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Con un mercato europeo ancora fermo al 2,7% delle masse totali ma in rapida espansione, la società punta a intercettare la crescita del segmento con un’acquisizione strategica e il lancio otto nuovi prodotti. Il country head Pons: “Pronti a ridefinire i confini della gestione passiva”
A un anno dall’ingresso ufficiale nel mondo degli ETF attivi, Janus Henderson consolida la propria visione strategica sul futuro della gestione europea. La decisione di investire in questo comparto nasce infatti da una convinzione, che è lo stesso country head per l’Italia Federico Pons a scandire con decisione: “La trasformazione dell’asset management passerà da strumenti capaci di unire la professionalità della gestione attiva alla semplicità e immediatezza dei veicoli passivi”. E l’Europa, per quanto ancora indietro rispetto agli Stati Uniti, non potrà che diventare un mercato di frontiera ricco di opportunità. La redazione di FocusRisparmio lo ha raggiunto per approfondire questa view e scendere nel dettaglio dei piano di espansione della società.

Janus Henderson è entrata nel mondo degli ETF attivi solo nel 2024. Cosa vi ha spinto in questa direzione?
Circa un anno e mezzo fa abbiamo deciso approcciarci a questo tema secolare. Di fronte a noi c’erano due possibilità: sviluppare una piattaforma interna, iniziativa che avrebbe richiesto tempi lunghi per arrivare sul mercato, oppure acquisirne una già operativa. Abbiamo scelto la seconda via e abbiamo rilevato Tabula, società presente da tempo nel segmento della gestione passiva. Una volta completata l’acquisizione, abbiamo deciso di utilizzarla per lanciare i nostri ETF a gestione attiva. In meno di 12 mesi abbiamo lanciato otto prodotti, concentrandoci su quelle strategie per le quali sapevamo di poter già vantare un expertise forte e riconosciuta dal mercato.
Il mercato in cui vi siete lanciati non è certo privo di concorrenza. Quale value proposition avete scelto per presentarvi agli investitori e in cosa risiede attualmente la cifra distintiva della vostra offerta?
A differenza di molti altri player del settore, il nostro obiettivo non è creare prodotti ibridi ma riproporre la vera gestione attiva in un formato più liquido e trasparente. Le nostre soluzioni non si limitano quindi a replicare un indice, come fanno i classici ETF passivi o anche molti attivi che però nascono dalla trasformazione di veicoli precedenti: selezionano titoli con un approccio discrezionale bottom-up. I primi due lanci, European Equity High Conviction e Japanese Equity High Conviction, ne sono la prova: si tratta di exchange traded funds con portafogli composti da non oltre 30 titoli e tracking error più elevati, anche del 2%-3%, nei quali ogni posizione riflette una vera convinzione del gestore. È lo stesso approccio che adottiamo nei fondi SICAV, ma portato all’interno di un contenitore che permette negoziazione in tempo reale e maggiore accessibilità.
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In un contesto dominato dai passivi puri, che curano ancora oltre il 90% delle masse affidate a prodotti di gestione passiva, dove vede le principali opportunità per gli ETF attivi?
Complice il progressivo coinvolgimento dei giovani, che hanno esigenze molto diverse dai loro genitori o nonni, il futuro del risparmio gestito va verso una maggiore personalizzazione e trasparenza. E il proliferare di piattaforme per investire in autonomia, come Revolut o Trade Republic, non fa altro che confermarlo: l’utente desidera sempre più vedere il prezzo in tempo reale e avere pieno controllo dell’operazione. Gli ETF attivi uniscono queste caratteristiche, cioè la possibilità di accedere a strumenti immediati e digitali, all’opportunità di beneficiare di una gestione professionale. Ecco perché ci aspettiamo che, entro il 2030, il mercato arrivi a raccogliere mille miliardi.
Avete puntato anche sul comparto dei prodotti securitized. Perché questa scelta?
Negli Stati Uniti abbiamo un’esperienza consolidata nel mercato delle collateralized loan obligations e dei mortgage-backed securities, dove gestiamo oltre 35 miliardi di dollari. Sull’onda di questi risultati, abbiamo deciso di portare lo stesso know-how in Europa. A gennaio 2025 abbiamo quotato su Borsa Italiana il primo ETF attivo sui CLO e, in meno di un anno, abbiamo registrato una raccolta pari a circa 300 milioni di dollari. Si tratta indubbiamente di un inizio incoraggiante, soprattutto considerando che i primi due anni servono a costruire track record e a far conoscere lo strumento.
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Come si differenzia il mercato europeo rispetto a quello americano?
Negli Stati Uniti gli ETF attivi rappresentano ormai oltre il 10% delle masse complessive, dato che riflette la maturità del mercato e la maggiore familiarità degli investitori con questo tipo di strumenti. In Europa invece la quota resta ancora ferma al 2,6%-2,7%, anche se la crescita si dimostra costante e sostenuta. Negli ultimi due anni gli afflussi hanno infatti registrato tassi spesso a doppia cifra, segno che il segmento sta guadagnando rapidamente consenso anche tra investitori istituzionali e consulenti finanziari. Stiamo inoltre assistendo a un progressivo ampliamento dell’offerta e a un cambio di mentalità nella distribuzione, con una domanda crescente di strumenti liquidi e basso costo che uniscano la gestione attiva all’efficienza tipica degli ETF. Insomma: il mercato è ancora in evoluzione ma la direzione è chiara.
E l’Italia? È pronta a recepire questa evoluzione?
Il mercato sconta ancora una struttura distributiva diversa da quella statunitense. Negli USA oltre il 90% dei consulenti lavora a parcella, non percependo la differenza tra un fondo o un ETF nel momento in cui deve scegliere quale tipo di prodotto collocare. In Italia la fee on top è invece poco presente, non arriviamo al 10% delle masse, e questo è un fattore da tenere in considerazione quando si valuta la penetrazione di prodotti che non prevedono riconoscimento retrocessioni. La situazione è però destinata a cambiare e già si colgono segnali di crescita: sempre più consulenti, anche in grandi reti, si stanno infatti spostando verso questo modello con il risultato di rendere più competitivo il segmento. È solo questione di tempo prima che gli ETF attivi diventino una componente stabile e strutturale dei portafogli anche qui.
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Quindi più che un tema di domanda, è un tema di modello di distribuzione?
Esattamente. Gli ETF attivi interessano sempre di più i consulenti indipendenti e le piattaforme digitali, mentre per chi lavora ancora a commissione il fondo tradizionale resta più conveniente. Ecco perché il nostro impegno principale dall’inizio dell’anno è stato fare divulgazione più che spingere sulla raccolta: spiegare la logica di questi strumenti e chiarire che non si tratta di prodotti ‛smart beta’ o ‛semi-passivi’ ma di gestione attiva pura, fatta dagli stessi team che si occupano dei nostri fondi tradizionali. Non è infatti un caso se l’interesse maggiore è arrivato finora soprattutto dai Paesi nordici, dove la cultura finanziaria è più evoluta e la domanda più dinamica rispetto all’area meridionale.
E dal lato degli istituzionali che tipo di riscontro state osservando?
Gli investitori professionali si muovono con cautela: hanno bisogno di vedere numeri, storia e masse gestite. I family office si stanno invece mostrando più reattivi, anche perché hanno vincoli più leggeri e possono investire in prodotti con track record più breve. Molti di loro hanno iniziato a posizionarsi sui CLO, integrandoli nei portafogli a tasso variabile o a duration più corta. È un segmento che si presta bene a soggetti sofisticati, interessati a diversificare il rischio mantenendo un profilo prudente.
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Quali sono i prossimi passi per Janus Henderson sul fronte ETF attivi?
Dopo i primi High Conviction e il CLO, che abbiamo fatto debuttare su Borsa Italiana, abbiamo appena lanciato tre nuovi prodotti: l’EUR Short Duration Income, il Transformational Growth US Equity e il Global Research Engineered Equity. L’obiettivo a medio termine è costruire un solido track record triennale e farci trovare pronti quando il mercato esploderà, perché la quotazione di tutti i prodotti attualmente parte della nostra gamma senza uno storico di supporto sarebbe una scelta inutilmente onerosa.
Guardando più avanti, quali trend intravede per l’industria della gestione passiva e per gli ETF in generale?
Il primo riguarda la necessità, sempre più urgente, di costruire soluzioni di investimento che garantiscano stabilità finanziaria nella stagione storica della longevità. In questo senso, prodotti come i CLO di fascia AAA da acquistare tramite ETF possono giocare un ruolo importante nella parte più prudente dei portafogli. Il secondo ha a che fare con la tecnologia, intesa sia come tema di investimento sia come strumento operativo. L’intelligenza artificiale sta infatti trasformando il modo in cui analizziamo i dati, gestiamo i portafogli, creiamo prodotti. E gli ETF tematici sono destinati a crescere, perché rappresentano sfide e opportunità concrete per l’economia globale.
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