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Secondo un sondaggio di Carne Group, cresce l’interesse delle case di gestione internazionali per il mercato del Vecchio Continente. A fare da traino nuove strutture d’investimento, domanda di prodotti sostenibili e accesso ai private markets. Ma il gap operativo resta ampio
L’Europa si conferma il nuovo terreno di conquista per l’industria globale del risparmio gestito. È infatti in crescita il numero di asset manager che considera l’espansione della propria presenza distributiva nel Vecchio Continente una priorità strategica per i prossimi due anni. Lo certifica l’ultimo sondaggio condotto da Carne Group in collaborazione con CoreData Research e riportato da Ignites, che ha coinvolto 200 dirigenti senior attivi in società di gestione a livello mondiale. Un trend che sembra rispondere sia alle opportunità insite nel dei private asset made in UE sia nelle incertezze sulle politiche dell’amministrazione americana.
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Private markets ed ETF fanno da traino
Lo studio rileva come il 41% degli intervistati indichi la crescita della distribuzione in Europa una “priorità elevata”, in aumento rispetto al 34% del 2024. A guidare la tendenza sono soprattutto i gestori statunitensi, passati dal 32% al 45%, attratti da un mix di fattori che include soprattutto la bassa penetrazione dei prodotti di private markets. Parallelamente cresce però anche l’interesse per lo sviluppo di ETF attivi, citato come strategia di crescita da oltre la metà (51%) dei gestori tradizionali contro il 42% dell’anno precedente. Tuttavia, solo il 23% dice di disporre internamente delle competenze operative necessarie per sviluppare tali prodotti. Tra i fattori di interesse menzionati, non mancano neppure i dubbi sugli effetti delle decisioni targate Donald Trump per il mercato degli Stati Uniti.
Focus sui paperoni. Ma la competizione è forte
“Gli asset manager stanno puntando con decisione sul mercato del wealth europeo”, sottolinea in particolare il report, “dove nuove strutture come l’UK Long-Term Asset Fund e il rinnovato regime dell’ELTIF 2.0 stanno ampliando l’accesso agli alternativi anche per gli investitori retail”. I risultati del sondaggio, in questo senso, parlano chiaro: circa il 61% dei player tradizionali e il 59% di quelli alternativi indica proprio il segmento dei paperoni area prioritaria per attrarre nuovi flussi nei prossimi due anni. Eppure, come sottolineato dal ceo di Carne John Donohoe, l’abbondanza di opportunità non preserverà da uno scenario del tipo vincitori e vinti. “Tutti guardano all’Europa e inseguono gli stessi obiettivi ma non tutti vinceranno”, ha detto, aggiungendo che “c’è un divario evidente tra ambizione e capacità operativa e molte società sono consapevoli delle difficoltà sul loro cammino”
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ESG sempre al centro (nonostante tutto)
Il sondaggio rileva inoltre che più della metà dei gestori europei mantiene la sostenibilità tra le proprie priorità di sviluppo: il 53%, per la precisione, in linea con il 54% del 2024 nonostante i venti contrari che soffiano dalla sponda opposta dell’atlantico. Tuttavia, proprio in ragione di queste resistenze, la distribuzione dei fondi ESG resta fortemente concentrata sul Vecchio Continente mentre è carente altrove: il chiaro segno di una crescente divergenza regionale nella domanda di strategie improntate alla finanza etica.
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