Per George Cotton di J. Safra Sarasin, il metallo bianco può sovraperformare il lingotto. Ma le sue proprietà anticicliche innescheranno il rally fra non prima di 12 mesi, quando l’economia globale avrà smaltito del tutto il rialzo dei tassi. Etf e detenzione diretta le scelte migliori. E, sull’azionario, vince la selezione
George Cotton, Commodities portfolio manager di J. Safra Sarasin
Nelle ultime settimane l’oro è stato sulla bocca di tutti per aver toccato livelli da record. Eppure, l’attenzione degli investitori potrebbe presto spostarsi su quello che è considerato da tutti il suo fratello minore: l’argento. Anche se ha rapidamente invertito i guadagni realizzati con il rally obbligazionario di fine 2023, tanto da non riuscire a ritestare i massimi del 2020 e trovarsi ancora oggi al di sotto del suo record storico di 50 dollari per oncia troy, il cosiddetto metallo bianco potrebbe trovarsi la strada spianata per conquistarsi la scena. Ne è convinto George Cotton, Commodities portfolio manager di J. Safra Sarasin, che crede però sia necessario aspettare almeno fino al 2025 per vedere il cambio di testimone sui mercati e all’interno dei portafogli.
Quali fattori sosteranno la sovraperformance e perché si manifesteranno non prima di un anno?
Dati vari tratti comuni, tra cui spicca la lunga storia come riserva di valore, i corsi di oro e argento si sono rivelati per certi versi piuttosto simili nel tempo: negli ultimi dieci anni, ad esempio, la loro correlazione dei rendimenti mensili è stata in media superiore dello 0,75. Eppure, sotto altri profili, il lingotto ha avuto più successo: la sua performance media annua ha raggiunto il 6% contro il 3,5% del cugino mentre la volatilità dei suoi ritorni annuali è stata la metà. Per capire cosa determina l’attuale la divergenza tra i due e cosa determinerà anche il cambio di rotta futuro, occorre quindi guardare più da vicino i fattori determinanti della domanda di argento. Il relativo vantaggio manifatturiero di questo asset lo rende infatti un po’ più ciclico dell’oro, il che implica una tendenza a sovraperformarlo nelle fasi di ripresa economica e a sottoperformarlo durante le recessioni. Una dinamica testimoniata proprio in questo periodo dal rapporto oro-argento, un’espressione del prezzo dell’uno come multiplo dell’altro, che ha superato quota 90 e sta facendo apparire il secondo un materiale buon mercato. Considerando che la passata stretta monetaria deve ancora agire completamente nel sistema, rimaniamo convinti che la crescita globale si indebolirà ulteriormentenei prossimi mesi e quindi crediamo che l’argento potrà farà bene solo quanto l’economia ripartirà. In particolare, il suo prezzo relativo suggerisce un sostanziale rialzo quando gli investitori torneranno sul mercato per coglierne il rimbalzo.
Va inoltre notato che, durante i precedenti episodi di forza dei metalli preziosi, questo asset tendeva a dare il meglio di sè verso le ultime fasi del mercato toro: l’episodio più recente è stato quello del quarto trimestre del 2010, quando il prezzo è salito di oltre il +40% rispetto a un aumento inferiore al +10% del lingotto. Si tratta di un fenomeno dovuto al minor costo unitario dell’investimento in argento, che consente agli investitori al dettaglio meno abbienti (in particolare nei mercati emergenti) di partecipare al mercato toro. Tuttavia, un segnale del genere di solito significa che la fine del mercato toro è vicina.
I megatrend avranno un impatto?
La crescita della richiesta d’argento, trainata dal settore manifatturiero, ha aperto un ampio divario tra domanda e offerta globale che negli ultimi anni si è fatto sempre più consistente. Noi riteniamo che questo gap sia destinato a durare ancora a lungo, sia perchè la produzione mineraria non si è ancora completamente ripresa ai livelli pre-pandemici sia perché il Silver Institute prevede un’ulteriore aumento delle forniture dell’8% in scia agli investimenti in tecnologie chiave per la transizione verde: dal fotovoltaico alla rete elettrica, dalle reti 5G alla produzione di veicoli privi di fonti fossili. Data la debole performance del metallo bianco nel 2023, pensiamo però che il mercato non apprezzi ancora a sufficienza questo condizione strutturale. Analogamente, l’ascesa dell’intelligenza artificiale dovrebbe favorire i semiconduttori.
A livello di portafoglio, quanto esporsi all’argento oggi in vista del rally futuro? E tramite quali strumenti?
Storicamente gli investitori sono stati premiati per la detenzione di metalli preziosi, compreso l’argento, sia in virtù della diversificazione che per l’effetto di protezione dall’inflazione che offrono. Oltre alla caratteristica di rendere bene nel momento in cui i titoli tendono a sottoperformare. In un periodo di carovita persistente come quello che stiamo vivendo da ormai un anno, e che presumibilmente ci accompagnerà ancora per un po’, il livello di esposizione ottimale dipenderà in larga misura dalla composizione e dalla performance degli altri asset presenti in portafoglio nonché dalla tolleranza al rischio complessiva. Ciò non toglie che, oltre a un complemento, l’argento possa essere considerato una vera e propria alternativa ad azioni e bond.
Quanto alla scelta dello strumento, la detenzione di argento fisico diretta o tramite Etf si è storicamente rivelata una soluzione più proficua e con minore volatilità rispetto a un paniere di titoli di società minerarie. L’opzione di un’esposizione all’equity settoriale non è da escludere completamente ma occorre restare cauti e selettivi, privilegiando realtà consolidate con siti produttivi già in funzione. È infatti vero che i player più piccoli tendono a essere gli asset più performanti al culmine delle bolle dei metalli preziosi ma si tratta di eventi rari e difficili da trattare, oltre che lungi da realizzarsi nel breve periodo. Senza contare che i piccoli estrattori sono notoriamente amministratori di capitale poco abili, perché svolgono un’attività impegnativa e nella quale la maggior parte dei nuovi progetti non raggiunge mai la produzione.
Qual è invece la sua view sui platinoidi? Come saranno impattati dalla transizione energetica?
Nel gruppo dei platinoidi, i metalli più importanti sono platino e palladio. Entrambi risultano infatti fondamentali per le marmitte catalitiche delle auto volte a ridurre l’inquinamento, con il primo che tende ad avere maggiore applicazione nei motori a diesel e il secondo in quelli a benzina. Sul di loro, la transizione energetica sta avendo impatti non troppo positivi proprio perché la crescente penetrazione di mezzi alternativi come i veicoli elettrici (EV) ne frena la domanda: il palladio, nello specifico, è quello che subisce maggiori contraccolpi in quanto gli EV sostituiscono più motori per passeggeri (benzina) che quelli per autocarri pesanti (diesel). Anche la situazione dell’offerta è particolarmente sfidante per questo metallo, poiché viene ottenuto come sottoprodotto dell’estrazione del nichel ed essa è cresciuta in modo significativo. Se è dunque vero che il platino non sembra soffrire degli stessi problemi e che alcune tecnologie potenziali nel settore dell’idrogeno potrebbero ribaltare la situazione anche per il palladio, poiché si tratta pur sempre di una domanda aggiuntiva ipotetica, rimaniamo cauti e manteniamo bassa l’esposizione in attesa di maggior chiarezza.
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