A dieci giorni dal Congresso del Partito Comunista in cui si attende la conferma della salda leadership di Xi, FocusRisparmio ha incontrato Xiaolin Chen, head of International di KraneShares, per un approfondimento su una classe di attivo ormai entrata saldamente nei portafogli italiani. “C’è bisogno di educazione alla diversità del contesto cinese”, afferma l’esperta
Xiaolin Chen, head of International di KraneShares
Xiaolin Chen è nata in Cina ma da tempo vive stabilmente a Londra, dopo essere passata da Stati Uniti e da ulteriori periodi trascorsi in Asia. Prima di diventare responsabile del business internazionale di KraneShares, ha passato molti anni in J.P. Morgan Private Bank dove è stata responsabile della gestione di portafoglio per un totale di oltre 70 miliardi di dollari.
La connessione tra mercati e sentiment degli investitori occidentali è per lei un tema che ha pochi segreti, particolarmente adatto ad affrontare le attuali sfide legate al suo ruolo di head of international di uno dei principali provider di ETF sulla Cina, di proprietà statunitense ma con fortissima expertise sul gigante asiatico. Un ruolo che lei stessa definisce di “costruttrice di ponti” in grado di connettere, anche culturalmente, gli investitori e alle opportunità di esposizione all’economia del gigante asiatico.
“L’atteggiamento degli investitori nei confronti della Cina è cambiato incredibilmente negli ultimi cinque anni. Un tempo, nel momento in cui si proponeva questa asset class la primaria reazione era il dubbio. Oggi, in seguito ad una crescita esponenziale dell’economia, all’assunzione di un ruolo globale crescente, anche negli indici finanziari, e all’impegno delle autorità cinesi per un’apertura nei confronti dei mercati mondiali l’attenzione per le opportunità offerte dalla Cina è cresciuta enormemente”.
Lontano dagli occhi…
Guardando agli ultimi due anni, dall’inizio della pandemia da Covid-19 a oggi, molto sembra però tornato in discussione. Questo perché, spiega Chen, “sebbene la Cina non sia ormai più una novità per gli investitori globali, una reale comprensione delle dinamiche economiche e sociali del Paese non è ancora davvero presente a livello internazionale”.
Quali sono le opportunità che la nuova Cina ha da offrire e come devono essere interpretate dagli investitori in funzione dell’ inserimento in portafoglio sono due domande, dalle risposte non scontate, molto rilevanti date le dimensioni di quella che nel giro del prossimo decennio diventerà la prima economia al mondo in termini di prodotto interno lordo.
“Il flusso di notizie sulla Cina da parte dei media occidentali è cresciuto moltissimo nell’ultimo biennio. Sono cresciuti anche i commenti, spesso discordanti, sulle strategie politiche, sociali ed economiche del Paese. Il tutto in un momento certamente critico in cui gli investitori si sono trovati con un’esposizione alla Cina di cui ora vogliono essere più consapevoli. Quello che ravvisiamo nei molti roadshow ed incontri con i nostri partner internazionali è un estremo bisogno di educazione ed aiuto per comprendere quanto sta accadendo”, dichiara la manager.
La problematica rappresentata da Chen è dovuta primariamente alla lontananza. Non solo geografica, che rende certamente più difficile gestire la comprensione di quanto stia accadendo in materia, ad esempio, di Zero-Covid o geopolitica, ma anche culturale. “Pensiamo anche solo agli annunci sui cambi regolamentari in materia di tecnologia avvenuti nel 2021. Si tratta in realtà di misure in materia di sicurezza e antitrust normalissime per il contesto dei Paesi sviluppati, ma per gli investitori internazionali il fatto che si faccia così tanto e così in fretta costituisce un motivo di preoccupazione”, afferma l’head of international di KraneShares.
Quanta (ma soprattutto quale) Cina in portafoglio?
La questione dell’inserimento dell’economia cinese in portafoglio non è per Chen solo una questione di quantità, ma soprattutto di qualità. Tre sono le dinamiche secolari da tenere in considerazione secondo l’esperta, da cui derivano altrettante opportunità di investimento.
“In Cina ogni anno 20 milioni di persone si trasferiscono dalla campagna alla città. Nel 1990 il numero di migranti era di circa 5 milioni. Oggi 870 milioni di cinesi su 1,4 miliardi vivono in una metropoli. Sono numeri incredibili se rapportati a quelli di qualsiasi altro Paese e area come può essere quella europea, anche includendo la Gran Bretagna. Dobbiamo considerare che chi si sposta in città lo fa per avere un miglior accesso ad un’istruzione superiore e per migliorare globalmente le proprie condizioni di vita. Si sta formando la classe media più popolosa al mondo e questo determinerà un bisogno di beni e servizi di portata epocale, che aprirà opportunità d’investimento per tutti gli investitori globali”.
Il secondo fattore portato all’attenzione da Chen riguarda l’indirizzo di questo straordinario potere della domanda e dei consumi. “L’economia cinese che cresceva a doppia cifra era incentrata principalmente su logistica e infrastrutture. Ora l’attenzione che permane sulle infrastrutture è legata fortemente all’aspetto ambientale”, spiega. “Una grossa parte delle riforme delle autorità governative cinesi è orientata ad uno sviluppo della società in funzione di una maggiore sostenibilità ambientale e di una maggiore salute dei singoli e della collettività”, fa notare, ricordando come siano previsti 72 miliardi di dollari di investimenti per il raggiungimento degli obiettivi di riduzione di emissioni di carbonio assunti dalla Cina.
Le cifre necessarie per la transizione, non solo ambientale, sono tali da determinare il terzo fattore individuato dalla head of international di KraneShares, ovvero il processo di internazionalizzazione del mercato dei capitali cinese. “Il Paese avrà bisogno della liquidità degli investitori globali per supportare tutte le iniziative di modernizzazione necessarie a raggiungere gli obiettivi posti dal governo. L’equity onshore è ormai da tempo strutturalmente pronto ad accogliere i capitali degli investitori e la quota di allocazione proveniente dall’estero crescerà esponenzialmente grazie anche alla maggior presenza negli indici. Questo processo non riguarderà solo l’azionario ma tutte le asset class”, conclude.
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