Secondo la multinazionale della consulenza, la svolta non saranno le cripto ma la nascita di un’infrastruttura che aiuti a integrare la tecnologica nei processi dei mercati. Il direttore esecutivo Zappavigna: “Dalla partnership con Taurus una piattaforma unica per custody, tokenizzazione e trading”
Giovanni Zappavigna, Country Lead Italy di Capco
Il mercato dei digital asset sta entrando in una nuova fase che va oltre la narrativa su Bitcoin e affini: non più soltanto strumenti come criptovalute o token, ma soprattutto infrastrutture in grado di integrarli nei processi del sistema finanziario. Un cambio di scenario che chiama in causa direttamente il mondo delle banche e degli altri intermediari, prima ancora del regolatore, ai quali spetta il compito di mettere a fattor comune le esperienze maturate finora per la creazione di un framework comune che aiuti l’integrazione tecnologica. È proprio in tal solco che nasce la partnership di Capco, società globale di consulenza specializzata nei financial services, con Taurus, piattaforma tech per la gestione di questa classe d’attivo. “L’obiettivo è supportare banche e intermediari nell’adozione di soluzioni end-to-end per custody, tokenizzazione e trading”, spiega Giovanni Zappavigna, Country Lead Italy di Capco.
Partiamo dalla partnership: di cosa si tratta e quali opportunità apre per il mercato dei digital asset?
La collaborazione nasce da una forte complementarità tra le due realtà. Capco è tra i leader globali nei servizi di technology management advisory per il settore finanziario, con un approccio end-to-end che copre dalla strategia alle regolamentazione fino all’implementazione. Taurus, invece, offre una piattaforma che integra in un unico ambiente tutti i principali processi legati ai digital asset: custody, tokenizzazione, trading e gestione delle reti. L’idea è stata quella di provare a unire questa infrastruttura con la nostra conoscenza del business finanziario e la capacità di implementazione presso banche e intermediari. In pratica, sulla scorta dell’accordo che abbiamo stipulato, ci impegniamo portare sul mercato una soluzione completa: non solo la tecnologia, ma anche il supporto necessario a integrarla nei processi degli operatori finanziari.
Che tipo di domanda vedete da parte delle istituzioni?
La domanda è cresciuta molto negli ultimi due o tre anni. Se inizialmente l’interesse era soprattutto esplorativo, oggi molte istituzioni finanziarie stanno iniziando a valutare progetti concreti. In particolare, le banche stanno cercando di capire come integrare i digital asset all’interno delle proprie infrastrutture esistenti: ad esempio, nei servizi di custodia o nelle piattaforme di trading. Cresce però anche l’attenzione verso la tokenizzazione di strumenti finanziari tradizionali, che può contribuire a rendere più efficienti alcuni processi di mercato. In questo contesto il tema non è più solo tecnologico, ma anche strategico: gli operatori stanno cercando di capire quale ruolo vogliono avere in questo nuovo ecosistema.
È in fermento più di quanto si pensi. Alcuni grandi gruppi hanno già avviato iniziative importanti sui digital asset e sulla tokenizzazione, inserendo la digitalizzazione tra i driver dei loro piani industriali. Penso, ad esempio, a Intesa Sanpaolo e UniCredit. Si tratta di player capaci, per volumi e importanza, di esercitare un effetto di traino su tutto il sistema. Ma se questa circostanza di per se stessa non fosse sufficiente a dimostrare quanto velocemente le cose si stanno muovendo e si muoveranno soprattutto nei prossimi anni, un altro fattore balza all’occhio in modo inequivocabile: il settore finanziario del nostro Paese è molto bancarizzato e caratterizzato dalla presenza di molti intermediari rispetto che altrove, quindi c’è una forte domanda di modernizzazione dei processi soprattutto nell’area dei capital markets. Ecco perché la prospettiva che abbiamo assunto è quella di supportare Taurus nel proporre la piattaforma ai principali operatori finanziari italiani, aiutandoli a digitalizzare i processi e ridurre il time to market dei servizi.
Come si posiziona il nostra sistema finanziario rispetto al resto d’Europa sul fronte della digitalizzazione?
Il quadro è variegato. Ci sono realtà molto avanzate, come alcune grandi banche o le challenger bank nate già in un contesto digitale, e altre che stanno ancora affrontando la trasformazione. Un elemento comune a tutti i mercati europei, quindi anche al nostro, per c’è ed è la crescente pressione regolamentare: negli ultimi anni i digital asset sono stati associati a un contesto poco normato e controllato, mentre oggi stanno emergendo le prime regolamentazioni europee per definire come gli istituti finanziari possono gestire questi strumenti. Si tratta di un’evoluzione che sta spingendo l’intero settore a investire in infrastrutture e tecnologie in grado di supportare nuovi modelli operativi.
Il focus sembra dunque spostarsi dalle criptovalute alle infrastrutture. È qui il vero punto di svolta?
Sì, perché per far funzionare un mercato non si può prescindere da standard e infrastrutture comuni. Se ogni banca sviluppa la propria tecnologia non si crea un ecosistema. È lo stesso principio che vale per i mercati tradizionali: quando si compra un titolo in borsa esiste un’infrastruttura che gestisce settlement, clearing e custodia. Anche nel mondo dei digital asset serve una piattaforma che garantisca simili processi. Per questo, la sfida non è tanto creare nuovi strumenti ma costruire un apparto tecnologico condiviso che garantisca efficienza e uniformità.
Quali saranno i principali driver di crescita del mercato nei prossimi anni?
Oltre alla costruzione di infrastrutture solide e interoperabili nel solco di quanto detto, per permettere agli operatori di scambiare strumenti in modo efficiente, un driver sarà la progressiva integrazione tra finanza tradizionale e digital asset: sempre più spesso vedremo strumenti finanziari tradizionali rappresentati in forma digitale, con potenziali benefici in termini di velocità, trasparenza ed efficienza. Infine, sarà fondamentale il ruolo degli operatori istituzionali: l’ingresso di banche, gestori patrimoniali e grandi intermediari può contribuire a dare maggiore stabilità e credibilità all’intero ecosistema.
Quali sono i principali casi d’uso per il risparmio gestito?
Le applicazioni sono diverse. Alcuni strumenti possono rappresentare nuove opportunità di investimento e di diversificazione per i portafogli, soprattutto nella misura in cui si tratta di asset regolamentati o di strumenti tokenizzati collegati ad attività finanziarie tradizionali: questo consente ai gestori di ampliare la gamma di soluzioni disponibili e rispondere a una domanda crescente da parte degli investitori. Ma tecnologie come la tokenizzazione o la blockchain possono anche essere utilizzate per migliorare l’efficienza di alcune attività chiave della gestione del risparmio, dall’analisi dei portafogli alla gestione dei dati sugli strumenti finanziari. Un ambito particolarmente rilevante è poi quello della custodia: la digitalizzazione dei processi di deposito e gestione titoli costituisce uno dei principali fronti di innovazione per il settore, perché è in grado di contribuire a semplificare e rendere più efficienti diverse fasi del ciclo di vita degli strumenti finanziari.
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