L’Eurotower vede l’inflazione oltre l’obiettivo fino a metà 2027 a causa geli effetti della guerra in Medio Oriente. E lancia l’allarme per l’economia dell’Area. Nessuna traiettoria sui tassi, banche solide
La guerra in Medio Oriente è finita ma i suoi effetti continuano ad abbattersi gradualmente sull’Eurozona. E le prospettive di crescita si fanno sempre più grigie. L’alert arriva dalla Banca centrale europea, che appena due settimane fa ha deciso un aumento dei tassi di 25 punti base proprio per contrastare la risalita dei prezzi dovuta allo shock energetico. L’ultimo Bollettino economico di Francoforte parla infatti di rischi al rialzo per l’inflazione, che dovrebbe restare elevata fino a metà 2027, e al ribasso per l’espansione, sulla quale gli indicatori fanno prevedere un secondo trimestre in peggioramento. Nessun impegno sulla politica monetaria, viene comunque ribadito, la cui traiettoria dipenderà dai dati.
“Le piene implicazioni della guerra per inflazione e crescita di medio termine dipenderanno dall’intensità e dalla durata dello shock sui prezzi dell’energia ma anche dall’ampiezza dei suoi effetti indiretti e di secondo livello”, si legge nel documento. La BCE ripropone dunque le staff projections pubblicate nell’ultimo Consiglio direttivo, il cui scenario di base vede il carovita attestarsi in media al 3% nel 2026 per poi passare al 2,3% nel 2027 e al 2% nel 2028. Per l’indice core, quello al netto di energia e alimentari, l’attesa è 2,5% quest’anno e il prossimo e 2,2% quello dopo. “Il rialzo delle quotazioni di petrolio e gas comporterà un ulteriore aumento dell’inflazione nel corso dell’estate e contribuirà ad accrescere le pressioni su alimentari e servizi”, viene evidenziato. Quanto più a lungo la crisi si protrarrà, chiarisce l’istituto guidato da Christine Lagarde, tanto maggiore sarà il rischio di ripercussioni al rialzo “sulle misure piùampie del carovita attraverso effetti indiretti e di secondo impatto”. La stessa ipotesi di base vece anche il Pil espandersi nei tre anni rispettivamente dello 0,8%, dell’1,2% e dell’1,5%, con una revisione al ribasso delle prime due variazioni che riflette l’impatto più marcato della guerra sui mercati delle materie prime e quindi sui redditi reali.
Segnali di peggioramento
Le prospettive restano fortemente incerte, anche alla luce degli indicatori a breve dell’economia dell’Eurozona che da marzo “sono peggiorati” e “indicano chiaramente l’impatto negativo del conflitto mediorientale sull’attività economica”. L’indice Pmi composito flashdell’area è infatti ulteriormente sceso a maggio e gli economisti dell’Eurotower notano che è restato “in territorio di contrazione per due mesi consecutivi”, rimarcando le conseguenze della crisi in Iran sulle “percezioni della produzione”. Le metriche puntano a “un deciso rallentamento” dei consumi col rivelarsi degli effetti della guerra, che “è attesa pesare di più sugli investimenti nel secondo trimestre”.
Isabelle Schnabel, membro tedesco dell’executive board della BCE
Il quadro, insomma, è tutt’altro che chiaro e per questo la BCE non può che confermare un “approccio dipendente dai dati” per determinare l’orientamento di politica monetaria più appropriato. “Il Consiglio direttivo non si impegna in anticipo su un percorso specifico dei tassi”, viene ribadito. Una linea è stata sottolineata quasi in contemporanea con un’intervista a Die Zeit da Isabel Schnabel, membro falco del board. “Dovremo aumentare ulteriormente il costo del denaro per riportare l’inflazione al nostro obiettivo del 2% nel medio termine”, ha osservato, aggiungendo come però l’entità e la tempistica di nuove misure dipendano sia dall’evoluzione della guerra sia dell’economia e dai prezzi.
Banche solide
Quanto alle banche della Zona euro, Francoforte di dice convinta che stiano mostrando una buona tenuta grazie a un mix di tre fattori: elevati coefficienti patrimoniali e di liquidità, una solida qualità degli attivi e una robusta redditività. Ma non manca l’avvertimento sulla possibilità che un calo improvviso e marcato dei prezzi delle attività, potenzialmente amplificato dal settore finanziario non bancario e da un deterioramento della qualità degli asset, ponga rischi per la stabilità del comparto. Rischi che, ovviamente, aumentano con il protrarsi dei conflitti geopolitici.
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