Finita la pausa, gli investitori vedono un Powell pronto ad altri aumenti. Ma non è detto siano due: l’economia potrebbe infatti a mostrare primi i segni della stretta
Tiffany Wilding, north american economist di Pimco
La pausa era attesa, meno la previsione di altri due rialzi di qui a fine anno. A suo modo, la Federal Reserve ha sorpreso ancora una volta: ha confermato che la stretta monetaria non è affatto terminata e ha descritto la decisione del Fomc come un hawkish skip, un salto di turno in attesa di valutare meglio gli effetti dei dieci aumenti consecutivi operati negli ultimi quindici mesi. Per la maggior parte dei gestori, quindi, già nel prossimo meeting di luglio l’istituto centrale potrebbe annunciare un’ulteriore stretta dello 0,25%. Meno compatta invece l’opinione sui mesi successivi, con gli operatori divisi tra chi dà per scontato un altro ritocco e chi invece immagina un Powell sarà costretto a fermarsi.
Allison Boxer, Us economist di Pimco
“Alla luce dei dati economici recenti e delle previsioni riviste dalla Fed, riteniamo che questa pausa sia probabilmente un ‘salto di turno’ e che assisteremo a ultimo rialzo dei tassi a luglio”, commentano Tiffany Wilding e Allison Boxer, north american economist ed economist di Pmico. Il loro scenario di base prevede infatti un indebolimento dell’economia Usa a fine estate o in autunno, che probabilmente indurrà la Fed a sospendere i rialzi. “Tuttavia, se i dati continueranno a essere forti e a spingere la banca centrale ad aumentare ancora i tassi, il rischio di un rallentamento più marcato dovrebbe aumentare ”, precisano.
Secondo le due esperte, infatti, i governatori del Fomc stanno bilanciando i rischi di un’inflazione elevata, che ha fatto pochi progressi nella prima metà del 2023, e gli effetti ritardati della campagna di inasprimento di 500 punti base. Ma l’inflazione core ostinatamente stabile e i rapporti sul mercato del lavoro che si sono susseguiti complicano tale operazione di bilanciamento.
Álvaro Sanmartín, chief economist di Amchor Is
Per Álvaro Sanmartín, chief economist di Amchor Is, la banca centrale Usa è in modalità ‘gestione del rischio’. E, in questo caso, il pericolo più temuto è un allentamento prematuro delle condizioni finanziarie tale da riattivare la domanda aggregata e le pressioni sui prezzi. “La mia impressione è che, anche se lentamente, l’inflazione di fondo negli Stati Uniti si ridurrà e la Fed aumenterà i tassi solo un’altra volta. Probabilmente a luglio”, afferma. Per l’economista, però, data la forza di fondo della domanda, i tassi impiegheranno parecchio tempo a scendere, forse fino a ben oltre il 2024. “Inoltre – precisa – in relazione a questa forza di fondo e al fatto che i tassi potrebbero essere vicini al picco, continuo a vedere un atterraggio morbido per l’economia americana. Infatti, ieri la Fed ha dovuto rivedere al rialzo le sue previsioni di crescita per quest’anno”.
Mark Haefele, chief investment officer di UBS Global Wealth Management
Di diverso parere Mark Haefele, chief investment officer di Ubs Global Wealth Management, secondo cui le parole di Powell hanno rafforzato l’idea che i mercati abbiano sottovalutato il rischio di un ulteriore inasprimento. “I recenti dati su inflazione e crescita non giustificano ancora una fine della stretta e il nostro scenario di base prevede un aumento di 25 punti base alla riunione di luglio”, osserva. Per l’esperto, poi, il mercato è al momento troppo compiacente riguardo alla prospettiva di un atterraggio morbido. “Le valutazioni azionarie non riflettono i rischi per l’economia. L’atteso rallentamento della crescita nel secondo semestre potrebbe danneggiare i ricavi societari. Prevediamo una contrazione anno su anno degli utili e riteniamo che le stime siano troppo ottimiste. Le azioni appaiono anche meno allettanti dal punto di vista delle valutazioni, sia rispetto alla loro storia sia rispetto al reddito fisso”, evidenzia. Per questo, Haefele mantiene una posizione meno favorevole sull’equity globale e statunitense ma vede maggiori opportunità nelle obbligazioni.
Per Jim Cielinski, global head of fixed income di Janus Henderson, i rialzi dei tassi indicati nelle dot plot non sono inevitabili ma piuttosto garantiscono all’istituto una certa flessibilità. E mettono a tacere il falchi. “Anche se forse giustificati dai dati sull’inflazione, riteniamo che futuri rialzi dei tassi comporterebbero notevoli rischi. Gran parte del carovita è infatti già stato superato”, sottolinea. Per questo, a suo parere, si può solo interpretare il tono di Powell come moderatamente negativo per gli asset più rischiosi. “La combinazione di una miriade di dati sull’inflazione in discesa e la possibilità di ulteriori rialzi dei tassi (ma anche l’inasprimento delle condizioni del credito) aumentano le probabilità di un errore previsionale, compreso un atterraggio più duro del previsto. Gli investitori devono essere consapevoli del rischio che la Fed si sia già spinta troppo oltre”, avverte.
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