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Debutta a Piazza Affari il fondo che investe in 25 società del settore, nato dalle restrizioni USA sull’export. Catalano: “Una nicchia da dosare con attenzione”
Da una parte c’è Washington che ha stretto le maglie sull’export di microchip avanzati. Dall’altra Pechino che ha risposto costruendosi la filiera in casa propria. Una frattura che VanEck prova a trasformare in un prodotto d’investimento. Debutta, infatti, a Piazza Affari (in contemporanea con Zurigo), il VanEck China Semiconductor UCITS ETF, il primo ETF che offre un’esposizione pure play all’industria cinese dei semiconduttori. A presentarlo alla stampa, alla vigilia della quotazione, è Salvatore Catalano, head of Sales Italy dell’asset manager newyorkese.
Il fondo replica fisicamente un indice proprietario, il MarketVector China Semiconductor 10% Capped Screened Index, composto attualmente da 25 titoli. Per entrare, un’azienda deve ricavare almeno metà del fatturato da chip o dalle macchine che li producono. Per restare, deve evitare sanzioni e controversie. Il peso di ciascun titolo segue la capitalizzazione sul flottante, al netto delle quote in mano ai governi, con un tetto del 10%. Il costo è dello 0,65% annuo, la classe è ad accumulazione, la valuta il dollaro. Nessuna scelta discrezionale, assicura Catalano: “Non andremo mai ad analizzare un bilancio di una società perché non siamo in gestione attiva”. Sarà l’indice a rivedere i criteri ogni tre mesi e a decidere chi entra e chi esce dal paniere: venticinque titoli sono il minimo, ma potranno diventare trenta.
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USA vs Cina, la geopolitica dell’AI
Dietro alla guerra geopolitica dei microprocessori c’è l’intelligenza artificiale: secondo VanEck, da lì arriverà la quota maggiore della crescita. I semiconduttori sono alla base degli sviluppi nell’intelligenza artificiale e la Cina sta realizzando una filiera completamente indipendente, dalla progettazione alla produzione, fino all’assemblaggio dei chip. Inoltre Pechino è tra i maggiori consumatori di chip al mondo, ma ne ha prodotti molti meno di quanti ne utilizzi. Colmare questo divario è diventato una priorità nazionale: nel 2025, stando ai dati citati dal manager, ha investito in apparecchiature per i semiconduttori più di ogni altro Paese. Con i controlli USA sull’export (introdotti nel 2022 e poi ampliati) ogni fornitore estero tagliato fuori dal mercato lascia spazio a uno locale: Cambricon al posto di Nvidia, Naura al posto di Applied Materials e Lam Research, ad esempio. “Il settore è molto interessante e proprio per le limitazioni continua a crescere. Per questo vogliamo offrire accesso ai chip cinesi prima che lo facciano gli altri”, spiega Catalano.
Il ritardo con semi processori a stelle e strisce, certo, resta. La Cina ha messo sul piatto più di 100 miliardi in dieci anni (di cui 50 negli ultimi due) ma molte big tech americane mantengono ancora una posizione quasi di monopolio su certe tecnologie. Il precedente di DeepSeek, però, ha mostrato che si può arrivare a risultati simili spendendo molto meno, e per Catalano la qualità industriale cinese è già sotto gli occhi di tutti. “Basta dare uno sguardo alle auto cinesi che sfrecciano per le vie di Milano: la qualità con cui vengono prodotte non fa certo invidia ad altri marchi”. Il quadro che ne esce non è quello di una sfida frontale per il primato, ma di due sistemi destinati quasi a viaggiare separati e in parallelo, anche sui dati. “La Cina vuole soddisfare le proprie esigenze”, dice Catalano, ricordando che si tratta di “un paese che ha un controllo dei dati piuttosto serrato”. Come finirà la partita tra Washington e Pechino? Ovviamente tutto resta aperto.
Flussi e portafoglio
Il lancio di questo prodotto che si focalizza sui chip di Pechino si inserisce comunque in un anno che ha premiato i temi strutturali. VanEck, partita in Europa nel 2017 con meno di 300 milioni di dollari, ha sfiorato i 50 miliardi. Nel 2026, con dati a ottobre, la raccolta supera i 13 miliardi: quasi 2,5 miliardi sono andati ai semiconduttori, 1,3 allo spazio, quasi uno al nucleare, oltre 300 milioni al quantum computing. Il grosso, però (oltre 5 miliardi) è finito nell’ETF sul dividendo di qualità, in rialzo del 19% quest’anno, mentre altri 3 miliardi circa hanno preso la via dei settoriali tra oro, minerari e terre rare. Il successo del dividendo, per Catalano, è “lo specchio dell’incertezza che continua a persistere sui mercati”.
Il filo che lega tutto è la crisi del classico portafoglio 60-40. Fino al 2021 le obbligazioni hanno fatto da cuscinetto alle scosse dell’azionario. Da allora, dice Catalano, “abbiamo perso questa correlazione negativa”, e negli ultimi mesi le vendite hanno colpito insieme entrambi i comparti, negli USA, in Giappone e ora in Europa. Con un’inflazione che VanEck ritiene destinata a restare alta (tra deglobalizzazione, deficit, demografia e transizione energetica) l’allocazione va ripensata. “Oggi gli investitori devono includere asset alternativi in portafoglio”. Anche i temi, però, vanno maneggiati con cura. Le masse tematiche sono passate da 200 a oltre 3mila miliardi in dieci anni, ma con filiere concentrate: il 90% dei chip si produce a Taiwan, il 60% delle terre rare viene dalla Cina. Per questo servono esposizioni mirate, e per questo il nuovo ETF resta una scommessa da calibrare: “non è un dividendo, non è un S&P, ma è quella piccola nicchia tematica che potrebbe essere interessante negli anni a venire”, conclude il manager.
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