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Secondo la ricerca Equita-Bocconi, le famiglie privilegiano ancora liquidità, immobili e Btp. E perdono circa l’1,5% di rendimento reale all’anno. PIR frenati da troppi vincoli, meglio uno strumento in stile ISK svedese
Le famiglie italiane risparmiano e dispongono di una ricchezza elevata, ma continuano a impiegare i propri soldi in immobili e titoli di Stato o a lasciarli fermi e improduttivi sui conti deposito. La partecipazione ai mercati azionari resta infatti ancora limitata, frenando lo sviluppo dell’intero Paese e gli stessi patrimoni. Il quadro emerge ancora una volta dalla a ricerca ‘Retail Investments in Europe’, presentata nel corso del tredicesimo convegno promosso da Equita e Università Bocconi, che ha analizzato la composizione dei patrimoni e l’allocazione di portafoglio nel Regno Unito, Svezia, Francia e Italia nel periodo 1998-2024.
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L’equity gap frena risparmio e sviluppo
Dallo studio condotto dal Centro Baffi emerge come, a differenza degli altri Paesi avanzati, in Italia persista un significativo ‘equity gap’: il risparmio delle famiglie fatica cioè a trasformarsi in capitale di lungo periodo per le imprese, limitando il contributo dei mercati finanziari alla crescita economica. Non solo: questa tendenza frena anche gli stessi risparmi. Secondo i calcoli, infatti, per gli italiani si traduce in un costo opportunità stimato tra 1,2 e 1,8 punti percentuali di rendimento reale perso all’anno nel corso dell’ultimo ventennio.
Italia maglia nera in Europa
Tutta l’Europa potrebbe fare di più. Basta guardare agli USA. Nel Vecchio Continente, infatti, ben il 31% delle attività finanziarie delle famiglie è rappresentato da moneta e depositi, contro appena il 14% degli Stati Uniti. E la quota destinata agli strumenti azionari si ferma al 37% contro il 47% a stelle e strisce. La tendenza è ancora più marcata da noi, dove i portafogli mantengono il 27,7% della ricchezza sotto forma di liquidità e depositi (il doppio rispetto al 13,5% della Svezia) e la partecipazione azionaria diretta si limita a un modesto 6,4%, lontanissima dal 18,7% del Regno Unito.
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Pir frenati da troppi vincoli
L’analisi ha anche approfondito il ruolo degli strumenti di investimento retail a fiscalità agevolata dei Paesi in esame: l’ISA britannico, l’ISK svedese, il PEA francese e il PIR italiano. Questi ultimi, introdotti nel nostro Paese nel 2017 per convogliare risorse verso le piccole e medie imprese, hanno mostrato risultati positivi soprattutto nella fase iniziale. Poi, i vincoli di investimento e concentrazione ne hanno ridotto l’attrattività. Il successo di questi prodotti, viene sottolineato, dipende non solo dagli incentivi fiscali, ma anche da semplicità, flessibilità, stabilità normativa e minori oneri amministrativi. I modelli britannico e svedese, più orientati alle esigenze dell’investitore, hanno infatti registrato una diffusione superiore rispetto agli strumenti con maggiori limitazioni.
Meglio l’ISK svedese
Tra le proposte per il mercato italiano, il report suggerisce l’introduzione di un ‘conto di investimento a tassazione forfettaria’, ispirato all’ISK svedese. Questo strumento, si legge, sostituirebbe la tassazione delle plusvalenze con un’imposta annuale semplificata sul valore del portafoglio, “con l’obiettivo di favorire una maggiore partecipazione delle famiglie ai mercati dei capitali e sostenere gli obiettivi della futura Savings and Investments Union europea”.
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