenomeno e approfondire le strategie migliori con cui intende interpretarlo.
Cosa ha mostrato la ricerca condotta con la Said Business School?
I principali risultati dello studio, che ha preso in esame le performance decennali di oltre 250 titoli selezionati attraverso il nostro framework proprietario, indicano come i portafogli a impatto siano stati capaci di registrare rendimenti assoluti e corretti per il rischio non solo solidi ma anche competitivi rispetto a portafogli più ampi e privi di vincoli. Non solo: queste allocazioni hanno mostrato una minore volatilità, perdite più contenute e una maggiore stabilità nelle fasi di correzione dei mercati. Senza trascurare che le società con una più alta quota di ricavi derivante da prodotti e servizi orientati all’impatto sono valse ritorni superiori, elevando l’impact investing a motore della performance finanziaria.
Quale il passaggio da queste evidenze al private equity?
L’impact investing è un fenomeno in rapida espansione soprattutto nei mercati privati e, in particolare, proprio in quello del private equity. Secondo il rapporto ‘Sizing the Impact Investing Market 2024’ del Global Impact Investing Network (GIIN), a livello globale ci sono attualmente quasi 1.600 miliardi di dollari di asset investiti in strategie d’impatto e il 43% è allocato specificamente in questo segmento. Si tratta di una cifra che fa dell’asset class la più grande per distacco nella categoria, con un 73% degli intervistati che afferma di detenere almeno una parte delle proprie attività in strategie ascrivibili a questa famiglia. Ecco perché ci siamo domandati se le tendenze identificate sulle azioni pubbliche potessero essere osservate anche nell’universo non quotato. E per rispondere abbiamo cercato di identificare tutte le operazioni di co-investimento diretto in private equity nelle quali la società interessata risulti allineata a uno o più obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite. Un esercizio interno che ci ha portati, sebbene la maggior parte di queste iniziative sia stata effettuata prima del lancio ufficiale della nostra strategia dedicata, a sottoporre ogni azienda a una valutazione retrospettiva secondo i criteri centrali del framework proprietario.
L’approccio di Schroders all’impact investing si basa su operazioni che puntano a coniugare solidi ritorni finanziari con un impatto sociale o ambientale positivo. Già nella fase iniziale di due diligence, il team coinvolge stakeholder esterni rilevanti per verificare la solidità del business case sulla base dei criteri stabiliti dal framework. Solo le operazioni che superano tale analisi vengono sottoposte a ulteriori screening interni, compreso quello che prevede di verificare se ritorni attesi raggiungano la soglia minima prevista per tutti gli investimenti in private equity della casa.
Quali sono state, dunque, le evidenze per quanto riguarda le performance?
Ciò che emerge dai dati è chiaro: gli investimenti a impatto selezionati secondo criteri rigorosi possono competere con il mercato più ampio o addirittura sovraperformarlo. Il tasso interno di rendimento medio del portafoglio si attesta infatti al 21% e raggiunge il 30% se si considerano esclusivamente le 31 operazioni almeno parzialmente realizzate tra il 2014 e il 2021. Per avere un’idea, i ritorni decennali medi calcolati per gli investimenti in buyout e growth capital si attestano rispettivamente al 16,5% e al 13,7%. Un trend che ci aspettiamo possa rafforzarsi con la maturazione dell’allocazione.
Quali sono, più in generale, le caratteristiche del portafoglio?
Il set di dati identificato sulla base di questi passaggi comprende 118 operazioni, per un impegno complessivo di 1,8 miliardi di dollari. Dal punto di vista geografico, l’allocazione rispecchia la ripartizione generale della nostra piattaforma di private equity: circa la metà dei deal è stata realizzata in Europa, poco più di un terzo negli Stati Uniti e il resto in Asia. A livello settoriale, emerge invece una concentrazione del 72% nei comparti della tecnologia e della sanità.
Ci sono altre ricerche che supportano questa tesi?
I risultati del nostro studio sono coerenti con quelli forniti da Preqin, che si basano sui rendimenti di circa 1.700 fondi di private equity con vintage compresi tra il 2010 e il 2017. Il dataset della società di analisi e ricerca mostra infatti come dati i fondi a impatto ed ESG abbiano registrato ritorni sostanzialmente allineati, con una performance leggermente superiore da parte del segmento impact. Un’ulteriore conferma arriva da uno studio pubblicato a novembre 2023 ad opera di Pensions for Purpose, organizzazione britannica che promuove l’impact investing tra i fondi pensione del Regno Unito. L’ente ha esaminato i risultati di 17 gestori patrimoniali con asset per quasi 25 miliardi di dollari in impact private equity e li ha poi confrontati con la performance di un benchmark pubblico comprensivo di tutte le società di categoria. L’analisi ha mostrato che il tir netto medio trimestrale tra l’inizio del 2014 e lo stesso periodo del 2023 per il gruppo di fondi in esame è stato dell’1,7%, leggermente superiore a quanto fatto dal Ftse All World Index dell’1,6% nello stesso lasso di tempo. E il tutto a fronte di una volatilità inferiore, con una dispersione delle performance più ridotta e una deviazione standard media del 3,5% rispetto all’8% dei mercati pubblici. Dalla State of the Market 2024 del GIIN, che ha coinvolto oltre 300 organizzazioni, emerge inoltre come il 94% degli intervistati abbia ottenuto dai propri portafogli a impatto performance in linea come le attese: un’evidenza che fa il paio con quella sulla quota di chi si è detto stupito in positivo rispetto alle previsioni, pari al 15% e cinque volte superiore al numero dei delusi.
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