Risparmio, solo un italiano su quattro investe: ecco cosa cerca
Studio XTB-YouGov: oltre il 50% ha un approccio prudente. Prima la sicurezza finanziaria, poi i mercati. Obiettivo: integrare il reddito e risparmiare per la pensione
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Il credito alternativo sta diventando sempre più una componente fondamentale nei portafogli degli investitori istituzionali. Tanto che oltre nove su dieci (92%) hanno intenzione di aumentare (51%) o mantenere (41%) l’esposizione a questa asset class nei prossimi dodici mesi. Con una richiesta prioritaria: una maggiore diversificazione. È quanto emerge da una ricerca di Benefit Street Partners, società di Franklin Templeton, che sottolinea un diffuso appetito per una più ampia allocazione in diverse aree geografiche e sottoclassi di attività. Con una particolare predilezione per il debito infrastrutturale.
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L’indagine, che ha coinvolto 135 professionisti in Nord America, EMEA e APAC per un totale di 8mila miliardi di asset in gestione, evidenzia le principali motivazioni dietro questo trend. Tra tutte spicca appunto la diversificazione del portafoglio (85%), seguita dai rendimenti potenzialmente più elevati rispetto al reddito fisso tradizionale (81%). Tra chi sta incrementando gli investimenti, il 47% prevede di puntare sul debito infrastrutturale, il 39% sul direct lending, il 35% sull’asset-based lending, il 30% sullo special situations debt e il 28% sul commercial real estate debt. Un mix che riflette perfettamente le aspettative degli investitori sulle asset class che offriranno nei prossimi tre anni i migliori rendimenti aggiustati per il rischio. E che vedono ancora una volta il debito infrastrutturale in testa (53%).
Quanto al potenziale impatto del contesto macro sui portafogli di credito alternativo, gli istituzionali si mostrano ottimisti. Quasi la metà (47%) vede infatti le attuali prospettive sui tassi di interesse come un’opportunità per performance positive, mentre solo il 23% le indica come un possibile problema. Stesso discorso per la volatilità del mercato (44% vs 20%). Inoltre, il contesto M&A e LBO sempre più attivo è ampiamente ritenuto promettente (45%) più che impegnativo (5%) dal punto di vista della performance.
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A livello geografico, gli Stati Uniti restano il mercato più grande per il credito alternativo, rappresentando il 65% delle attività globali. E negli ultimi dodici mesi si sono confermati il principale target per le nuove allocazioni. Nel 2025, infatti, oltre un terzo (34%) degli investitori ha accresciuto la propria esposizione a questa asset class negli USA, il 27% ha fatto lo stesso in Europa, il 26% nell’Asia-Pacifico e il 22% nei mercati emergenti. Tuttavia, l’indagine sottolinea come sia in corso un riequilibrio geografico, con gli istituzionali di Vecchio Continente e APAC che mostrano un crescente ‘home bias’. Lo scorso anno, infatti, il 51% degli europei ha aumentato la propria allocazione domestica, contro appena il 21% che lo ha fatto verso negli Stati Uniti. Nell’Asia-Pacifico, la quota di chi ha puntato sulla propria regione si è attestata invece al 34%, un dato di poco inferiore a quello degli Stati Uniti (37%), ma significativo se considerate le ridotte dimensioni dei mercati del credito alternativo della regione.
L’indagine evidenzia poi un crescente interesse per strutture di fondi diverse e più innovative. Attualmente, il 71% degli investitori usa comparti chiusi tradizionali, ma solo il 59% ha intenzione di utilizzarli nei prossimi dodici mesi. Al contrario, si prevede che il ricorso agli evergreen aumenterà dal 33% al 42%, e che gli Sma (separately managed accounts) o i fondi di fondi saliranno dal 34% al 40%. Tra le tendenze strutturali più significative c’è poi anche la crescente integrazione tra credito pubblico e privato. Al momento il 64% li tratta come asset class distinte, ma quando si chiede loro quali siano le aspettative tra cinque anni, la percentuale scende al 41%. Analogamente, il 30% afferma di stare iniziando ad adottare un approccio più integrato, ma il 40% prevede che ciò avverrà tra cinque anni. Tuttavia, solo il 19% si aspetta la piena integrazione entro cinque anni, in aumento rispetto al 5% attuale. Infine, il 65% indica nella percepita discrepanza di liquidità tra credito pubblico e privato il principale ostacolo alla piena convergenza.
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“Sebbene la maggior parte degli investitori globali sembri destinata ad aumentare le allocazioni al credito alternativo, stanno diventando più sofisticati nel modo in cui curano i propri portafogli”, evidenzia Allison Davi, co-chief operating officer di BSP. Che sottolinea come la richiesta sia di una maggiore diversificazione in termini di gamma di prodotti, esposizione geografica e strutturazione dei fondi. “Per raggiungere questo obiettivo desiderano relazioni con meno gestori ma più approfondite”, avverte. A suo parere, però, non tutti gli asset manager sono nella posizione ideale. E ad avere successo saranno quelle società che dispongono di dimensioni appropriate, di un track record di qualità come specialisti del credito e di un’ampia gamma di sottocategorie di asset class, nonché di un approccio flessibile, innovativo e orientato al servizio. “Crediamo che questa combinazione crei il miglior ‘alpha engine’ per gli investitori, soprattutto con la convergenza tra mercati pubblici e privati”, conclude Davi.
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