Azionario 2026, per Invesco la parola chiave è diversificazione
Nel 2026, la casa di gestione vede un azionario globale ancora positivo. Europa ed emergenti in evidenza e USA meno dominanti. Per il prossimo anno la priorità è allargare gli orizzonti
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Il contesto economico globale sta vivendo una fase di cambiamenti profondi, con un aumento dell’incertezza legata alle politiche economiche e una riorganizzazione delle relazioni commerciali. Negli Stati Uniti, la crescita mostra segnali di rallentamento, ma non ancora indicativi di una frenata marcata. Le tensioni commerciali iniziano a pesare, ma non è chiaro quale sarà il canale principale di trasmissione: tra tariffe che frenano i consumi, margini aziendali in calo e una produzione industriale influenzata dalla corsa alle scorte.
Nel frattempo, anche in Europa e Asia si registrano sviluppi rilevanti. A marzo, il Cancelliere tedesco Merz ha annunciato la sospensione del vincolo al debito pubblico per rafforzare investimenti in difesa e infrastrutture. Una mossa destinata a sostenere la crescita europea nel prossimo decennio.
La Cina, dal canto suo, adotta una politica fiscale più espansiva e mostra primi segnali positivi nei settori immobiliare e dei consumi. Il Paese prosegue il difficile passaggio da un modello export-driven a uno fondato sulla domanda interna, ostacolato da pressioni deflattive.
La Federal Reserve si muove con cautela: l’economia appare resiliente nei dati reali, ma gli indicatori di fiducia segnalano un peggioramento delle aspettative. La Fed manterrà probabilmente un orientamento prudente, con margini per tagli ai tassi se il tasso di disoccupazione dovesse salire.
In Europa, la Banca Centrale ha quasi concluso il ciclo espansivo, ma il credito in ripresa e i tassi in calo stanno rafforzando la fiducia dei consumatori. La Bank of Japan resta l’eccezione, con una politica ancora restrittiva: nuovi rialzi potrebbero arrivare a fine 2025, sostenendo lo yen.
Lo scenario base prevede un rallentamento della crescita USA con pressioni inflazionistiche temporanee. Una risoluzione delle tensioni commerciali e eventuali tagli Fed potrebbero sostenere l’economia nella seconda metà dell’anno. In Europa, tassi più bassi e stimoli fiscali favoriranno la stabilità, con un mercato del lavoro ancora solido.
Il Giappone beneficia della crescita dei salari reali, che sostiene i consumi, anche se la dipendenza dall’export resta un rischio. In Cina, il sostegno alla domanda interna dovrebbe evitare un rallentamento significativo nonostante le tensioni geopolitiche.
Dopo una fase di volatilità, i mercati sembrano aver ritrovato stabilità. Tuttavia, la crescita debole invita a concentrarsi su asset di qualità. Negli Stati Uniti si preferiscono titoli a bassa volatilità, alta qualità e con dividendi elevati, riducendo l’esposizione ai mega-cap.
Ci si attende una sovraperformance dei mercati europei e asiatici nel prosieguo dell’anno, mentre l’azionario USA potrebbe recuperare solo verso fine 2025. La debolezza del dollaro e le incertezze fiscali americane rendono più interessanti le obbligazioni europee, in un contesto in cui i tassi a lungo termine sembrano destinati a salire.
Sul credito si mantiene prudenza, con un leggero sottopeso sull’high yield. Sugli asset alternativi, si preferisce il debito privato al private equity: i prestiti bancari offrono valutazioni interessanti, mentre l’attività nei mercati dei capitali resta bassa.
Per quanto riguarda le materie prime, si privilegiano i metalli industriali, per la loro bassa correlazione con le altre asset class e la capacità di trarre beneficio da una ripresa ciclica. A livello valutario, infine, si favoriscono euro e sterlina, mentre le valute emergenti potrebbero continuare a offrire valore dopo i recenti rialzi.
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