Banche, così l’Agentic AI cambierà l’industria finanziaria (e la consulenza)
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Nonostante il contesto geopolitico ed economico turbolento, nei portafogli dei risparmiatori italiani sono aumentate le allocazioni ai mercati emergenti. È cambiato infatti l’approccio dei consulenti verso questa asset class: da un posizionamento tattico si è passati a uno strategico di lungo periodo. È quanto emerge dall’M&G Emerging Markets Snap Survey, presentata al Salone del Risparmio 2026, stando alla quale gli investitori sono sempre più alla ricerca di diversificazione e opportunità di crescita, in particolare in Asia, e privilegiano una gestione attiva.

“A trainare questo rinnovato interesse è la necessità di diversificare in una fase in cui i mercati sviluppati presentano livelli di debito strutturalmente più elevati e, nel caso degli Stati Uniti, risultano fortemente concentrati”, spiega Andrea Orsi, country head Italia, Irlanda e Grecia di M&G Investments. Per l’esperto, “una dinamica degli utili più solida nell’azionario, rendimenti reali interessanti nel reddito fisso e una maggiore credibilità delle politiche economiche in molti di questi Paesi stanno cambiando la percezione dell’Area”.
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L’indagine, che ha coinvolto 274 professionisti attivi nel nostro Paese, mostra come negli ultimi sei mesi una netta maggioranza (61%) abbia aumentato l’esposizione agli Emergenti, a fronte di un 37% che ha mantenuto le allocazioni invariate. Tuttavia, complessivamente, l’esposizione resta ancora contenuta, in linea con il profilo di rischio prudente dell’investitore italiano: la maggior parte degli intervistati detiene infatti meno del 10% del portafoglio in EM, mentre il 38% alloca tra il 10% e il 30%. Quanto ai rischi associati all’Area, il 66% li valuta come “moderati”, mentre un terzo del campione (33%) li considera “elevati”. In questo contesto, la geopolitica emerge come il principale elemento di preoccupazione (62%), davanti a considerazioni macroeconomiche (20%) e volatilità valutaria (18%). “Il continuo flusso di notizie ha amplificato la percezione dei rischi di breve periodo, ma gli investitori stanno sempre più imparando a guardare oltre il rumore e a ritornare a concentrarsi sui fondamentali”, analizza Orsi.
La diversificazione si conferma il principale driver per investire, indicata dal 58% dei consulenti. Seguono la crescita del capitale (33%) e, più a distanza, la generazione di reddito (9%). Dal punto di vista geografico, l’Asia, Cina inclusa, si conferma la regione di riferimento, segnalata dal 70% dei consulenti, molto davanti ad America Latina (13%) e ai mercati emergenti dell’Area EMEA (12%). Sul piano delle asset class, le azioni restano prevalenti (66%), seguite a distanza dal debito in valuta locale (20%) e da quello in valuta forte (14%).
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Lo studio sottolinea come il quadro lasci quindi ampio spazio a un’evoluzione delle allocazioni verso un utilizzo più ampio dell’universo emergente. E Orsi fa notare che l’impiego di questi mercati come leva di diversificazione indica un’evoluzione del profilo dell’investitore italiano “verso logiche di progressivo smarcamento da esposizioni troppo concentrate su asset class tradizionali”. Inoltre, per l’esperto, gli Emergenti hanno anche dimostrato la capacità di offrire performance competitive. “Nel reddito fisso, ad esempio, hanno sovraperformato i titoli di Stato dei mercati sviluppati negli ultimi cinque anni”, argomenta. Sul fronte azionario, sebbene l’Asia resti centrale, secondo Orsi altre aree, in particolare l’America Latina, stanno mostrando “un potenziale crescente non ancora pienamente riflesso nelle valutazioni attuali”.
Infine, la survey mostra un utilizzo prevalente di strumenti gestiti nell’approccio a quest’Area. Il 90% degli intervistati utilizza infatti fondi attivi, contro l’8% che ricorre a ETF passivi e il 2% a investimenti diretti. “In un contesto caratterizzato da maggiore complessità e dispersione, la gestione attiva assume un ruolo centrale”, osserva Orsi, che rimarca come un approccio di lungo periodo, basato su fondamentali solidi e valutazioni, possa contribuire a diversificare le fonti di rendimento, sostenendo al tempo stesso la crescita di capitale e la generazione di reddito. “La partnership tra asset manager e distribuzione è quindi fondamentale per trasformare la complessità dell’universo dei mercati emergenti in soluzioni coerenti con gli obiettivi di lungo termine degli investitori finali”, conclude.
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