Ad agosto i prezzi al consumo crescono del 2,9% annuo e le richieste di sussidi di disoccupazione superano le attese. Due segni di un rallentamento imminente. Gli asset manager vedono la prima sforbiciata ai tassi dietro l’angolo, ma resta il nodo del dato core
È un quadro a luci e ombre quello che l’ultimo rapporto diffuso dal Dipartimento del Lavoro ha tracciato sull’economia americana. Ad agosto l’inflazione complessiva si è infatti attestata al 2,9% annuo, mentre le richieste iniziali di sussidi di disoccupazione hanno battuto le attese di oltre 30 mila unità per attestarsi a quota 263mila. Due dati che, uniti a una componente core ancora ferma sul 3,1%, manda nuovi segnali di rallentamento e rafforza la convinzione dei gestori sulla possibilità di un taglio Fed nella riunione di settembre.
Il dettaglio delle rilevazione mostra come prezzi al consumo abbiano segnato un aumento anche su base mensile. L’indice CPI è infatti salito dello 0,38% rispetto ai 30 giorni precedenti, subendo le conseguenze delle pressioni sui servizi e del comparto relativo alle abitazioni (+4%). Quanto all’inflazione di fondo, la metrica elaborata per escludere le componenti più volatili del paniere e quella maggiormente tenuta in considerazione dalle banche centrali per le decisioni di politica monetaria, il ritorno sopra la soglia del 3% interrompe un trend discente che l’aveva vista arrivare fino al 2% nel primo trimestre: risultato può essere imputato soprattutto al rincaro subito dai beni energetici, arrivati al +3,6%. Sul fronte occupazionale, oltre a nuove richieste di sussidi superiori alle attese, pesa la revisione che in settimana ha eliminato 911mila posti di lavoro dalle statistiche non agricole relative ai dodici mesi fino a marzo: si tratta infatti della correzione più ampia degli ultimi vent’anni, che alimenta dubbi sulla solidità del mercato del lavoro USA.
Gestori convinti: la Fed taglierà
Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm
La combinazione di inflazione in salita e tensioni sul mercato del lavoro ha rafforzato la convinzione che la Fed si appresti a tagliare i tassi. E i primi a nutrire questa idea sono proprio gli asset manager. Per Richard Flax, chief investment officer di Moneyfarm, “la probabilità di una sforbiciata di 25 punti base a settembre è ora maggiore”. Tesi a sostegno della quale il manager cita soprattutto gli oltre 900mila posti di lavori rivisti al ribasso, pur ricordando che sullo sfondo resta l’incognita di rincari nei servizi arrivati al 3,6% annuo.
Simon Dangoor, head of fixed income macro strategies di Goldman Sachs Asset Management
Simon Dangoor, head of fixed income macro strategies di Goldman Sachs AM, si spinge oltre e arriva a prevede che il taglio della settimana prossima sarà probabilmente seguito da un altro allentamento il mese prossimo. “Le pressioni inflazionistiche a breve sono ancora alte”, spiega, “ma le aspettative restano ancorate e l’assenza di surriscaldamento del lavoro riduce i rischi di effetti collaterali”.
John Kerschner, portfolio manager di Janus Henderson, ha invece una view più contrastata. Dal suo punto di vista, la banca centrale USA ha di fronte a sé non poche difficoltà perché l’inflazione core è tornata saldamente sopra il 3% e il dato annualizzato a tre mesi sfiora il 4%. “La Fed si trova con le spalle al muro e dovrà tagliare i tassi per sostenere il lavoro rischiando di ignorare il mandato sulla stabilità dei prezzi”, spiega. E avverte che anche l’indicatore PCE core, il più attenzionato dal presidente Jerome Powell, “potrebbe superare il 3% a fine mese e confermare una tendenza nella direzione sbagliata”.
Gli esperti convergono insomma su un punto: la Federal Reserve ha margini per procedere a un taglio già a settembre, probabilmente di 25 punti base. Ma non tutti concordano sull’efficacia di questa mossa: sarà più un segnale di sostegno che una leva in grado di cambiare nel breve la traiettoria dell’economia. Per i mercati obbligazionari, il messaggio che ne deriva appare chiaro: la curva dei rendimenti continua a irripidirsi, con gli investitori che guardano al rischio di un’inflazione più persistente del previsto e a una crescita che inizia a dare segni di cedimento.
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