Democratizzazione, educazione finanziaria, pensioni: ecco perché la fintech di Berlino parla soprattutto ai 30enni italiani
Luca Carabetta, country manager per l’Italia di Trade Republic
Trade Republic, piattaforma europea per il risparmio e l’investimento, guarda all’Italia come a un mercato chiave. Non per moda, ma per opportunità. Demografia, pensioni, potere d’acquisto: tutto converge. I numeri, intanto, crescono. “In Italia l’ultimo dato che possiamo condividere è circa mezzo milione di clienti a gennaio 2025”, dice Luca Carabetta, country manager per l’Italia. E il contesto europeo rafforza il quadro: “Il trend è in linea con quello europeo, da 8 milioni e 100 miliardi di euro in asset a gennaio 2025 a 10 milioni di clienti e 150 miliardi di asset a settembre 2025 e a breve arriveranno novità e numeri ufficiali per l’Italia”. Ma il punto non è solo quanti clienti la fintech di Berlino (nata dieci anni fa e operativa da cinque in 18 paesi) ha raccolto in poco tempo. È chi ha conquistato. “L’età media è attorno ai 30 anni”, spiega. “Spesso sono persone che hanno iniziato a lavorare, vogliono mettere qualcosa da parte e iniziano a ragionare in ottica di lungo periodo”. Una generazione che non si muove più per imitazione, ma per necessità. E che ha già interiorizzato un messaggio semplice: il futuro finanziario non è garantito. È anche per questo che Trade Republic ha cambiato assetto. “Negli ultimi mesi la piattaforma si è evoluta da ‘brokerage puro’ a un’app che divide il portafoglio per asset class”. Un passaggio cruciale, che offre investimenti in azioni, obbligazioni, ETF, crypto e, di recente, anche in private markets. “Questo aiuta tantissimo, perché l’utente ragiona per ‘blocchi’ separati, con profili di rischio diversi e obiettivi diversi”.
Il comportamento degli utenti è netto. “Il trend che vediamo è chiaro: sempre più persone automatizzano il risparmio”, dice Carabetta. “E costruiscono nel tempo un portafoglio diversificato, con una logica più consapevole rispetto al passato”. È una finanza che rallenta, ma non arretra. Che rinuncia alla promessa del colpo grosso per puntare sulla continuità. Anche qui, niente slogan. “Più che parlare di ‘prodotti di punta’, ha senso parlare di comportamenti di mercato”. E il comportamento dominante è uno solo: “Oggi il trentenne medio europeo tende a fare una cosa molto semplice: attiva piani di accumulo su ETF, soprattutto azionari e ben diversificati”. Poi, senza fretta, “costruisce gradualmente anche una diversificazione sull’obbligazionario e su altre asset class”. Carabetta mette un freno a qualsiasi lettura euforica. “Storicamente l’azionario globale diversificato ha dato buoni risultati nel lungo periodo, ma il passato non è garanzia del futuro”. È un avvertimento che suona quasi politico, in un’industria abituata a vivere di performance e storytelling. Lo stesso approccio vale per i private markets. Di recente la banca fintech ha anche aperto ai mercati privati, grazie a una partnership siglata con i due colossi di private equity Apollo ed EQT. “Qui il punto è la democratizzazione”, dice. “Abbiamo reso accessibile al retail una asset class che storicamente era disponibile solo per i grandi patrimoni, con la possibilità di investire a partire da 1 euro”. Anche l’operatività è costruita per ridurre l’asimmetria informativa: “C’è un mercato secondario che consente anche la vendita” e “i gestori forniscono update mensili, anche tramite video, con una valorizzazione aggiornata mensilmente”.
Il modello resta dichiaratamente “fai da te”. “Sì, l’approccio oggi resta self-directed”, conferma il manager. Ma senza integralismi: “Riconosciamo il valore della consulenza: nella finanza è utile avere un buon amico con cui confrontarsi, qualcuno di competente che sappia orientarti”. Oggi comunque c’è una disponibilità enorme di informazioni, online e offline: “media tradizionali e creator molto preparati stanno facendo un lavoro importante. Noi facciamo la nostra parte con strumenti semplici e con la promozione di contenuti anche divulgativi”.
Pensioni, il non detto che muove tutto
Sotto la superficie, però, c’è un tema che spiega tutto. Le pensioni. “Sull’educazione finanziaria vedo un segnale positivo: il trend si sta invertendo”, osserva Carabetta. “Le nuove generazioni sono più curiose, più preparate”. Anche perché “le app rendono le scelte finanziarie più visibili e meno astratte”. Ma quando si entra nel merito del sistema previdenziale, il tono cambia. “C’è ancora poca consapevolezza su come funzioni davvero il sistema”, avverte il manager, che sul tema sveste i panni del manager per rimettersi quelli del politico, da ex deputato 5 stelle e vice presidente della Commissione Attività Produttive. “So che la politica sul tema pensioni si muove con logiche che impediscono di affrontare i problemi in maniera diretta. La realtà, però, è che oggi per ogni cinque lavoratori attivi ci sono tre pensionati. Entro il 2050, secondo l’Istat, il rapporto sarà di uno a uno. E tutto questo senza tenere conto dell’impatto della denatalità, dell’automazione, di ciò che succederà al mercato del lavoro”. Tutto questo è sostenibile? Per Carabetta ovviamente no. Soprattutto se si continua sulla scia “quasi di uno scontro generazionale”. Da una parte, “chi è vicino alla pensione tende a difendere un ‘diritto acquisito’”. Dall’altra, “i giovani sanno che, realisticamente, in futuro rischiano di avere un assegno più basso, anche del 30% in termini reali”, se non intervengono per tempo. È qui che si inserisce il ruolo delle neobank. “Le neobank nascono con un’impostazione diversa”, spiega il responsabile Italia. “Sono tech company prima ancora che ‘banche’, quindi nativamente digitali, pensate per scalare e per ottimizzare i costi”. La conseguenza è inevitabile: “È normale che il cliente, nel tempo, si sposti dove trova condizioni migliori e più trasparenti”. La partita italiana di Trade Republic insomma non è una sfida sul trading. È una scommessa sul tempo. E su una generazione che ha già capito che la pensione non sarà un approdo automatico, ma un progetto personale. Da costruire.
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