Il censimento dell’Osservatorio del Politecnico di Milano rileva 23 strutture in più rispetto al 2025. Il patrimonio investito è concentrato nei maggiori operatori, mentre la storia imprenditoriale delle famiglie continua a orientare le strategie. In Europa realizzati oltre 5.200 investimenti diretti dal 2000 al 2025
Josip Kotlar, professore ordinario di Strategia e Family Business presso la School of Management del Politecnico di Milano
I Family Office italiani si consolidano come protagonisti del mercato del capitale privato, con un ruolo che va oltre la conservazione della ricchezza familiare. A inizio giugno 2026 le strutture censite dall’Osservatorio della POLIMI School of Management erano 267, contro le 244 dell’anno precedente: 140 Single Family Office (SFO) e 127 Multi-Family Office (MFO), di cui 23 di origine bancaria. Il patrimonio investito dai Single Family Office analizzati raggiunge 20,2 miliardi di euro, concentrato per il 92% nelle strutture con oltre 100 milioni di patrimonio. La crescita numerica si accompagna a un’evoluzione del modello operativo. Nati per gestire e tramandare la ricchezza, questi operatori partecipano sempre più direttamente agli investimenti, affiancando gli investitori istituzionali e costruendo reti di coinvestimento. “La crescita dei Family Office non ha prodotto una semplice espansione quantitativa del mercato, ma ha trasformato qualitativamente il loro modo di investire”, osserva Josip Kotlar, direttore scientifico del report. Capitale paziente, controllo del rischio e orizzonte di lungo periodo restano i tratti distintivi.
Single Family Office, patrimonio concentrato e passaggio generazionale
La presenza degli SFO è fortemente radicata nel Nord Italia. La Lombardia ne ospita 71, seguita da Veneto con 17, Piemonte con 13, Lazio con 8 ed Emilia-Romagna con 7. Due terzi delle strutture sono nate dopo il 2000, a conferma della diffusione relativamente recente del modello. Dei 140 SFO censiti, 93 dispongono di dati patrimoniali utilizzati nell’analisi, per un totale di 20,2 miliardi di euro investiti. La concentrazione è elevata: il 92% del patrimonio è riconducibile alle 51 strutture con oltre 100 milioni di euro. Nel 2024 il rendimento mediano si è attestato al 4,8%, a fronte di costi di struttura pari all’1,4% del patrimonio e di un ricorso al debito quasi assente. Le scelte di investimento riflettono l’esperienza imprenditoriale delle famiglie proprietarie. Secondo la Family Office Survey 2026, condotta su 70 strutture, nel 74,3% dei casi la storia d’impresa influenza le decisioni di portafoglio; per il 25,7% è addirittura determinante. Nel 55,6% delle risposte, tuttavia, questi principi non sono formalizzati e vengono trasmessi soprattutto attraverso le persone, più che mediante processi strutturati. La successione rappresenta una delle principali sfide per il settore. Le famiglie esprimono due consiglieri su tre nei consigli di amministrazione, ma l’età mediana dei componenti è di 60 anni e soltanto il 7,9% ha meno di 40 anni. Il ricambio generazionale diventa quindi un passaggio decisivo per preservare non soltanto il patrimonio, ma anche i criteri che ne hanno guidato la costruzione.
Multi-Family Office, Lombardia hub del settore
I 127 MFO censiti sono cresciuti del 7,6% rispetto al 2025. Di questi, 104 sono operatori professionali, mentre 23 hanno origine bancaria. I primi sono prevalentemente recenti: il 79,8% è stato fondato dopo il 2000. Le strutture bancarie presentano invece radici più lontane, con il 56,5% nato prima del 1991. Anche in questo segmento la Lombardia è il principale polo nazionale, con 74 operatori, pari al 58,7% del totale. Seguono Veneto ed Emilia-Romagna, con 10 strutture ciascuna, Piemonte con 9 e Lazio con 7. Nel complesso, il Nord Italia concentra l’84,9% dei Family Office censiti. Il patrimonio gestito mediano degli MFO è pari a 675 milioni di euro e ciascuna struttura serve in media 15 famiglie. Il modello si distingue da quello dei Single Family Office perché offre professionalmente a più nuclei familiari servizi di coordinamento patrimoniale e consulenza. Quasi la metà degli operatori, secondo il censimento, opera al di fuori di un regime di vigilanza. La survey evidenzia anche differenze nell’attività d’investimento. Gli SFO ricorrono maggiormente agli investimenti diretti in private equity, che rappresentano il 18,5% del portafoglio, contro il 6,9% degli MFO. Il 53,7% dei Single Family Office dichiara inoltre di aver aumentato l’esposizione al private equity negli ultimi tre anni. I Multi-Family Office svolgono invece soprattutto una funzione di advisory e intermediazione, favorendo in mediana tre club deal all’anno.
In Europa oltre 5.200 investimenti diretti in 25 anni
L’analisi internazionale dell’Osservatorio ricostruisce 5.242 investimenti diretti realizzati da 617 Family Office con sede in Europa tra il 2000 e il 2025. L’attività ha raggiunto un picco nel biennio 2021-2022. Il ticket medio è stato di 47 milioni di euro, mentre quello mediano si è fermato a 5 milioni, segnalando una distribuzione caratterizzata da molte operazioni contenute e da poche transazioni di dimensioni molto elevate. Oltre la metà degli investimenti ha riguardato round seed o early stage, con una prevalenza di startup e scaleup giovani. Più di un terzo degli investitori è concentrato tra Regno Unito e Germania, mentre l’Italia conta 24 Family Office attivi nel campione, pari al 3,9%. La modalità d’investimento è spesso collaborativa: nell’81% dei casi le operazioni sono state realizzate in sindacato, con una media di sette-otto coinvestitori negli ultimi anni. La quota mediana acquisita è del 25% e soltanto nell’8,5% dei deal il Family Office guida il round. Le imprese target hanno un’età mediana di quattro anni e il 36% opera nell’IT; l’86,6% genera già ricavi, pur registrando ancora margini negativi. I dati delineano un investitore che cerca influenza più che controllo, combinando disponibilità di capitale paziente e flessibilità strategica. Una caratteristica che rende i Family Office una componente sempre più rilevante dell’ecosistema europeo del private capital, tra investimenti diretti, partecipazioni di minoranza e reti di coinvestimento.
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