Rhys Petheram, in Italia durante i giorni della pre-Cop26 Summit, approfondisce le strategie di impatto del fondo Jupiter Global Ecology Diversified, classificato come “articolo 9” secondo il regolamento europeo Sfdr
Rhys Petheram, head of environmental solutions e portfolio manager del fondo Jupiter Global Ecology Diversified
A pochi giorni dall’avvio dei lavori per la COP26 di Glasgow politica, mondo industriale e finanziario si interrogano sui prossimi passi da compiere per promuovere un vero cambiamento culturale.
Per il mondo degli investimenti finanziari la pietra miliare è rappresentata dal regolamento Sfdr, entrato in vigore lo scorso 10 marzo. “Fra i clienti c’è una consapevolezza nuova rispetto a questi temi, che aiuta loro a comprendere meglio ciò che facciamo realmente e facilita noi nella nostra attività di engagement con le aziende”, dice a FocusRisparmioRhys Petheram, head of environmental solutions e portfolio manager del fondo Jupiter Global Ecology Diversified, un prodotto classificato come “articolo 9” secondo il regolamento europeo Sfdr.
Il fund manager, a Milano durante i giorni della pre-Cop26 Summit che si è svolta nel capoluogo meneghino dal 30 settembre al 2 ottobre, ha approfondito con noi le caratteristiche della strategia del fondo che gestisce insieme al co-portfolio manager Jon Wallace.
Il 2021 è una sorta di ‘anno zero’ per chi come voi gestisce prodotti ad impatto sull’ambiente circostante. Come e in cosa è cambiato il vostro approccio rispetto a prima?
In realtà in Jupiter il primo fondo dedicato all’ecologia risale a oltre 30 anni fa. Era un prodotto azionario puro mentre questo di cui parliamo oggi, lanciato circa 5 anni fa, investe sia in azioni che obbligazioni.. Per quanto riguarda i cambiamenti approntati dalla regolamentazione, il principale cambiamento lo vediamo nel rapporto con i nostri investitori, specialmente gli istituzionali. Il dialogo con loro è pressoché costante e facilita la comunicazione in entrambi i sensi. Gli investitori oggi sono più maturi e riescono a comprendere che per avere strategie pienamente allineata agli obiettivi net zero non basta avere in portafoglio azioni di aziende come Facebook solo perché hanno una bassa impronta di carbonio, ma occorrono degli sforzi in più nella ricerca di aziende il cui business è veramente incentrato non solo sulla riduzione dell’inquinamento ma soprattutto alla ricerca di un impatto positivo sull’ambiente.
Scendiamo nel dettaglio, nel vostro portafoglio c’è una notevole esposizione ai green bond. Come si è evoluto nel tempo questo mercato? Pensate di aumentare gli acquisti nei prossimi anni?
Quando abbiamo lanciato la strategia, cinque anni fa, la percentuale di portafoglio investita in green bond era circa la metà rispetto ad oggi (29% al 31 agosto 2021). Noi investiamo sia in emissioni “labelled” cioè di emittenti che hanno richiesto la certificazione verde che in quelle senza tale etichetta. Stiamo però osservando un sensibile aumento sia di emissioni che di richieste di certificazione; si stimano circa 1.000 miliardi per quest’anno. Siamo interessati all’asset class, quindi anche la porzione del nostro portafoglio investita in questi strumenti crescerà.
Valutate maggiori opportunità nell’ambito corporate o sovrano?
Al momento l’ago della bilancia pende verso le emissioni societarie. Devo dire che siamo rimasti un po’ delusi da alcune emissioni governative – e l’Italia è fra queste (ma il fund manager cita anche il Regno Unito, ndr) – che non hanno richiesto la certificazione CBI (Climate Bond Initiative). È una questione di esempio, se non lo fanno loro le aziende potrebbero domandarsi “perché dovremmo farlo noi?”. Quindi ad oggi sono poche le emissioni green governative veramente interessanti nel nostro portafoglio, fra queste il Cile.
Oltre alla sostenibilità ci sono altri fattori che continuate a considerare per l’investimento nel reddito fisso. In questo momento quali sono e quali segmenti favoriscono?
Nella nostra view ci troviamo esattamente a metà del ciclo sia dal punto di vista del credito che di quello economico. Rispetto a dove ci troviamo oggi le valutazioni, sia azionarie che obbligazionarie, sono relativamente costose perciò tendiamo a privilegiare titoli ad alto rendimento che in base alle nostre analisi possano generare valore relativo rispetto all’investment grade, anche alla luce di un’aspettativa di riduzione dei tassi di default. Per cui anche in futuro direi che trovando le opportunità giuste potremmo aumentare la porzione investita in emissioni ad alto rendimento.
Sul fronte azionario quali sono le tipologie di aziende su cui investite e come si coniuga il processo di analisi azionaria con la view globale del fondo?
Sul mondo azionario cerchiamo di posizionarci su società con una chiara visione di cosa sia la sostenibilità e l’impatto che il loro business può produrre sull’ambiente. Nel processo di analisi e investimento consideriamo alcuni driver di crescita ultradecennale tra cui: economia circolare; energia pulita; acqua; mobilità; efficienza energetica; agricoltura sostenibile; nutrizione e salute; servizi ambientali. Questa visione non deriva solo dalle società direttamente impegnate nei business delle energie rinnovabili ma è presente anche nelle società che offrono tecnologie abilitanti per la transizione ecologica e la ricerca di impatto positivo e di lungo termine sull’ambiente, cioè aziende che sono da considerarsi abilitatori, poiché favoriscono il processo di riduzione delle emissioni di altre aziende.
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