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Il ceo della sgr italiana specializzata svela a FocusRisparmio i piani della società dopo l’ingresso nel gruppo francese Sienna IM. Dai fondi tematici alle banche reti, ecco come e dove crescerà la società
A volte, per crescere e superare i propri limiti, bisogna accettare di farsi guidare da chi vanta più esperienza. È questa convinzione, unita a una stagione resa difficile dal rialzo dei tassi e dalla perdita della decorrelazione tra asset class tradizionali, che ha convinto Ver Capital a considerare la possibilità di integrare con le M&A quella strategia di crescita per linee interne che le aveva permesso di conquistare uno dei trackrecord più significativi della categoria in Italia. Ecco perché ad aprile dell’anno scorso la società di gestione fondata nel 2006 e specializzata in private credit ha ceduto alle lusinghe di Sienna Investment Managers ed è entrata a far parte del gestore patrimoniale paneuropeo con sede in Francia. Un’operazione che ha dato vita a un gruppo capace di archiviare il 2024 con masse per 40 miliardi di euro, di cui dieci proprio in private markets. Ma la fusione rappresenta solo il punto di partenza per la ambizioni della società, che intende sfruttare le linee di business dell’alleata d’Oltralpe e la recente ricollocazione di un suo manager ai vertici della struttura comune per giocare cavalcare la democratizzazione degli alternativi anche in Europa. FocusRisparmio ha raggiunto l’amministratore delegato Andrea Pescatori, confermato al timone del gruppo, per capire piani di crescita e strategie.
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Cosa ha portato in dote il matrimonio con Sienna? Quali sono le sinergie che si sono venute a creare?
L’operazione di M&A che ci ha visti protagonisti nasce dalla consapevolezza di esserci spinti fino al limite della capacità di ricezione degli investitori istituzionali italiani e doverci quindi rivolgere a un gruppo più grande per beneficiare di quell’effetto denominatore necessario a espanderci in altre aree del mercato ma anche su scala internazionale. Un traguardo rispetto al quale Sienna IM non poteva che rappresentare il compagno di viaggio ideale, sia perché possiede le dimensioni e il respiro europeo confacenti alle nostre esigenze sia perché unisce all’attività nel nostro settore altri due pilastri complementari: uno di fondi liquidi, rivolti prevalentemente al mercato francese, e uno più focalizzato sul settore real assets. Non è quindi un caso se, proprio grazie all’integrazione con loro, siamo riusciti per la prima volta a proporci a soggetti come le banche rete. Ma l’accesso a nuovi canali di distribuzione è solo uno dei benefici derivanti dalle sinergie con la loro struttura. Nel caso di mandati da parte dei fondi pensione, per esempio, possiamo ora presentarci in maniera organica e contare su un azionista con 28 miliardi di AuM in fondi liquidi. Altro beneficio portato in dote dall’operazione è stata l’opportunità di applicare alla linea illiquida l’ampio set di metriche ESG del nostro gruppo, che oggi è tra i pochi asset manager a vantare l’etichetta di articolo 8 e 9 su quasi la metà dei prodotti in catalogo.
È cambiata la vostra offerta di fondi?
Non è certo venuto meno il focus sulle nostre aree di competenza, ma abbiamo cominciato a collocare anche alcune strategie lanciate sul versante francese: si tratta perlopiù di soluzioni dal respiro internazionale, come quelle dedicate a infrastrutture o fondi di biodiversità e infra-debt, che quindi possono risultare appetibili anche per gli istituzionali italiani. L’obiettivo è quello di utilizzare l’expertise arrivata in dote per sviluppare nuove linee più confacenti alle caratteristiche che ci contraddistinguono: i fondi tematici, ad esempio, rappresentano per noi un focus interessante ed è per questo che il mese scorso abbiamo lanciato uno dei primi veicoli di private credit dedicati alla difesa europea. Volendo sintetizzare, ognuna delle due anime che compongono l’attuale struttura societaria sta aggiungendo nuove frecce al proprio arco, senza però tradire la propria natura.
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Come si inserisce in questo quadro la nomina di Francesco Franchini?
Rappresenta un ulteriore passo avanti nel processo di integrazione, perché permette di unire i team di credito privato corporate italiano e francese sotto la guida di una persona che ha contribuito ai successi di Ver fin dalle origini. Con Francesco come responsabile Private Credit dell’intero gruppo, avremo finalmente la possibilità di mettere a frutto l’esperienza maturata e potremo espandere ulteriormente le opportunità di investimento in tutta Europa attraverso lo sviluppo di nuovi fondi a matrice tematica. Presenza paneuropea e un solido presidio locale: è questo il binomio vincente che questo nuovo organigramma porta in dote.
Quali sono gli obiettivi per il futuro e come è cambiato, se lo è, il vostro approccio al mercato italiano?
L’auspicio è di crescere a livello internazionale tramite strategie di cross-selling dei prodotti nostri e di Sienna. Tra i Paesi che ci interessano di più ci sono Francia e Benelux. Puntiamo anche a sviluppare iniziative comuni che si radichino a monte dei processi di distribuzione, ad esempio con il lancio di fondi cogestiti dalla parte italiana e da quella francese. Quanto alla Penisola, vogliamo sfruttare il track record vincente per confermare la posizione di leader sul mercato: a giugno festeggiamo infatti 20 anni di attività, un periodo in cui abbiamo saputo imporci come player di riferimento per gli asset alternativi e in particolare per il private credit. Ciò non ci renderà però meno vigili sugli spazi di crescita che si stanno aprendo, con investimenti nel settore destinati a salire in maniera lenta ma costante. Un’area che intendiamo presidiare con particolare attenzione è quella dei fondi PIR compliant: crediamo che siano ancora troppo pochi i fondi pensione e le casse ad aver compreso i vantaggi fiscali associati a questa categoria. A questi si aggiungono le special situations, segmento su cui abbiamo fatto partire l’ultima iniziativa lo scorso anno: un prodotto partecipato anche da Patrimonio Rilancio di Cdp, che investe in aziende in temporanea tensione finanziaria ma con solide prospettive di recupero. Per strumenti simili l’Italia rappresenta un’opzione interessante, perché ha un alto numero di pmi e vanta l’insolvency law più investor friendly d’Europa.
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Dalla vostra prospettiva di leader nel private debt, quale futuro prevedete per questa asset class e più in generale per i mercati privati?
Il mercato italiano del private credit è cresciuto, ma il funding gap resta molto ampio. Lo dimostrano i dati di Bankitalia: i primi sei gruppi bancari del Paese hanno chiuso il 2024 con un netto -4%, ovvero 150 miliardi di euro sottratti all’economia reale. E se il report 2023 di Aifi evidenzia un fundraising pari a un miliardo e mezzo di euro, con un investito di circa 3 miliardi includendo i capitali esteri, il mercato francese vale tre volte tanto. Un problema di sottodimensionamento, in generale e rispetto al private equity, che spesso sfugge alle rilevazioni perché deriva soprattutto dalla carenza di investitori internazionali. Per i mercati privati più in senso lato, condivido le previsioni di Bain & Company: le masse retail potrebbero raddoppiare fino al 13% nei prossimi cinque anni. Tuttavia, credo che gli sviluppi normativi recenti avranno un impatto limitato su questo processo. L’abbassamento delle soglie di investimento previsto da ELTIF 2.0 sta incidendo in modo marginale, anche perché i distributori già prima non avevano difficoltà a gestire soglie da 10mila euro. Servirà invece maggiore attenzione da parte del governo, che sembra porre scarsa enfasi sulla promozione di questi strumenti, forse considerandoli concorrenti delle emissioni pubbliche.
Avete in programma il lancio di nuovi prodotti?
Siamo già partiti con il quarto vintage del nostro fondo principale di private debt, il cui primo closing è avvenuto a dicembre e ha un obiettivo di raccolta pari a 400 milioni di euro. Ne seguiranno uno a inizio estate e, probabilmente, un altro entro fine anno. Sempre in estate partirà un veicolo pensato soprattutto per le assicurazioni, molto efficiente in termini di solvency ed è infine previsto nel medesimo periodo il secondo closing del fondo Special Situations. Al di là di queste iniziative, però, il nostro focus resta al momento l’ampliamento dei canali distributivi più che lo sviluppo di nuove strategie. Abbiamo un fondo plain vanilla dedicato ai loans – una delle quattro aree in cui siamo specializzati – che stiamo iniziando a proporre ai family office e con cui puntiamo al segmento wealth.
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