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Dalla relazione annuale Covip un quadro in chiaro-scuro del settore. Calo medio del 9,8% per i fondi negoziali e del 10,7% per gli aperti. Ma, sui 10 anni, il Tfr viene sempre battuto. Su del 5,4% le adesioni, anche se mancano giovani e donne
Appena 332 forme operanti nel sistema e perdite superiori talvolta al 13%. Ma anche un aumento degli iscritti che testimonia la resistenza dimostrata in un biennio difficile come quello appena concluso e la conferma della capacità di battere la rivalutazione del Tfr su orizzonti più confacenti alla natura dello strumento. È questa la fotografia della previdenza complementare scattata da Covip nella sua relazione 2022 sull’attività svolta. Un appuntamento in cui la presidente facente funzione, Francesca Balzani, si è soffermata anche sulle prospettive evolutive di fondi pensione e casse di previdenza tra vecchi e nuovi trend: dal gap di genere a quello anagrafico, passando per l’insaziabile appetito per i titoli di Stato.
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Un quadro in chiaro-scuro
È quindi a tinte chiaro-scure il quadro disegnato dalla Commissione di vigilanza sui fondi pensione. Se le forme previdenziali mappate dall’ente sono infatti meno della metà delle 739 in essere al 1999 (33 strumenti negoziali, 40 aperti, 68 piani individuali pensionistici e 191 preesistenti), cresce del 5,4% il numero di iscritti: a fine 2022 sono 9,2 milioni, pari al 36,2% della forza lavoro. E, anche rispetto ai 10,3 milioni risultanti dal computo di eventuali posizioni doppie, l’incremento si conferma del 5,8%. Nel dettaglio, i fondi negoziali raccolgono 3,7 milioni aderenti: 1,8 milioni si avvalgono di fondi aperti, 3,5 milioni dei Pip e 650mila di veicoli preesistenti. Più contenuta la quota di coloro che, da gennaio a dicembre 2022, hanno effettuato o comunque ricevuto contribuzioni sulle proprie posizioni: ai aggirano infatti sui 6,7 milioni, tre quarti del totale, per una media di 2.770 euro. Cubano invece 2,5 milioni gli iscritti non versanti, che sono più spesso presenti nelle forme di mercato o tra i lavoratori autonomi.
Le risorse accumulate ammontano a 205,6 miliardi di euro e rappresentano il 10,8% del Pil o il 4% delle attività finanziarie delle famiglie italiane. Rispetto al 2021, si registra un calo del 3,6% ma la Commissione attribuisce la variazione per lo più all’andamento negativo subito dai mercati finanziari. Risultano invece pari a 18,2 miliardi i contributi incassati, con flussi in aumento per tutte le forme pensionistiche complementari: 6,1 miliardi ai fondi negoziali (+4,6%), quasi 3 miliardi agli aperti (+7,8%), 5 miliardi ai Pip (+2,4%) e 4,1 miliardi ai preesistenti (+1,5%).
Sul fronte dei rendimenti, Covip ribadisce come le turbolenze dei mercati finanziari abbiano inciso in negativo sui risultati di gestione di tutte le linee di investimento. I comparti azionari hanno registrato perdite medie pari all’11,7% nei fondi negoziali, al 12,5 in quelli aperti e al 13,2 nei Pip. Per le linee bilanciate, i rendimenti sono stati negativi del 10,5%, 11,5% e 12,3%. Di entità simile anche le perfomance dei comparti obbligazionari. Il tutto mentre, nello stesso periodo, il Trattamento di fine rapporto si rivalutava dell’8,3%. “Un corretto giudizio di redditività sul risparmio previdenziale non può limitarsi ai ritorni di un solo anno ma deve fare riferimento a orizzonti più lunghi e coerenti con i vincoli temporali che a esso si applicano in ragione degli obiettivi”, ha però puntualizzato Balzani. E, in effetti, proprio assumere una prospettiva di questo tipo aiuta a ribaltare il bilancio sul settore perché mostra come il 2,4% di rivalutazione media annua del Tfr sia sistematicamente battuta: da fine 2012 a fine 2022, le linee a maggiore contenuto azionario ha infatti reso tra il 4,7% e il 4,9% mentre le bilanciate hanno realizzato prestazioni che variano dall’1,7% dei Pip unit linked al 2,7% dei fondi negoziali fino al 2,9% dei fondi aperti. Unica eccezione è rappresentata dalle obbligazionarie, che sono risultate sostanzialmente nulle.
Le voci di uscita per la gestione previdenziale totalizzano 11,2 miliardi di euro. “Le prestazioni pensionistiche sono state erogate in capitale per 4,6 miliardi di euro e in rendita per 440 milioni di euro. I riscatti sono pari a 2 miliardi di euro e le anticipazioni a 2,3 miliardi di euro”, ha precisato Balzani. Che ha aggiunto: “Nell’anno sono stati erogati circa 1,6 miliardi di euro di rendite integrative temporanee anticipate (Rita), per lo più concentrati nei fondi pensione preesistenti”.
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Meno attrattiva l’Italia. Ma i Btp fanno gola
Il rapporto Covid evidenzia inoltre che gli investimenti dei fondi pensione nell’economia italiana (titoli emessi da soggetti residenti in Italia e immobili) sono valsi 35,5 miliardi di euro nel 2022, pari al 20,9% del patrimonio totale. Un dato che, rispetto al 2021, si attesta in calo di 40 miliardi in valore assoluto e del 22,7% in termini percentuali. Il 54,6% delle risorse, cioè 26,1 miliardi, risulta composto da obbligazioni governative e altri titoli di debito mentre i bond pubblici italiani toccano il 15,4%. In calo invece dal 22,6% al 20% gli strumenti di capitale, così come le quote di Oicr (dal 16% al 15,3%). I depositi si attestano al 6,5% e gli investimenti immobiliari, in forma diretta e indiretta, presenti quasi esclusivamente nei fondi preesistenti, rappresentano circa l’1,9% della dotazione, sostanzialmente stabili rispetto al 2021.
Donne e giovani, due gap da colmare
Dal report Covip emerge come la previdenza complementare italiana abbia ancora molta da fare rispetto all’obiettivo di includere giovani e donne. Tanto che la numero uno dell’istituto ha parlato di “situazione sostanzialmente non dissimile da quella rilevata cinque anni fa”. Gli uomini rappresentano infatti ancora il 61,8% degli iscritti (il 73% nei fondi negoziali) mentre la distribuzione per età vede la prevalenza delle classi intermedie e prossime al pensionamento: il 48,9% ha età compresa tra 35 e 54 anni, il 32,3% ne ha almeno 55 anni e solo il 18,8% è sotto i 35. Non mancano differenze anche con riguardo all’area geografica, perché la maggior parte degli utenti è residente nelle regioni del Nord (57,1%). “Ciò significa che proprio le figure meno forti, per le quali sarebbe più pressante la necessità di un futuro previdenziale più solido, fanno più fatica a entrare nel mondo della previdenza complementare”, ha concluso Balzani.
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